RASSEGNA STAMPA

12 FEBBRAIO 1999
ROSITA COPIOLI
Agostino postmoderno
Il commento di Lyotard alle "Confessioni"
Jean-François Lyotard, "La Confession d'Augustin", Paris, Galilée, 1998, pp. 140, franchi 145
La voce dell'inventore del postmoderno, di colui che ha adeguato un pensiero in crisi, alla deriva dei grandi corpi delle tradizioni disgregate, e li ha omologati a ogni più labile fenomeno contemporaneo, liquefacendoli nella calce di una mente onnivora, forse solo innamorata di sé, forse preda all'angoscia del niente, compita passo per passo le Confessioni di sant'Agostino, questo pilastro della teologia cristiana, ma soprattutto questo documento unico del mistero della fede, degli itinerari della grazia nel cuore dell'uomo. Ecco La Confession d'Augustin di Jean-François Lyotard (Paris, Galilée, 1998, pp. 140, franchi 145): in queste pagine postume - che rappresentano solo metà del libro progettato su Agostino - non comprendiamo chiaramente cosa stia investigando il filosofo. La sensazione dominante che riceviamo, è quella di una caccia, di uno spionaggio dentro le tracce di un'altra caccia; ma per quanto sottile - o forse proprio per questo - sia lo sguardo del cacciatore moderno intento a snidare l'antico e la sua preda di verità, quella verità lo elude sempre, non viene raggiunta mai. La ricerca si apre nel cuore del libro X, dove Agostino deplora il ritardo con cui ha abbracciato Dio: "Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco, tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo e, brutto com'ero, mi gettavo sulle bellezze da te create. Da te mi tenevano lontano cose che, se non fossero in te, non sarebbero. Gridasti e chiamasti e spezzasti la mia sordità, balenasti, splendesti e scacciasti la mia cecità, schiudesti il mio profumo, ne respirai e a te anelo. Ne gustai e di te ho fame e sete, mi toccasti, e m'infiammo della tua pace". (X, XXVII, 38). Lyotard analizza la serie dei paradossi che hanno origine dalla rivelazione dell'uomo interiore (X, VI, 8), che Agostino descrive a prova della presenza di Dio nell'anima.
Perché Dio, che prima era quanto di più Altro vi fosse da Agostino, dal momento della conversione ne diviene il compagno più intimo? Perché la carne che dovrebbe interamente seguire la conversione ha invece una sua vita refrattaria? Come si concilia l'intervento della grazia nel tempo, ossia l'interruzione di una continuità, con l'affermazione che Dio è sempre stato nell'uomo interiore, che dunque la provvidenza divina vi agiva da sempre? Che rapporto c'è, in questo tempo, tra il prima e il dopo? Questo uomo interiore è il solo testimone della passione dell'altro, dell'alterità della presenza. Anzi l'uomo interiore non evoca, è l'Altro. E' dunque un testimone. In quanto non lo è, perché "attesta ab intestato." Non ultimo paradosso per Lyotard è nell' io-tu del Dio invocato quale destinatario, ma non interlocutore delle Confessioni: un Dio che le suscita, che ne è soggetto e oggetto: un Dio che è provocato a esserne l' autore. Certamente affascinato dalla robusta passione del cuore e dell'intelletto di sant'Agostino, che modella la prosa sulle tracce voluttuosamente coltivate dell'amore dell'amore, fino a una scoperta di Dio che non lascia scampo, il filosofo postmoderno cerca di imitarla con un linguaggio pieno di giochi e di estetismi intellettuali. Sebbene i suoi argomenti siano spesso deboli non dubitiamo dell'attrazione esercitata dalla grande Retorica della Parola sulla balbettante retorica di una mente angosciata: ma questa non sa trattenersi dal misurare la verità antica e quella della fede, con la fragilità del proprio senso.
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