RASSEGNA STAMPA

3 MARZO 1999
CESARE SEGRE
Il "Dialogo" in volgare
L'occhio di Galileo per vedere le stelle
Tutti d'accordo sull'eleganza dell'italiano di Galileo. Il suo Dialogo sopra i due massimi sistemi (1632) ha un'espressione limpida, una chiarezza incomparabile nel discutere problemi fisici e astronomici molto complessi. Il dibattito si sviluppa con scioltezza tra i tre personaggi: uno, Simplicio, aristotelico e tolemaico; l'altro, Salviati, propenso al sistema copernicano; il terzo, Sagredo, agilmente vicino alle idee di Salviati. Nulla di artificioso, a differenza dei tanti dialoghi stampati nel Seicento. Quello che invece non tutti tengono presente è la novità nell'uso del volgare per discutere argomenti scientifici di attualità, e delicatissimi dal punto di vista religioso, come l'ormai irresistibile giustezza della concezione copernicana. Un'audacia che a Galileo costò cara: fu dichiarato dalle autorità religiose più pericoloso di Lutero e di Calvino, costretto all'abiura e condannato al confino. Su questi temi si scriveva in latino (così Keplero). E in latino lo stesso Galileo aveva scritto, per esempio, il Sidereus nuncius (1610), per dare la notizia della scoperta dei quattro satelliti di Giove. Il passaggio all'italiano dipende solo in parte dalla sua passione letteraria, che fa di lui un Ariosto delle scienze. In verità, Galileo pensava che grazie alle sue scoperte tutti potessero vedere il mondo con occhi nuovi. Inoltre, i suoi interlocutori erano, più che i dotti, con la loro sapienza libresca, quanti esercitavano delle tecniche, avevano familiarità con le cose, disegnavano e facevano di conto.
Galileo, nei suoi scritti, descrive degli esperimenti; e chi era abituato a sperimentare quotidianamente era predisposto, riteneva, a comprenderlo. In quegli anni, grazie a Keplero, a Galileo e ad altri scienziati, si scoprivano d'improvviso le leggi di quell'universo interpretato sino allora in base ai libri dei poeti e dei filosofi. La Terra gira intorno al Sole, che è una tra milioni di stelle; la Luna rivela la conformazione e la natura delle sue macchie, sulle quali si fantasticava come se fossero immagini arcane; il Sole stesso ha macchie, osservabili grazie al canocchiale costruito da Galileo; norme precise governano i movimenti degli oggetti sulla Terra e degli astri nell'universo. Felicità somma scoprire in veloce progressione ciò che sino allora era stato nascosto da un velo. Ma era anche pericoloso. Le scoperte si scontravano con due dogmatismi alleati: quello di una buona parte dei dotti e quello della Chiesa. I dotti riluttavano ad abbandonare convinzioni rimaste in vigore per oltre un millennio, garantite dall'autorità indiscussa di Aristotele e Tolomeo. La Chiesa si sentiva ancora più ferita nel vedere messo in dubbio il sistema astronomico descritto nella Bibbia, sacro e inviolabile. Ai dotti, Galileo obiettava ruvidamente, invitandoli a leggere il libro dell'universo, non i loro libri coperti di polvere. Con la Chiesa era più sottile, non solo per prudenza, ma perché la fede non gli era stata incrinata dalla libertà di ricercatore. Galileo suggeriva perciò una lettura storicizzata dei Testi Sacri, che si esprimono secondo il linguaggio, e perciò anche gli schemi mentali, del loro tempo. La tattica di Galileo fu un'alternanza controllata fra cautelosi assaggi e mosse audaci. Sempre a contatto col Papa (specialmente Urbano VIII, suo amico), con i Gesuiti e con la Congregazione dell'Indice; abile a strappare concessioni e ad aggirare con sapienza verbale gli interdetti più severi, egli fu vittima d'una situazione di emergenza per la Chiesa stessa. Lottò, da solo, contro un potere ideologico che resisteva inflessibile anche davanti al vero. Fu, al momento, sconfitto; ma la sua sconfitta aveva in seno la vittoria. Si capisce perché Brecht abbia voluto portarne sulla scena la vicenda. È necessario rileggere ora il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo tolemaico e copernicano nella magnifica edizione critica di Ottavio Besomi e Mario Helbing (Antenore, Padova, due volumi, pp. 662 e 1096), non solo per le notizie esaurienti e gli studi sull'elaborazione del testo, per la sinossi tematica, per l'indicazione delle fonti, per il glossario, ma per l'annotazione ricchissima, ben attenta agli aspetti scientifici dell'opera: circa 800 pagine, una vera miniera. Anche a prescindere dai temi più caratterizzanti, si leggano per esempio, col commento sotto gli occhi, le pagine sulla teoria aristotelica dell'incorruttibilità del mondo. Nel discorso di Simplicio alla Terra tenebrosa si contrappongono i corpi celesti, lucidi e risplendenti; alla continua generazione e corruzione che si riscontra sulla Terra fa contrasto la solenne immutabilità dei cieli. Simplicio sviluppa un discorso mitico, anche affascinante; un discorso adatto a tempi in cui la distanza tra la Terra e gli altri corpi celesti era incalcolabile e impercorribile. Ma ormai gli scienziati potevano spingere con facilità lo sguardo sulla Luna, sul Sole e più in là ancora. E constatavano che anche tra le comete, i pianeti e le stelle c'è un continuo movimento di nascite e di morti, di disgregazione e riformazione. D'altra parte, all'occhio pacato dell'uomo di scienza questo movimento non è affatto, come ritenevano gli aristotelici, corruzione, ma anzi dinamismo e persino vita. La vantata incorruttibilità è morte e non c'è principe, dice poeticamente Sagredo, che non darebbe tutti i suoi gioielli e i suoi ori per "piantare in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina, per vederlo nascere e produrre sì belle frondi, fiori così odorosi e sì gentili frutti".
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