| Jean-François Lyotard, "La Confession d'Augustin", Paris, Galilée, 1998, pp. 140, franchi 145 | La voce dell'inventore del postmoderno, di colui che ha adeguato un pensiero in
crisi, alla deriva dei grandi corpi delle tradizioni disgregate, e li ha omologati a ogni
più labile fenomeno contemporaneo, liquefacendoli nella calce di una mente
onnivora, forse solo innamorata di sé, forse preda all'angoscia del niente, compita
passo per passo le Confessioni di sant'Agostino, questo pilastro della teologia
cristiana, ma soprattutto questo documento unico del mistero della fede, degli
itinerari della grazia nel cuore dell'uomo. Ecco La Confession d'Augustin di
Jean-François Lyotard (Paris, Galilée, 1998, pp. 140, franchi 145): in queste pagine
postume - che rappresentano solo metà del libro progettato su Agostino - non
comprendiamo chiaramente cosa stia investigando il filosofo. La sensazione
dominante che riceviamo, è quella di una caccia, di uno spionaggio dentro le tracce
di un'altra caccia; ma per quanto sottile - o forse proprio per questo - sia lo sguardo
del cacciatore moderno intento a snidare l'antico e la sua preda di verità, quella
verità lo elude sempre, non viene raggiunta mai.
La ricerca si apre nel cuore del libro X, dove Agostino deplora il ritardo con cui ha
abbracciato Dio: "Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho
amato! Ed ecco, tu eri dentro e io fuori, e lì ti cercavo e, brutto com'ero, mi gettavo
sulle bellezze da te create. Da te mi tenevano lontano cose che, se non fossero in te,
non sarebbero. Gridasti e chiamasti e spezzasti la mia sordità, balenasti, splendesti e
scacciasti la mia cecità, schiudesti il mio profumo, ne respirai e a te anelo. Ne gustai
e di te ho fame e sete, mi toccasti, e m'infiammo della tua pace". (X, XXVII, 38).
Lyotard analizza la serie dei paradossi che hanno origine dalla rivelazione dell'uomo
interiore (X, VI, 8), che Agostino descrive a prova della presenza di Dio nell'anima.
Perché Dio, che prima era quanto di più Altro vi fosse da Agostino, dal momento
della conversione ne diviene il compagno più intimo? Perché la carne che dovrebbe
interamente seguire la conversione ha invece una sua vita refrattaria? Come si
concilia l'intervento della grazia nel tempo, ossia l'interruzione di una continuità, con
l'affermazione che Dio è sempre stato nell'uomo interiore, che dunque la
provvidenza divina vi agiva da sempre? Che rapporto c'è, in questo tempo, tra il
prima e il dopo? Questo uomo interiore è il solo testimone della passione dell'altro,
dell'alterità della presenza. Anzi l'uomo interiore non evoca, è l'Altro. E' dunque un
testimone. In quanto non lo è, perché "attesta ab intestato." Non ultimo paradosso
per Lyotard è nell' io-tu del Dio invocato quale destinatario, ma non interlocutore
delle Confessioni: un Dio che le suscita, che ne è soggetto e oggetto: un Dio che è
provocato a esserne l' autore. Certamente affascinato dalla robusta passione del
cuore e dell'intelletto di sant'Agostino, che modella la prosa sulle tracce
voluttuosamente coltivate dell'amore dell'amore, fino a una scoperta di Dio che non
lascia scampo, il filosofo postmoderno cerca di imitarla con un linguaggio pieno di
giochi e di estetismi intellettuali. Sebbene i suoi argomenti siano spesso deboli non
dubitiamo dell'attrazione esercitata dalla grande Retorica della Parola sulla
balbettante retorica di una mente angosciata: ma questa non sa trattenersi dal
misurare la verità antica e quella della fede, con la fragilità del proprio senso. |