| DALLA PAROLA DONAZIONE LUCE SULLA LEGGE | La nuova legge sul trapianto di organi è a metà strada: approvata dalla Camera dei deputati, attende ora il voto del Senato. L'intervallo ci sembra un momento propizio - placate le polemiche insorte subito dopo l'approvazione - per qualche riflessione più serena sull'argomento. Lo spessore umano del problema coinvolge tutti, e non solo gli addetti ai lavori; come sempre accade, quando le regole del diritto da scrivere incrociano la civiltà stessa del diritto. Per prima cosa, empiricamente, saldamente ancorati alla concretezza, proviamo a vedere le cose con gli occhi dei malati. Pensiamo ai casi in cui il trapianto è l'ultima speranza per ridare a un cardiopatico il battito della vita, per affrancare un dializzato dal laccio doloroso della macchina, per dare a un cieco la luce, e via dicendo. Sappiamo che fra noi ci sono persone che soffrono e muoiono, perché qualche loro organo vitale è malato, e che potrebbero vivere se ricevessero da un morto il dono di un organo ancora buono, prima che se lo prenda la terra del cimitero. Che cosa giova, a chi è morto, rendere il corpo alla putrefazione quando un espianto d'organo potrebbe salvare una vita con il trapianto? In Italia, secondo alcune stime, la lista d'attesa (soprattutto per cuore e fegato) per poter vivere ancora, è lunga 12 mila nomi. Ma forse molti moriranno, se i trapianti che si riescono a fare, da noi, sono soltanto poco più di duemila l'anno. In proporzione, in Austria e in Spagna se ne fanno il doppio. Perché?
E' necessario, da noi, che si diffonda di più la cultura della donazione degli organi dopo la morte. E' sconfortante sentire ancora riprodotti, a volte, gli argomenti della diffidenza e della ignoranza; e i fantasmi degli organi "predati" sul limitare della morte. No, queste sono bugie, sono suggestioni dissennate. Il prelievo di organi è prelievo da un cadavere; di questo stiamo parlando, di questo si occupa la legge (e prima della legge, la scienza). Un cadavere non è più un soggetto, è una spoglia. Non è più una persona, è una cosa. E torna alla terra, cenere alla cenere, polvere alla polvere. Piuttosto, è giusto ricordare che un cadavere non è una "cosa" come tutte le altre. Il corpo dell'uomo, pur dopo la morte, ha qualcosa che richiama la sfera del sacro. Nella liturgia dei defunti, a quel corpo vien dato l'onore dell'incenso, il profumo regale. Dove viene sepolto, la pietà umana colloca i segni d'una memoria affettuosa che perdura nel tempo. Da che mondo è mondo, i segni della civiltà umana sono intrecciati ai segni della pietas funeraria, dagli egizi ai giorni nostri. Non è dunque possibile alcun riduzionismo; non è possibile intendere il corpo, che è stato tempio dello spirito, come un assieme di pezzi di ricambio, senza avvilire il suo profilo "umano". Per questo, la parola "donazione", in tema di prelievo e di trapianto, è irrinunciabile. Sono contento che la legge l'abbia conservata. Se è questa parola ad illuminare il senso della legge, allora le varie norme, anche quelle così discutibili, prenderanno un senso coerente: compresa la più contestata e contestabile, sul "silenzio-assenso". Sappiamo di che cosa si tratta: ci sarà chiesto dall'autorità sanitaria di dire "sì" o "no" alla domanda se si è disposti a donare organi dopo la morte. Ci sarà spiegato chiaramente che cosa si tratta di decidere; e saremo liberi di dire "sì" o "no", e avremo tre mesi per pensarci su. Ma per chi non dirà nulla (ecco il punto) sarà come se avesse detto di sì. E quando sarà morto, si potrà fare il prelievo dei suoi organi. In questo meccanismo, se non si ribadiscono alcuni principi, resta qualcosa di sgradevole: resta il fantasma di una sorta di destinazione presunta dei cadaveri ad una disponibilità comune, pubblica, che il privato ha il potere di rifiutare, se vuole; ma deve farsi parte diligente, e parlare, se vuol sottrarsi a questo generalizzato esproprio. Ecco: abbiamo descritto questo fantasma emotivo con la massima enfasi; ma proprio per sconfiggerlo, perché la legge non è così, non può essere così.
La donazione degli organi resta una donazione, e resta una decisione positiva, il frutto di un "sì" interiore (e non potrebbe essere diversamente); si stabilisce però che per comunicare il proprio sì è sufficiente non rispondere di no. Fermo restando che è proprio quella scelta di non rispondere di no (come sarebbe possibile), il segno della propria libera determinazione al sì. Così dev'essere, per sconfiggere il fantasma. Però questo congegno contiene un errore psicologico: che gli appassionati del sì, quali tutti dovremmo essere, non avranno una ragion pratica per rispondere. Se il silenzio vale "sì", tanto vale risparmiarsi la fatica della risposta. Errore: così non si saprà mai se il consenso silenzioso viene dall'amore, o dalla pigrizia, o dal disinteresse. Meglio sarebbe stato un diverso congegno, e la legge può ancora fare in tempo a rimediare. Ma se la legge non rimedierà, sarà bene che noi cittadini lasciamo in soffitta il silenzio-assenso, con un coro di "sì" chiaro e forte, con una motivazione di solidarietà e d'amore. |