Il filosofo Cacciari e il teologo Scola a confronto sulla "Fides et ratio"| Il coraggio di ritrovare la ragione |
| Un dialogo "amichevole e franco" su una relazione, quella tra fede e
ragione, tra teologia e filosofia, una relazione antica e pur sempre nuova,
problematica quanto poche altre. Un dialogo su "Fides et ratio", l'ultima enciclica di
Giovanni Paolo II, tra studiosi e docenti di diverse discipline e anche di diverse aree
culturali, promosso nel capoluogo dell'isola dalla facoltà teologica di Sicilia e
dall'Istituto di formazione politica "Pedro Arrupe". Un dialogo - sottolinea il
cardinale Salvatore De Giorgi, arcivescovo di Palermo - dal quale può derivare "un
cammino più proficuo non solo per meglio conoscersi ma anche per meglio
conoscere quella verità che è nel desiderio più profondo degli uomini". A introdurre
la riflessione il professor Massimo Cacciari, filosofo e attuale sindaco di Venezia, e
monsignor Angelo Scola, teologo e rettore dell'Università Lateranense.
Cacciari sceglie un avvio in positivo e illustra il maggior pregio - secondo lui - nel
documento papale: "Aver rimesso al centro dell'attenzione il problema del rapporto
tra filosofia e teologia. In particolare, aver invitato la filosofia a ripensare alle proprie
ragioni di fondo, averla invitata a superare pensieri un po' errati o deboli. Questa è
l'importanza di fondo". Dopo l'aspetto positivo il primo cittadino di Venezia passa a
quello che considera un limite della "Fides et ratio": "Una scarsa conoscenza,
parrebbe, dei termini esatti in cui oggi la filosofia svolge il suo lavoro. La riduzione -
precisa - della ricerca filosofica attuale al pensiero debole, scetticismo, empirismo,
eccetera, che sono solo elementi, appunto, un po' deboli della riflessione filosofica
attuale".
I teologi ovviamente non ci stanno. Le argomentazioni a contrario rispetto alle tesi
di Cacciari, sono tante. Monsignor Scola precisa che la sua non è una difesa
d'ufficio: "A me pare - sostiene - che questa enciclica presenti una straordinaria
apertura nel paragone con la modernità perché essa propone anzitutto un recupero
integrale della ragione, certo di una ragione che non si pretenda assoluta, cioè
separata e totalizzante ma che sia piuttosto l'espressione del cuore profondo
dell'uomo e che accolga tutte le domande costitutive di questo cuore". Quali
domande? "Da quelle più semplici ed elementari - aggiunge monsignor Scola - da
dove vengo, dove vado, perché amo, perché lavoro, perché vivo, perché soffro,
sino ai tentativi di dare risposta a quelle più complesse".
Scola parla di un lavoro "encomiabile" compiuto dal Santo Padre: "non solo perché
libera la ragione dal rischio di molti "ismi", moderni e contemporanei, così come
sono sinteticamente sobriamente descritti, ma soprattutto quando la lancia nel
paragone incessante a cui ognuno di noi è chiamato ogni giorno con le circostanze e
i bisogni della vita, perché questo è alla fine ciò che conta, e questo ciò per cui alla
fine filosofi e teologi, ragione e fede si danno, cioè per aiutare l'uomo nel desiderio
costitutivo di guadagnarsi quella pienezza e quella felicità a cui con tutto il suo cuore
aspira". Una enciclica, insomma, molto coraggiosa: "Essa rappresenta - conclude
Scola - una possibilità offerta non soltanto all'Occidente, ma soprattutto
all'Occidente e al Nord opulento del pianeta di ripensarsi in profondità. Ed è molto
significativo che tutta l'Italia "filosofica" stia discutendo ancora, mesi dopo la sua
pubblicazione, di questa enciclica. Anzi sotto un certo punto di vista sembriamo un
po' latitanti proprio noi teologi". Il confronto continua. |