Quando Jean Guitton disse: l'inferno è vuoto| Ricordo del grande filosofo cattolico scomparso domenica: i desideri, i sogni, le idee e le speranze sull'aldilà |
| "Je n'ai pas le droit de mourir avant l'an 2000", non posso morire prima del 2000, mi ripeteva spesso
Jean Guitton esprimendo apertamente il desiderio vivissimo di varcare le soglie del nuovo millennio.
Con il candore che lo rendeva tenero bambino di fronte alla grandezza della vita, mi assicurava che
ciascuno di noi può scegliere il momento della propria morte: così era stato per Paolo VI, di cui fu grande amico e consigliere, che aveva scelto per sé il giorno della Trasfigurazione del Signore. Lui,
invece, voleva morire un 18 agosto, giorno in cui era nato. E' spirato invece nella domenica in cui
viene proclamata la risurrezione di Lazzaro, preludio a qualcosa di ancor più grandioso. Un segno preciso e luminoso, per lui, che ha fatto del rapporto fra tempo ed eternità l'oggetto della sua
riflessione filosofica: "Il tempo è l'eternità già cominciata, l'eternità è la continuazione del tempo dopo
la morte". E se da sempre affermava che "pensare a Dio è l'atto più bello che si possa fare" ora ha
raggiunto l'origine di quel pensiero.
Diceva: "Sopravviverò a me stesso in due modi: in bianco e nero e a colori, attraverso i miei scritti e i
miei dipinti". Amava i colori perché li considerava una anticipazione della gloria di Dio. Amava,
soprattutto, fare ritratti, perché nel viso riconosceva l'essenza dell'uomo e perché gli interessavano
solo le idee transustanziate in un volto. Come quello di Pascal, che gli aveva insegnato che il
pensare umano non può essere misurato con il pensiero umano. Jean Guitton era un estroverso che
invitava all'interiorità. Ancora qualche anno fa, ogni mercoledì, un gruppo di studenti si radunava a
casa sua: seduti per terra, per ore e ore stavano ad ascoltarlo mentre parlava di Platone, di Teilhard de Chardin, del confronto tra fede e scienza. "Non sono invecchiato ma ho vissuto più giovinezze",
amava dire con un certo vezzo e questa convinzione faceva di lui veramente uno spirito giovane,
nonostante i suoi 98 anni. Era un uomo simpatico, sempre pronto all'ironia, capace di leggerti con
uno sguardo, diceva di essere un ticologo, di saper intuire il destino (la tyche) delle persone grazie a
una ispirazione mistica: così fin dall'inizio sapeva che Louis Althusser, il suo miglior allievo, lo
avrebbe tradito (ma lui nel suo cuore non lo rinnegò mai).
Rimasto vedovo, Guitton non volle farsi prete per rimanere laico e poter cercare nel dubbio le ragioni
per credere. Non stupisca la sua affermazione: "Sono stati gli atei i miei veri maestri". La sua
originalità di pensiero rischiò di farlo mettere all'indice per ben due volte, ma per ben due volte i suoi
libri (uno su Gesù e l'altro sulla Vergine) furono salvati da due futuri papi (Roncalli e Montini). La
"provocazione" intellettuale era il sale della sua fede: nei dialoghi che ho avuto con lui e raccolti poi
in volume egli sostiene che l'inferno è vuoto in virtù delle sofferenze offerte dai santi a Dio. Non
manca poi di consegnarci anche due profezie: una riguarda l'umanità che, nel prossimo secolo, dovrà
scegliere tra il bene assoluto e il male assoluto, e l'altra che vede nella Cina l'avvenire della religione
cattolica.
| L'autrice di questo articolo ha scritto il libro-intervista con Jean Guitton "L'Infinito in fondo al cuore",
Mondadori, pp. 262, L. 30.000. | |