| Fu l'unico intellettuale laico presente al Concilio: i commenti degli
studiosi italiani | "È stato un pensatore molto forte, atipico nel pensiero religioso del '900: non si è
inserito in correnti neotomiste o di fenomenologia dell'esperienze religiosa o di
spiritualismo. Ha tentato una sintesi di prospettive, tra Bergson, Aristotele e
Tommaso, Agostino". Così il filosofo Adriano Bausola inquadra Jean Guitton: "A
chi gli chiedeva, di recente, se fosse tomista, Guitton rispose: io mi sento molto
tomista, purtroppo i cristiani non mi sentono tomista. Del tomismo Guitton colse
soprattutto l'attenzione al mondo per la finalità del reale. Mentre su altri piani era più
platonico e agostiniano, come per le verità fondate in noi per riconoscere che c'è un
criterio assoluto"
Ma accanto ai referenti classici, spiega Bausola, il filosofo francese "non dimentica
mai il riferimento al maestro accademico Bergson, che lo aiutò a superare il
panteismo: primo, con la teoria della durata del divenire fluido mentre nel panteismo
tutto è necessario e definito. Guitton pensa che tutti credano in un assoluto, ma
alcuni non ad un assoluto come Dio, che è persona, intelligenza; secondo, Guitton
da Bergson ebbe l'apertura al misticismo: e qui Guitton va oltre, nella dimensione
cristiana. Bausola nel filosofo francese sottolinea poi il richiamo a Pascal, a
proposito della convenienza della scommessa sul divino. Ma Guitton non guarda alla
"convenienza": alla domanda "lei crede" (nel libro intervista a Jean Jacques Antier)
risponde infatti: "Non ho mai esitato tra l'assurdo della negazione e il mistero del sì
consenziente al'amore". Altrove, sempre in riferimento all'utilitarismo pascaliano,
nell'immaginario dialogo con Mitterrand, Il mio testamento filosofico Guitton dice
che la scelta è "tra due generi di vita: il servizio e l'uso", dove il servizio per la vita
altruisticamente concepita, l'uso il fare strumento degli altri. Dunque, spiega Bausola,
la scelta di Guitton era per "ciò che è superiore anche senza un fondamento
teorico". Dire Dio non c'è, per Guitton, porta a un assurdo di negazione che non
risolve, non dà speranza, e al conflitto con tutti, con Dio si sceglie "per il mistero del
sì consenziente all'amore", è una scelta che va nel mistero"
Per il professor Bausola, un altro lascito di Guitton è stato l'essersi impegnato nel
dialogo, con credenti e non credenti, tenendo conto della realtà contemporanea.
Infine, "con Paolo VI il fascino fu reciproco, per spiritualità e interesse umano per
una filosofia che apre alla mistica, non astratta e non individualistica".
Anche un altro filosofo, Dario Antiseri, elogia Guitton: in particolare per la fede
nella Chiesa e per la speranza nell'unità di tutti i cristiani (entrambe le cose espresse
da Guitton nel suo "Che cosa credo"). La sua fede, dice Antiseri è stata "sempre
indomita e sempre attenta alle ragioni dell'ateo". Guitton, poi, ha avuto maestri come
Pouget, padre Portal, Bergson, Blondel, ma "ricordava anche l'insegnamento della
madre che soffriva in cuor suo il conflitto tra la Bibbia e la scienza, e che quando
aveva dieci anni gli spiegò l'evoluzionismo con le parole del testo sacro: il fango,
aggiunse, nella creazione dell'uomo rappresentava l'animale e il soffio di Dio lo
spirito". Ma essenziale per Antiseri, in Guitton è stata la ribellione alla riduzione del
cristianesimo a etica: "Per Guitton, Cristo è la realtà, il figlio di Dio, non un profeta
di etica. E questo è oggi importante, perché spesso il cristianesimo è ridotto a etica
e compito sociale". Infine, sostiene Antiseri, "Guitton si è schierato contro filosofi e
uomini che non credevano in Dio ma nell'Uomo, come un assoluto terrestre: questo
era per lui un bersaglio polemico".
Lo scrittore e critico Valerio Volpini individua l'aspetto notevole di Guitton nel
'900 nel suo avere attuato "un momento ricostruttivo della filosofia dopo la
negazione". Volpini vede questo movimento di pensiero attuarsi "contro quelli che
vogliono fa saltare il mondo" in modo "umile, spiritoso". E che corrisponde
all'uomo: Volpini ha conosciuto Guitton e lo ricorda acuto e semplice nei giudizi
benché "espressi con convinzione". Caratteristica di Guitton, ricorda Volpini, era "il
piacere di convenire, di essere d'accordo con l'interlocutore: aveva il carisma della
carità intellettuale". Guitton ci lascia "la semplicità con cui si interrogano i Padri della
Chiesa e ci ha fatto sentire l'importanza di Bergson. C'è stato nella sua filosofia un
magistero narurale: apprendere dai filosofi per insegnare agli uomini, come fatto di
testimonianza". Valerio Volpini infine ricorda di Guitton il fatto "d'aver desiderato e
voluto interiormente il Concilio, di avervi partecipato, unico intellettuale laico, e
quindi l'averlo divulgato con una finezza intellettuale che entusiasmò Paolo VI".
La critica d'arte Cecilia De Carli, che ha curato una mostra di quadri di Guitton a
Brescia, ricorda infine che la passione del dipingere gli veniva dalla madre: "Aveva
preso lezioni da maestri che gli avevano insegnato a disegnare senza colorare,
mentre poi il colore sarà fondamentale nella sua pittura". Guitton dipingeva ritratti
"cercando di svelare il nascosto" come mezzo di conoscenza, scene evangeliche e
schizzi vari. Tra l'altro l'amico Paolo VI lo mandò "a scuola" da altri pittori amici e
scultori. Guitton, ricorda Cecilia De Carli, aveva una sua estetica e poetica e scrisse
una "Teoria del colore" in cui definiva il colore come rivelazione della luce, capacità
di dire quel che la luce non dice, e che svela l'eternità nel tempo presente". |