| Fecondazione errori e crociate | LA LEGGE sulla fecondazione assistita è divenuta occasione per un'autentica crociata reazionaria, ma ha anche rivelato una straordinaria confusione "progressista". E poiché dal tema specifico (liceità della fecondazione eterologa e per quali soggetti) il discorso tende inevitabilmente ad allargarsi ad altre questioni bioetiche, è prevedibile che su questi temi si giocheranno partite politiche tanto cruciali quanto dagli schieramenti inediti. Un primo principio, intrattabile, andrà riaffermato: la convivenza democratica deve riconoscere pari dignità a tutti i cittadini, di qualsiasi religione o di nessuna religione. Ogni "argomento" di fede deve quindi essere tenuto rigorosamente estraneo. In altri termini, una "verità" di fede non può, in nessun modo, essere usata come "argomento", poiché discriminerebbe chi quella fede non condivide. Usare una convinzione di fede come "argomento" sarebbe clericalismo bello e buono (oggi cattolico romano ma domani, magari, islamico integralistico). L'unico valore comune da cui partire è perciò quello stabilito nella costituzione: la libertà e l'eguale dignità di ogni individuo. Utilizzare la discussione sulla recente legge per stravolgere surrettiziamente la costituzione, affermando i "diritti dell'embrione" ed equiparandoli con ciò a quelli dell'individuo, realizza dunque niente altro che una crociata clericale e oscurantista, assolutamente improponibile, a meno che non si voglia creare un clima da "guerra" di religione. Se l'embrione è una "persona", e ogni aborto - anche quello del "giorno dopo" - è un infanticidio, l'aborto sarebbe davvero il genocidio dei nostri giorni, un secondo Olocausto, e ogni donna che abortisce si troverebbe moralmente sullo stesso piano di un Ss che getta un bambino ebreo nel forno di Auschwitz. Conclusione inevitabile, ma ripugnante per chiunque, si spera. È dunque la premessa che la fonda (l'equivalenza dell'aborto con l'infanticidio, dell'embrione con la "persona") che deve essere respinta in radice. La legge sull'aborto non si tocca, insomma. Ma sul versante opposto, una posizione rigorosamente laica, e fondata sull'autonomia di ogni individuo, deve davvero comportare la liceità di ogni comportamento volto a generare un figlio? Il principo base che definisce l'individuo libertario non è solo la sua libertà, infatti, ma anche l'eguaglianza come pari dignità. Senza questo secondo aspetto, la libertà diventerebbe non già un principio universale ma un fattore di privilegio: libertà per i "forti e potenti" ma non per tutti gli altri, degradati a "massa". Dunque, il principio guida nelle decisioni pubbliche, nella formulazione delle leggi, deve essere quello delle eguali chance di partenza. Per tutti e per ciascuno. Ideale mai pienamente raggiungibile, ma da approssimare con ostinazione.
Ora, la pretesa di fare un figlio sempre e comunque viola proprio il principio delle eguali chance di partenza con cui tutti dovrebbero venire al mondo. Poiché la prima chance eguale da garantire - per quel poco che può garantire la legge - è proprio quella biologica e affettiva ad avere due genitori, due figure di riferimento sessualmente diverse. E non vale l'obiezione - capziosa - che in tal modo bisognerebbe impedire di fare figli ai poveri. Casa, cure mediche e scuola sono esattamente i beni primari che il welfare dovrà garantire in nome delle eguali chance di partenza, proprio poiché non sempre li possono garantire i genitori. Ancora più grossolana l'obiezione che comunque molti sono gli orfani: non è certo una buona ragione perché una legge dello Stato anziché diminuire le diseguaglianze di chance ne accresca a dismisura la somma, magari attraverso gratuite prestazioni delle Asl. Insomma: non ha senso discriminare tra coppie sposate e conviventi, ma ha certamente senso rifiutare la fecondazione eterologa a chiunque (per i problemi psichici di identità da "paternità" che creerà nell'adolescente), compresi i single o le coppie omosessuali, per non parlare dei "genitori nonni" che pianificano orfani anzitempo. Proibizioni in nome - sempre e solo - del dovere della legge di assicurare, per il possibile, eguali chance di partenza. Un figlio non può essere uno strumento per la realizzazione del desiderio di un adulto. Questa è la logica ancestrale del "padre padrone", benché in versione femminista o post-moderna. Alla quale opporre la coerenza libertaria e intrattabile delle eguali chance di partenza. Fin dalla nascita cioè. |