FECONDAZIONE:le parti in campoEditorialisti e opinionisti del "Corriere" a confronto con quelli dell'"Avvenire" su un argomento che rischia di dividere cultura laica e cattolica Una scelta individuale o un sopruso contro l'identità del nascituro? Convergenza sulla necessità che la legge stabilisca almeno delle regole |
| Un "forum" in via Solferino, tra gli editorialisti e gli opinionisti del Corriere e quelli di Avvenire, per cercare di capire se davvero è tornato, tra laici e cattolici, quel grande freddo che aveva spaccato in due il Paese ai tempi del divorzio e dell'aborto. Tema dell'incontro, ovviamente, il dibattito sulla fecondazione eterologa, cioè la tecnica grazie alla quale una donna può avere un figlio con il seme di un donatore "esterno", dunque di un uomo che non conosce. Un dibattito che nei giorni scorsi ha fatto rivivere, appunto, antiche divisioni, antiche accuse reciproche di integralismo. Il Corriere è favorevole a una legge che consenta la fecondazione eterologa: però, su queste colonne, sono stati pubblicati anche interventi di segno contrario. Insomma, si è cercato di favorire un dialogo: e così è nato questo "forum", cui hanno partecipato, per il Corriere, gli editorialisti Sergio Romano, Piero Ostellino e Riccardo Chiaberge; e, per Avvenire, il direttore Dino Boffo e gli editorialisti Giuseppe Anzani, Elio Maraone, Giuseppe Savagnone e Marina Corradi. "Non abbiamo nessuna intenzione di alzare steccati - ha detto il direttore Ferruccio de Bortoli introducendo il dibattito -.
Questo vuol essere un incontro, un confronto su un tema così delicato come quello della vita, e più in generale sulla modernità e sui diritti soggettivi". E questo è stato. Dino Boffo ha ringraziato per l'invito ("un gesto simbolicamente importante") e ha spiegato perché ha provato "sgomento" nel vedere le reazioni dei laici alla decisione del Parlamento di vietare la fecondazione eterologa. "I laici - ha detto il direttore di Avvenire -, hanno ripetuto che ciascuno ha diritto di scegliere secondo coscienza. Ma qui non si tratta solo dei diritti sacrosanti della coppia: si tratta anche dei diritti, altrettanto sacrosanti, di un terzo, cioè del figlio che nascerà.
Ecco, sui diritti del bambino, cioè della parte più debole, non ci si è soffermati. Debbo essere franco: mi è parso di cogliere in certi commenti una marcata intonazione anti-cattolica, e ho pensato che si sia insistito nel riproporre l'eterna querelle laici-cattolici per nascondere il vero oggetto della questione, cioè i diritti del bambino. E mi sgomenta che si faccia passare i cattolici come portatori di posizioni anti-moderne: non c'è nulla di più moderno della difesa della vita". Ma Piero Ostellino, chiamato in causa per un suo editoriale in cui rivendicava appunto il diritto di ciascuno di decidere liberamente su temi così personali, ha assicurato che "da parte nostra non c'è stato alcun pensiero anti-cattolico", e ha precisato subito la sua posizione sulla libertà con un'affermazione che probabilmente avrà sorpreso i suoi interlocutori: "Anch'io penso che la legge debba tutelare anche i diritti del nascituro, guai se così non fosse". E ha indicato tre possibili punti di convergenza tra laici e cattolici: "Primo: non ci si può affidare al libero mercato delle provette, una legge è necessaria; secondo, la legge non deve pretendere di stabilire ciò che è bene e ciò che male, ma fissare delle regole; terzo, i criteri da seguire per fissare queste regole devono essere il più possibile oggettivi, fondati su argomentazioni scientifiche e giuridiche". Regole chiare e criteri scientifici, dunque, non leggi ispirate a convinzioni religiose: "Ma voi laici - ha detto Anzani - dovete mettervi bene in testa una cosa: noi non stiamo cercando il bene di Dio, che del nostro bene non ha bisogno. Stiamo cercando il bene dell'uomo. E non c'è bisogno di aver fede per capire che non si può negare a un essere umano il diritto di sapere di chi è figlio: basta la ragione per capirlo. E, visto che sono un magistrato, dico che basta anche la legge. Il diritto a conoscere la propria identità è un principio giuridico sancito dal Parlamento di Strasburgo, non dal magistero della Chiesa". Si torna sempre qui, quando si parla di queste materie: i cattolici rimproverano ai laici un malinteso senso della libertà: "Voi parlate di libertà - ha detto Anzani -, e dite che nelle scelte di una coppia lo Stato non deve entrare. Giusto, ma se queste scelte incidono sul destino di un altro la legge deve intervenire. È come per l'aborto: voi laici dite che la legge non obbliga nessuno ad abortire. Sì, ma obbliga un altro a morire. E con l'eterologa si obbligherebbe un altro a vivere senza sapere di chi è figlio. Insomma, l'equivoco di fondo sta nel parlare della libertà della coppia ma non di quella del bambino". E poi è altissimo, dice Boffo, il rischio di uno squilibrio psicologico per i "figli dell'eterologa", che non potranno mai sapere chi è loro padre. Sergio Romano riconosce che "mancano studi approfonditi in materia", Chiaberge osserva: "Ma chi è che subisce il trauma più grande? Un bambino adottato, che si sente dire che è stato abbandonato dai suoi genitori, oppure un bambino a cui si potrà dire che è stato fortissimamente voluto? E voluto, addirittura, al punto da utilizzare tecniche sofisticate, al punto da sottoporsi a pratiche certo non piacevoli! Insomma, il "figlio dell'eterologa" potrà bene rendersi conto di essere il frutto di un progetto d'amore". Un altro aspetto controverso riguarda il rischio che il padre "legale", e non biologico, abbandoni poi il figlio concepito con il seme di un altro. Non c'è accordo neppure sui dati: Chiaberge sostiene che finora in Italia si registrano solo tre casi di abbandono su trentamila bambini nati con l'inseminazione eterologa, Anzani dice che le "fughe" dei padri "non biologici" sono già duecento: è scritto, spiega, in un rapporto del Dipartimento Affari Sociali della Presidenza del Consiglio. Chiaberge ha toccato due tasti, quello dell'adozione e della fecondazione artificiale come "atto d'amore", su cui i cattolici hanno un'opinione diversa dalla sua. Marina Corradi: "Se una coppia non può avere figli, perché non ricorrere a un'adozione? Mi pare che la fecondazione artificiale, più che a un progetto d'amore verso il bambino, risponda alle esigenze di chi vuole a tutti i costi avere un figlio".
Un frutto della "cultura del desiderio, che si sta affermando in modo sempre più arrogante", ha detto poi Elio Maraone: "Chiaberge porta dati che dimostrano quanto sia diffusa la fecondazione artificiale, affermando di conseguenza che ciò che esiste nei fatti va regolamentato. Ma ciò che esiste è sempre un bene?". Questo punto, cioè questa necessità per un legislatore di prendere atto della realtà, è al centro dell'intervento di Sergio Romano: "Non si può ignorare che la società stia cambiando, nella morale e nel costume. Chi è chiamato ad amministrare un Paese ha l'obbligo di gestire la società com'è, non come la vorrebbe. Che cosa posso farci se in Francia il 45 per cento dei figli nasce fuori dal matrimonio?". Una constatazione che ha spostato il dibattito su un altro tema, che divide laici e cattolici ancor più della questione della fecondazione eterologa: quello delle coppie di fatto. "Non andiamo fuori tema - ha chiesto Boffo -, non distraiamoci dal punto centrale, che è il dovere di tutelare anche il nascituro, sia nel caso dell'aborto sia nel caso dell'inseminazione artificiale". Ma per Romano "tutto il dibattito sulla fecondazione eterologa è stato falsato dagli interventi di Fini (sul Corriere), della Chiesa e della stampa cattolica sulle coppie di fatto". Secondo l'ambasciatore, è lecito il sospetto che i cattolici, "affossando l'eterologa, abbiano voluto affossare anche un futuro riconoscimento giuridico delle coppie di fatto". E sarebbe un errore, dice Romano. Anche riguardo alla fecondazione artificiale. Perché con la legge che sta passando alla Camera la fecondazione omologa - e cioè con seme e ovuli della coppia, e non di donatori esterni - potrebbe essere permessa solo a chi è regolarmente sposato. "E io mi metto dalla parte del legislatore - ha detto l'ambasciatore -, e mi chiedo: se concedo il diritto alla fecondazione omologa solo a chi è sposato, non discrimino forse altri cittadini che vivono insieme ma non sono coniugi "regolari"?". Una domanda ripetuta da Ostellino: "Ma riconoscendo il diritto alla fecondazione omologa solo a chi è sposato, non tolgo forse qualcosa alle coppie di fatto che secondo me avrebbero uguale diritto di farvi ricorso? Le coppie di fatto saranno anche una minoranza, ma la legge deve tutelare le minoranze". E dunque: è giusto dare a queste "coppie di fatto" gli stessi diritti di cui godono quelle "regolari"? Sì, secondo Romano: non è un prete o un sindaco a decidere chi si ama e chi no. "E allora - ha detto Anzani -, chiedo a voi laici: pensate a una regolamentazione possibile. Ma attenzione: qual è il limite per stabilire chi è una "coppia di fatto" e chi no? Quanti anni o mesi di convivenza sono richiesti? E chi ha più partner com'è considerato? Attenti, perché qualunque limite venga fissato ci sarà sempre qualcuno che invocherà, in nome della cultura liberale, un allargamento dei "paletti" imposti dalla legge". Insomma, dicono i laici: la gente fa già ricorso alla fecondazione artificiale, e le coppie di fatto esistono. Quindi, il legislatore deve prendere atto di ciò che accade nella società. Una tesi contestata da Savagnone: "Le leggi devono avere anche un valore educativo, non possono essere solo lo specchio dei costumi di un paese. Ostellino parla del dovere di tutelare le minoranze: ma se si legalizza una rivendicazione sbagliata di una minoranza si danneggia anche la maggioranza, che viene contagiata, nel senso che perde la percezione di ciò che è giusto e di ciò che non lo è. E guardate che non dico "ciò che è giusto" da un punto di vista cattolico: qui la fede non c'entra. Che la fecondazione artificale eterologa sia sbagliata non me lo dice il vangelo, me lo dice la ragione". Un discorso che ha incontrato la sensibilità di Romano e di Chiaberge. "Anch'io - ha detto il primo -, sono preoccupato dell'effetto-contagio. Ma quando certi fenomeni assumono così grande rilevanza, la decisione di non regolamentare comporta un rischio più grave di una regolamentazione". E Chiaberge: "Questo discorso del piano inclinato su cui si rischia di scivolare è molto serio. Però lo si diceva anche per le leggi sul divorzio e sull'aborto, e poi gli italiani hanno mostrato di fare un uso molto limitato di quelle leggi". E al rischio del "piano inclinato" e delle "derive" ha fatto cenno anche de Bortoli nella sua conclusione. Il dibattito, ha detto il direttore del Corriere, ha fatto emergere, com'era ovvio, posizioni diverse, ma anche "una convinzione comune: che siamo chiamati a gestire derive pericolose, e che dobbiamo farlo senza aggrapparci a posizioni preconcette, ma ragionando insieme sulla realtà". |