Contro i falsi profetiTorna von Hayek, a lungo snobbato dalla cultura italiana Una diagnosi amara del ruolo degli intellettuali: troppi maestri e predicatori
hanno inseguito il sogno di una "società perfetta" |
| Se i nostri uomini politici trovassero il tempo di leggere di Hayek almeno La società
libera, eviterebbero di dire tante insulsaggini sul liberalismo. E questo vale per i laici
e per i non laici, per i politici di sinistra e non di sinistra". Questo scrive
Sergio Ricossa nella Prefazione alla nuova edizione italiana de La società libera di
Hayek, che appare presso la Seam nella collana "Frontiere" diretta da Luciano Pellicani.
"Male - afferma Hayek - non è il potere come tale - la capacità di realizzare quel
che uno vuole - ma solo il potere di esercitare la coercizione, di forzare altri uomini a
servire la propria volontà con la minaccia di far loro danno". E precisa che "la
coercizione è un male perché impedisce a una persona di utilizzare completamente le
sue facoltà mentali e di conseguenza gli impedisce di dare alla comunità il maggior
contributo di cui è capace. Chi è sottoposto alla coercizione cercherà pur sempre di
fare quanto meglio può per se stesso, ma l'unico piano di vasta portata in cui le sue
azioni si adattino è quello concepito dalla mente di un altro". Per contrario, libero è,
ad avviso di Hayek, chi ha la possibilità di agire in base alle sue decisioni e ai propri
progetti utilizzando le proprie conoscenze, diversamente da chi è soggetto alla
volontà di un altro che con una decisione arbitraria può costringerlo ad agire e a non
agire in determinati modi. Libero è, insomma, chi è indipendente dall'arbitraria
volontà di un altro.
E la libertà dei singoli individui è necessaria per il buon funzionamento della più
ampia società. Difatti, "perché il sistema funzioni, l'essenziale è che ogni individuo
possa agire in base alla sua particolare conoscenza, sempre unica, almeno in quanto
si applica a circostanze particolari, e che possa utilizzare le sue capacità individuali e
le sue occasioni entro i limiti a lui noti e per un suo scopo individuale". In altre
parole, la nostra conoscenza, oltre che fallibili, sono dispersi tra milioni e milioni di
uomini, e per questo una società libera, in cui vige la cooperazione nella divisione del
lavoro, "può utilizzare molte più conoscenze di quante non ne potrebbe contenere la
mente del più saggio dei governanti". Ecco, dunque, dove risiede il valore della
libertà individuale: esso "poggia soprattutto sul riconoscimento dell'inevitabile
ignoranza di tutti noi nei confronti di un gran numero dei fattori da cui dipende la
realizzazione dei nostri scopi e della nostra sicurezza. La libertà è essenziale per far
posto all'imprevedibile e all'impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come
abbiamo imparato, da essa nascono le occasioni per raggiungere molti dei nostri
obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, e in particolare, raramente sa chi di noi sa
fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per
propiziare la nascita di quel che desidereremmo quando la vedremo".
La libertà, dunque, risulta inscindibilmente connessa alla consapevolezza non solo
della fallibilità delle nostre conoscenze, ma anche alla nostra "ignoranza". Ed è
esattamente per evitare la schiavitù, che occorre abbattere la presunzione della
nostra ragione - quella illuministica "presunzione fatale", frutto di "una
irragionevole Età della Ragione".
Dobbiamo, insomma, ammettere che la massima socratica, secondo la quale il
riconoscimento della nostra ignoranza è il principio della saggezza, "ha un significato
profondo per capire la nostra società". E noi capiamo la nostra società allorché ci
rendiamo conto che la civiltà è sì frutto dell'azione umana o meglio "dell'azione di
qualche centinaio di generazioni, ma non è l'esito di disegni umani intenzionali. Da
qui si comprende la critica alla concezione costruttivistica stando alla quale tutte le
istituzioni e tutti gli eventi sociali (buoni e cattivi) sono completamente in mani
umane. Dai ventiquattro capitoli del libro - nei quali si intrecciano riflessioni teoriche
e soluzioni pratiche - emerge con chiarezza un ideal-tipo di "liberale" su cui sarebbe
più che opportuno che riflettessero tutti i nostrani neo-convertiti al liberalismo.
Il liberale "è, come si è visto, una persona consapevole della propria e dell'altrui
fallibilità, e della propria è dell'altrui ignoranza; difende l'economia di mercato, non
solo perché questa genera il più ampio benessere, ma soprattutto a motivo del fatto
che senza economia di mercato non può esistere nessuno Stato di diritto - e difatti
"chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini". Il liberale rifiuta l'idea liberticida,
stando alla quale sopra all'individuo ci sarebbe qualche altra entità - come, per
esempio, lo Stato, il partito, la classe. Il liberale sa che la (presunta) società perfetta
è la negazione della società aperta: in ogni utopista sonnecchia un capitano di
ventura. Il liberale - afferma con molta decisione Hayek - non è un conservatore: il
conservatore teme le novità; il liberale, invece, assume la concorrenza come
procedimento di scoperta del nuovo. Il liberale non è un anarchico, non è un
libertario: il liberale non pensa che non ci siano funzioni e compiti da affidare al
governo. Il liberale, diversamente dai costruttivisti, sa che non tutte le istituzioni e
non tutti gli eventi storico-sociali sono esiti di piani intenzionali - si danno, infatti, le
inevitabili conseguenze inintenzionali di azioni umane intenzionali. E pertanto il
liberale è avverso pure alla teoria cospiratoria della società, stando alla quale tutti
gli eventi sociali negativi sarebbero frutto di cospirazione o congiure ordite da nemici
o comunque da individui malvagi - la realtà è che possono esistere cause senza
colpe e riuscite senza merito. Il liberale difende, contro lo Stato onnivoro, i corpi
intermedi e le istituzioni volontarie.
Mercato e solidarietà per l'economista austriaco sono coniugabili. Non coniugabili
sono, invece, mercato, e dissipazione della risorse, mercato e corruzione; lo
statalismo fa l'uomo ladro, e trasforma i cittadini in accattoni ricattabili i quali per
mestiere fanno gli elettori. E, da ultimo, il liberale non è anticlericale. Scrive Hayek:
"A differenza del razionalismo della Rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha
niente contro la religione, e io non posso che deplorare l'anticlericalismo militante ed
essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del
XIX secolo |