Il biografo di Agostino, Possidio, racconta che nell'imminenza della morte,
nella città di Ippona assediata dai Vandali e ormai prossima a cadere in mano
dei barbari, il vecchio vescovo, i cui occhi avevano ormai difficoltà a leggere,
si fece scrivere a grandi lettere sui muri della stanza ove giaceva malato i
salmi penitenziali, per pregare e affidarsi alla misericordia di Dio; ma, quando
gli vennero a dire che la città era vicina a capitolare, rispose citando le parole
di un "saggio pagano": non è esser grandi trovare grande che cadano gli
alberi e le pietre, e, nello stesso modo, che i mortali muoiano. Il saggio
pagano, di cui Possidio non scrive il nome, è Plotino, ed è davvero
significativo che Agostino morente lo abbia sempre nel cuore, dal momento
che è a lui, ed al neoplatonismo in generale, che deve il suo stesso essere
cristiano.
L'itinerario spirituale agostiniano infatti - ben noto attraverso le pagine
stupende delle Confessioni - mostra appieno quanto il neoplatonismo abbia
potuto entrare in sintonia col cristianesimo. Agostino approda alla definitiva
"conversione" milanese nel momento in cui si convince che quella luce
interiore che appare all'uomo distaccato, all'uomo che ha fatto il vuoto di tutti
i contenuti - e, dunque, per eccellenza all'uomo che è nel dubbio, che non sa
niente, ma che rimane orientato verso la verità - è "la luce vera, che illumina
ogni uomo che viene in questo mondo", di cui parla il Vangelo di Giovanni -
ovvero il Logos, Cristo.
Il filo conduttore della ricerca, sintetizzata nella celebre pagina de La vera
Religione che invita a non uscire da sé, a rientrare in se stessi, perché la verità
abita "in interiore homine", è quello platonico della bellezza, dell'armonia.
Criterio della verità la bellezza stessa, in forza della quale si approvano o
disapprovano le rappresentazioni, i contenuti. Si rientra in se stessi alla
ricerca della suprema armonia e, trovando mutevole la propria natura,
occorre andare in certo modo oltre se stessi, verso la fonte della luce della
ragione. Si tratta allora di conformarsi con tutta l'anima alla suprema
armonia, in modo che l'"uomo interiore" (terminologia plotiniana non meno
che paolina) si conformi al suo ospite interno, che è il Logos.
Verità dunque come luce interiore, non come un contenuto, un pensiero
espresso in rappresentazioni, giacché questo - come insegna appunto Plotino -
appartiene al ragionamento inferiore, legato alle cose e dipendente dalle
situazioni psicologiche. La verità è una luce, e questa luce è Dio stesso, perché
Dio è la verità, ovvero non è connotato con nessuna delle rappresentazioni
provenienti dallo psicologico-emozionale. L'intelligenza stessa, dunque, è la
verità: il logos che appare nell'uomo come luce interiore è lo stesso logos
divino. Questo Agostino ammette di averlo letto nei "libri dei platonici", solo
così superando le difficoltà delle ingenue rappresentazioni bibliche di Dio.
Dal cristianesimo - che poi significa dall'immagine di Cristo e dal modello di
vita offerto da Paolo - dichiara però di aver appreso l'umiltà, che contrappone
alla "superbia" dei platonici. Quello che il vescovo di Ippona vuol dire in
effetti è che la vera esperienza spirituale è esperienza di qualcosa che non
proviene dal nostro sforzo, ovvero che non ci possiamo arrogare come merito
- pena la sua nientificazione -, ma che si verifica nel distacco, nell'abbandono
a una verità e a una luce più alta, che è prima di noi. Forse in questo Agostino
non ha reso pienamente ragione ai platonici, ma è certo che l'ha lasciato in
eredità a tutta la mistica cristiana dell'Occidente. |