RASSEGNA STAMPA

11 MARZO 1999
FLORES D'ARCAIS
Noi prigionieri del pensiero frivolo
Questioni legate alla vita e alla morte sono ridotte a semplici alterchi filosofici. La morale ha bisogno di ben altro
Anticipiamo un capitolo dal nuovo libro di Paolo Flores d'Arcais, "L'individuo libertario", edito da Einaudi
Più urgenti che mai sono i problemi dell'etica. Ormai davvero ineludibili, poiché i fatti di ogni giorno ce li gettano in faccia, imponendoci decisioni improcrastinabili. E non decisioni qualsiasi. Decisioni spesso - alla lettera - di vita e di morte. L'eutanasia, le clonazioni, gli alimenti transgenici, la compravendita di organi, le mutilazioni sessuali ritual-religiose, i tribunali internazionali. La bioetica di confine e il diritto senza confini. In tutti questi campi una scelta viene fatta comunque, ogni giorno. E la filosofia comincia ad avere paura di se stessa, perché l'argomentazione non potrebbe mai più restare accademia, e dovrebbe affrontare comunque la responsabilità delle conseguenze. Volente o nolente. Mentre la filosofia ha fin troppo spesso vezzeggiato, e più che mai di recente, la propria vocazione all'irresponsabilità. La extraterritorialità del suo pensare, rispetto al fare che ne può scaturire. Del resto, perfino l'Illuminismo voleva rassicurare i potenti di cui andava scalzando la legittimità. Perfino Kant voleva tranquillizzare i sovrani sul carattere innocuo della libertà di ricerca.
Non era così. E meno che mai può esserlo oggi. L'argomentazione morale, se conseguente, diventa ormai immediatamente un fare. Prova, perciò, a garantirsi l'irresponsabilità trincerandosi nei meandri narcisistici della disputa accademica. Che tritura nei dettagli di un trobar clus autoreferenziale la drammaticità ineludibile delle poste in gioco. La filosofia - soprattutto se filosofia morale, paradossalmente - sembra perciò oggi impegnata soprattutto a neutralizzare il suo significato pratico, in un fiorire di glosse e citazioni e polemiche che allontanino dalla cosa stessa, dal "sì sì, no no" che il problema etico esige, e rendano insignificante, perché impraticabile, la risposta qualora azzardata. Tradendo con ciò la vocazione più autentica della filosofia, che, già con Socrate, la voleva strumento per vivere, per decidere la vita buona, e non per contemplare o addirittura sfuggire.
In questo senso la nostra sta diventando la stagione del pensiero frivolo. Non perché giornalistico. Non perché attratto dalla sirena dei massmedia. Se nei talk show e negli editoriali la filosofia sapesse essere grande giornalismo, cioè intrattabile analisi critica delle relazioni e vicende umane, il grande giornalismo - non importa da chi praticato - si presenterebbe anzi come una forma privilegiata di filosofia, quando assume coerentemente a suo orizzonte il finito. Se l'etica, e il qui e ora dell'agire, è tradimento dei suoi esiti di disincanto, una filosofia arroccata nell'aristocraticismo del fur ewig, infatti.
Altra e più radicale - e opposta - la tentazione della frivolezza come carattere distintivo dei nostri giorni filosofici (che non diventeranno mai epoca, comunque): il ping pong scolastico dell'accademia, appunto. Che parla del mondo ma fuori del mondo, lasciandolo così com'è. Innocua, proprio quando insopprimibilmente concreti sono i problemi di cui si occupa: la giustizia, le libertà, la responsabilità. Il multiculturalismo, la bioetica, gli interventi (anche armati) umanitari. Questioni drammatiche, di vita e di morte, diventano sottigliezze cabalistiche, effimeri alterchi di bottega filosofica.
Cosa ne consegue come decisione? Quale univoco "sì sì, no no"? Se si applicasse questo criterio alle risposte della filosofia attuale, assai poco sopravviverebbe a questo più affilato rasoio di Occam. Pure, si tratterebbe di un criterio sacrosanto, quando si discuta di filosofia morale e politica. Meglio allora la metafisica d'antan che si occupava dell'Essere, non c'era equivoco. Fuggiva dal finito perché garantiva l'eterno, almeno.
Sia chiaro: restano impagabili i meriti antimetafisici della filosofia analitica, proprio nella riproposizione radicale della lezione di Hume e nella esplicitazione del carattere emotivo di ogni asserzione di dover essere. Ma delude più di ogni metafisica, quella filosofia, quando vuole poi sussumere questo ambito dentro il calcolemus delle scienze sociali. Come se le decisioni fossero cose. Vanificando così l'unico ambito - il dover essere - che resta alla filosofia nell'epoca della scienza presa sul serio (e non solo nei suoi benefici, malefici e balocchi tecnologici), cioè del disincanto. E riducendo la filosofia ad esangue esercitazione linguistica, che dichiara senza senso i problemi della decisione, che ciascuno vive come realissimi.
E invece. Proprio perché sappiamo tutto, di ciò di cui non si può sapere - perché si può solo costruire, creare, impegnarsi-per - si deve parlare. Fare senso è il nostro mestiere di esseri umani. Che si possa fare a meno del senso è irrealismo. Metafisica, e della peggiore. Il bisogno di senso è un bisogno materiale primario dell'animale uomo.
La critica analitica della metafisica, aggredendo come insensate domande che esigono invece risposte, ma di disincanto, si illude di dissolverle. Con questo "estremismo" diventa filosofia innocua perché prepara la rivincita di ogni metafisica. Le risposte alla domanda di senso devono essere sobrie e perfino implacabili, certamente. Se sono solo povere di elusione, diventano alambicco per la restaurazione dei peggiori distillati oscurantisti.
Del resto, anche i meriti altrettanto impagabili della "teoria critica" nello squadernare la saturazione autoritaria di una società che baratta le libertà per lo spettacolo, e sogna di trasformare la vita in spot, diventano apocalisse altrettanto innocua quando annullano ogni problema (e ogni possibile soluzione) nell'indistinto dell'equazione fra dominio del capitale e trionfo dell'illuminismo - già fin dai tempi dell'astuto Ulisse!
Il senso nel disincanto, questo il problema. E le decisioni che ne conseguono. Se non si torna all'interrogativo etico fondamentale, all'antinomia di un fondamento necessario e al tempo stesso impossibile, e non si esplora una via d'uscita diversa dal panico del finito, si spinge la filosofia - bene che vada e anche risparmiandole gli esoterismi oracolari postmetafisici - nelle secche di gigantesche tautologie.
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