"MARX E GRAMSCI"UN QUADERNO PER LA POLITICA Il rapporto tra Stato e società civile secondo Karl Marx e Antonio Gramsci |
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| Pubblichiamo ampi stralci della relazione "Stato e società civile da Marx a Gramsci" al convegno su "Marx e Gramsci" che si apre oggi a Trieste |
L'interesse che si appunta oggi sul tema della società civile non è neutro, ma politicamente segnato. Il tema della società civile è tornato al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica negli anni '80. Dapprima nell'ambito della cosiddetta "rivoluzione neoconservatrice", per sostenere la volontà di riscossa e di rivincita dell'economia e del mercato sulla politica, sullo Stato (e sullo Stato sociale soprattutto). Poi, con l'89, anche "a sinistra", una sinistra che voleva tagliare i ponti con le tradizioni comunista e socialdemocratica. Anche qui "largo alla società civile", dunque, e anche "largo al mercato", basta con la politica, con i partiti, con lo Stato. Due posizioni diverse, quella neoliberista e quella liberal, ma non senza legami, concettuali e politici. (...)
Questa tendenza ebbe un precipitato politico di rilievo, l'affermazione di Forza Italia, cioè di una nuova destra che ha fatto della privatizzazione di tutto (dalle aziende statali e municipali all'istruzione e alla scuola), del ridimensionamento dei partiti e della politica, della rivincita della società civile appunto, la propria bandiera. Senza spesso trovare, a sinistra, programmi e politiche molto differenti. Di recente, un tentativo in parte diverso di rilanciare a sinistra il concetto di società civile è stato effettuato da
Bruno Trentin. (...) L'autore che Trentin usa di più in questa sua operazione culturale e politica è Antonio Gramsci, affermando di accoglierne l'accento posto sul concetto di società civile. Senza accorgersi, a mio avviso che così facendo egli in realtà non accoglie tanto le tesi di Gramsci sulla società civile, quanto l'interpretazione (notissima ma discutibile) che ne ha avanzato fin dal 1967 Norberto Bobbio. Detto in estrema sintesi (per una discussione più particolareggiata devo rinviare al mio libro Gramsci conteso), il ragionamento di Bobbio è il seguente: sia per Marx che per Gramsci la società civile è il vero "teatro della storia" (la celebre espressione che Marx usa nella Ideologia tedesca). Ma per il primo essa fa parte del momento strutturale, per il secondo di quello sovrastrutturale: per Marx il "teatro della storia" era la struttura, l'economia, per Gramsci la sovrastruttura, la cultura, il mondo delle idee.
Ma le cose stanno davvero così?
Il tema della società civile e del rapporto tra Stato e società civile interessa Marx fin dalle sue opere giovanili, ne costituisce anzi uno dei motivi centrali. Nella Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico (1843), Marx - seguendo il procedimento applicato da Feuerbach alla critica della religione, ovvero il rovesciamento del rapporto tra soggetto e predicato - afferma che in Hegel il soggetto è lo Stato e il predicato è la società civile, mentre nella realtà è l'esatto contrario: il soggetto va ricercato nella società civile. Ha dunque ragione Bobbio quando afferma che lo Stato in Marx è "momento secondario o subordinato rispetto alla società civile". Questa posizione marxiana non sarà rinnegata lungo l'intero percorso teorico dell'autore. Ho già accennato al brano dell'Ideologia tedesca che afferma che la "società civile è il vero focolare, il teatro di ogni storia". Ma le citazioni potrebbero essere molte: basti pensare ai celebri brani della Prefazione (del '59) al Per la critica dell'economia politica. (...)
Tuttavia, se questo è vero, è anche vero che nell'opera di Marx si trovano elementi che inducono anche a una lettura più complessa della dicotomia Stato-società, una lettura in parte diversa, che non vuole negare il "rovesciamento" operato rispetto a Hegel, ma problematizzare e il concetto di società civile, i contenuti di cui esso si nutre, e l'intera valutazione della separazione Stato-società.
Già Gerratana ha a suo tempo rilevato - proprio replicando a Bobbio - che non è del tutto vero che il concetto di società civile in Marx appartiene al solo momento della struttura. Nella Questione ebraica, ad esempio, Marx sembra credere che della società civile facciano parte, oltre che il mondo economico, pure "elementi" quali la "cultura" o la "religione". I "presupposti" dello Stato, ciò che viene prima dello Stato, sono dunque sia elementi materiali che elementi spirituali e culturali. (...) Anche da una lettura più attenta della citata Prefazione del '59 è possibile trarre una analoga convinzione, poiché se "l'anatomia della società civile" è per Marx da ricercare "nell'economia politica", è anche vero che in un corpo la struttura portante, lo scheletro, non è poi tutto. Sono dunque presenti nella società civile di Marx sia elementi strutturali che sovrastrutturali. Anche se certo sono i primi ad essere centrali.
Più in generale, la dicotomia Stato-società è - per Marx - propria della società borghese; è parallela o addirittura sovrapponibile a quella fra bourgeois e citoyen, che Marx critica in nome di una sintesi e di una ricomposizione superiori. Marx cioè non si limita a rovesciare l'hegeliano rapporto Stato-società, si oppone a questa opposizione, critica la dicotomia tra sfera pubblica e privata, in qualche modo rifiuta il confinamento del politico nello Stato e del socio-economico nella società, mostra come potere e politica attraversino entrambi i momenti.
In altre parole, si tratta di prendere le distanze da una lettura meccanicistica del rapporto struttura-sovrastruttura, lettura che invece Bobbio fa sua, lettura che ha nella citata Prefazione del '59 il suo modello classico, testo che però proprio Gramsci ha saputo reinterpretare in senso antideterministico. Si tratta di prendere le distanze da una concezione in cui la determinazione in ultima istanza di uno dei due termini (struttura o sovrastruttura) diverrebbe determinazione forte e immediata dell'altro livello di realtà: "teatro di ogni storia".
Se veniamo ai Quaderni del carcere, il discorso si complica o, per meglio dire, si complica il tentativo di leggerne la complessità e ricchezza con gli strumenti categoriali rigidamente dicotomici messi in campo da Bobbio. Come già obiettò nel '67 Jacques Texier, il concetto fondamentale di Gramsci non è la società civile ma il "blocco storico". Il che vuol dire che la distinzione tra Stato e società civile è di natura metodica e non organica: "In realtà - scrive Gramsci - questa distinzione è puramente metodica, non organica e nella concreta vita storica società politica e società civile sono una stessa cosa". E' da qui che nasce il concetto centrale (nei Quaderni) di "Stato allargato". Struttura e sovrastruttura, economia, politica e cultura sono per Gramsci sfere unite e insieme autonome della realtà. Uno dei punti centrali del marxismo di Gramsci è questo non separare in modo ipostatizzato alcun aspetto del reale. Vi è in Gramsci anche una novità rispetto a Marx? In parte sì: è quella relativa al ruolo dello Stato e del politico. (...) Ciò fa sì che mentre Marx pensa il rapporto dialettico di società e Stato a partire dalla società, Gramsci pensa il rapporto dialettico di società e Stato a partire dallo Stato. Mi preme sottolineare però un fatto: se ciò avviene, è anche perché nel marxismo di Gramsci irrompono le novità registrate nel rapporto tra economia e politica nel Novecento, l'allargamento dell'intervento statale nella sfera della produzione, l'opera di organizzazione e razionalizzazione con cui il politico si rapporta alla società e anche la produce. Bolscevismo, fascismo, keynesismo, welfare sono tutti esempi di questo nuovo rapporto tra economia e politica, che si afferma a partire dagli anni venti e che costituisce rispetto al capitalismo di Marx una novità grande. Gramsci, in campo marxista, è uno dei primi a coglierla, teoricamente e politicamente.
Tutto ciò vuol dire che Gramsci è un teorico dell'"autonomia del politico"? Non credo. Sicuramente sbagliano quelle letture che, magari sottolineando più del dovuto il suo giovanile "sorelismo", hanno cercato di farne un teorico dell'"autonomia del sociale". Ma la dialetticità del suo pensiero (oltre che tutta la sua biografia umana e politica) devono indurre a evitare anche l'errore opposto. La modernità del pensiero di Gramsci sta nel fatto che, nella sua concezione, la statualità e la politica che egli propone comprendono la società, anche nel senso che se ne nutrono, che non la negano, che non se ne separano. Gramsci ha ridefinito il concetto di Stato ma ha anche allargato il concetto di politica. Se si separa società e Stato, politica ed economia, società e politica, si è fuori del solco del suo pensiero. Ma - cosa ben più importante - la sinistra rinuncerebbe così agli unici strumenti (la politica, lo Stato) fin qui trovati per opporsi alla legge del mercato, alla legge della giungla. O, per dirla con il vecchio Hobbes, alla guerra di tutti contro tutti. Che è, appunto, la legge del capitale. Abbiamo qualcos'altro con cui sostituirli? |