MATERIALISMOIL PASSATO PROFANO DI UN TEMPO SACRO Il ricorso alla memoria per uscire dal labirinto della teoria dell'anima e sfociare nello spazio pubblico della politica |
|
| Paolo Virni, "Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico", Bollati Boringhieri p. 162, L. . 24.000 | Non inganni la dimensione smilza del volume, l'ambizione di Paolo Virno è robusta. E ben venga questo mirare alto in un paesaggio filosofico fatto solo di importatori o esegeti. Infatti, per quanto svelato solo all'ombra di una nota, l'obiettivo di Il ricordo del presente. Saggio sul tempo storico (Bollati Boringhieri p. 162, L. . 24.000) è di elaborare, a partire dalla memoria, nientemeno ciò che Jean-Jacques Rousseau ha realizzato con la volontà e Marx con l'intelletto, cioè il ponte fra quel che una volta si chiamava la "teoria dell'anima" e la teoria politica.
Scrive infatti Virno: "E' noto che Rousseau ha elaborato il concetto fondamentale della sua filosofia politica chiamando in causa una facoltà esistenziale, la volontà, che, pure, di tutte è sempre sembrata la più intima, personale, segreta. Rousseau parla di volonté générale. Meno noto (...) è il ricorso di Marx alla facoltà dell'intelletto per indicare la massima potenza della società, quella che già sempre accomuna i singoli produttori. Marx parla di general intellect. In modo non dissimile, bisognerebbe considerare la facoltà della memoria". E Virno conclude chiedendosi: "Volontà-politica, Intelletto-legame sociale, Memoria-storicità?".Il ricordo del presente costituisce dunque un'indagine metafisica e insieme un'opera di filosofia politica. Concetti come lavoro e capitalismo, usati spessissimo in economia, sono invece restati pressoché impensati in filosofia, sostiene Virno che perciò vuole condurre sul capitalismo un'operazione simile (e antitetica) a quella che Martin Heidegger compì sulla tecnica, quando ne dispiegò tutta la valenza filosofica: "A chi ritiene il salario un tema per sindacalisti, non per filosofi, c'è da replicare soltanto che, in base a un criterio siffatto, Heidegger andrebbe annoverato tra i periti chimici, essendosi occupato con qualche insistenza della tecnica", ribatte fulmineo Paolo Virno.
E Heidegger è uno dei bersagli principali di questo libro, sia direttamente come il teorico dell'"essere-per-la-morte", sia in modo mediato, attraverso la lettura heideggeriana che
Alexandre Kojève dà di Hegel quando preannuncia la tesi, divenuta poi celeberrima, de "La Fine della Storia".
L'operazione filosofico-politica che si prefigge Virno implica perciò un dispositivo multiplo, un'arma a più tagli. Il fulcro di questo dispositivo, abbiamo visto, Virno lo individua nella memoria. Ma quale memoria? Per precisarlo, per "pensarlo", Virno parte da un fenomeno a prima vista minore, quello del Déja vu, cioè l'impressione, che talvolta ci coglie, che quel che ci sta avvenendo per la prima volta sia in realtà la ripetizione di qualcosa già successo, che un presente inedito sia la replica di un passato preciso. Come per Michel Foucault la storia della follia nella modernità illumina di luce imprevista la "ragione occidentale", così per Virno l'aberrazione del déjà vu chiarisce i meccanismi e la natura della "memoria". Se la memoria è il filo d'Arianna che gli permette di uscire dal labirinto della teoria dell'anima per sboccare nello spazio pubblico della politica, il déja vu ne costituisce il capo da cui svolgere il bandolo. Il déja vu è particolarmente istruttivo perché svela in un'anomalia il rapporto che la memoria ha col presente. Qui Virno fa propria una tesi già formulata da Henri Bergson (da cui è ripreso anche il titolo "ricordo del presente") e che risale ad Agostino di Ippona. E già quest'alleanza concettuale stretta (per condurre un'operazione di materialismo filosofico) con uno spiritualista francese d'inizio secolo e un padre della chiesa di 1.500 anni fa, ci fornisce un chiaro indizio sulla spregiudicatezza e sull'originalità con cui Virno piglia di petto alcune tra le più ardue questioni contro cui hanno sbattuto il capo tanti pensatori.
Il nocciolo è che, secondo Bergson-Virno, non c'è un "prima" della percezione del presente e un "dopo" del ricordo del passato, cioè non è vero che prima percepiamo e poi ricordiamo, ma percezione e memoria sono due modi simultanei con cui noi entriamo in relazione col presente. Già Agostino aveva rivendicato la "memoria del presente", e, così facendo, aveva affermato il suo primato sulle altre facoltà dell'animo come la volontà (Rousseau) e l'intelligenza (Marx): "Nel De Trinitate Agostino ravvisa una fondamentale analogia tra le facoltà della mente e le persone della Trinità divina. La memoria è l'effige del Padre, l'intelletto imita la natura del Figlio, la volontà corrisponde allo Spirito Santo. Senonché il Padre, pur essendo soltanto una delle figurie trinitarie, racchiude in sé l'intera Trinità".
Il primato della memoria ha pesanti conseguenze sulla struttura e la natura del tempo e della temporalità. Mentre per Agostino, nella temporalità il primato spetta al presente ("non ci sono un passato, un presente, un futuro, ma c'è un presente del passato, un presente del presente e un presente del futuro"), e mentre per Heidegger e gli heideggeriani la temporalità è determinata dal futuro ("Il passato scaturisce in un certo modo dall'avvenire"), Virno rivendica un "primato del passato" nella temporalità.
Si capisce ora perché il sottotitolo del libro è "Saggio sul tempo storico". Per discutere la natura del tempo, per sostenere la tesi del primato del passato, Virno si appoggia sul concetto aristotelico di potenza, approfondendolo, modificandolo (e trasformandolo radicalmente), fino a far combaciare il concetto di potenza con quello di "passato indeterminato", dotato di una "perenne inattualità" che permane anche quando combacia col presente. E in quest'"inattualità del presente" sta la peculiarità del ricordo. E' questa la parte più tecnica del libro, la più esposta a discussioni che qui sarebbero troppo specialistiche.
La natura politica della discussione sul tempo appare chiara se si considera: 1) che i teorici della fine della storia sono gli stessi che affermano il primato del futuro nella temporalità; 2) che, poiché quel che il capitalista compra non è un preciso lavoro eseguito, ma la generale capacità di lavorare, "la forza-lavoro in quanto pura facoltà disapplicata", allora "il fulcro del processo di accumulazione capitalistico" sta "nella compravendita del tempo". Dalle fila di questo ragionamento complesso risulta che nel capitalismo è insito un fondamentale anacronismo, che a caratterizzarne il processo storico è proprio quella "contemporaneità del non contemporaneo" di cui hanno parlato prima Ernst Bloch e poi Reinhart Koselleck. Molto belle sono le pagine finali in cui, una volta affermato che solo nel capitalismo "la storicità dell'esperienza si lascia esperire storicamente", Virno affronta la relazione tra storicità e tempo metastorico (cioè tempo del mito, della religione, od origine del tempo). Qui, contro quel che chiama "materialismo di grana grossa", Virno descrive come nel capitalismo che "storicizza la metastoria", "schegge di tempo sacro sono conficcate in ogni piega o interstizio del tempo storico".
Il ricordo del presente è un testo denso, a tratti spigoloso, che nel lettore suscita discussioni interiori e a volte rabbie furibonde. Un progetto che forse non realizza tutte le sue mete, ma è certo all'altezza della sua ambizione, con quella sua scrittura precisissima, dalle cui pieghe erompe a tratti una vita o un dolore, come quando, per esemplificare un ricordo, si cita nell'ordine "la comune di Parigi, un testo di André Breton, un amore amarognolo". Un libro che, come ogni ricordo del presente (e anche del futuro), deposita un sedimento di malinconia, perché questo "primato del passato", rivendicato in modo così totale, lascia trasparire, sotto il velo della potenza "perennemente inattuale", una quieta ma insormontabile disperazione politica. |