RASSEGNA STAMPA

10 FEBBRAIO 1999
ADRIANO PESSINA
Fecondazione eterologa, un danno per la società
Ingiusto soddisfare il desiderio degli adulti e negare il diritto del figlio a sapere da chi è nato
Le luci delle nostre città ci impediscono di vedere il cielo stellato sopra di noi: forse, per questo, si è offuscata anche la legge morale che è in noi, a cui si appellava Kant. Dove sono, infatti, questi laici eredi dell'illuminismo, dediti ad emancipare l'uomo dalle pastoie dell'ignoranza e dell'intolleranza? Sono, per caso, quelli che sfruttano la sofferenza propria ed altrui per rivendicare il diritto (ma quale diritto?) di avere un figlio che, con la fecondazione eterologa, non conoscerà mai il padre biologico (che è una provetta di spermatozoi), né i fratelli e le sorelle (fino a cinque), che la stessa provetta avrà generato? Sono per caso quei post-comunisti che si sono davvero emancipati dal marxismo, diventando i difensori delle libertà dei poteri forti, delle autonomie degli adulti che, per riempire la loro solitudine ed equilibrare scompensi affettivi, si fanno il bambino giusto per il momento giusto, affidandosi all'esperienza del biologo che attingerà al mercato del seme più fecondo o cercherà l'ovocita più giovane? O sono i difensori delle nuove forme di famiglia, aperte, allargate, dilatate, dove il figlio è un prodotto sociale, che vive con tanti papà e mamme, dove le connotazioni sessuali non contano (ma questi hanno mai studiato la storia, hanno mai letto qualche libriccino di etnologia, così da accorgersi di quale sia la novità)? Oppure sono quegli intellettuali piccoli piccoli che, bava alla bocca quando la democrazia li boccia, vanno invocando libertà contro preti, cardinali, integralisti, reazionari, fascisti, oscurantisti: contro quella feccia cialtrona che non la pensa come loro, pontefici massimi della tolleranza e della libertà? Ho i miei dubbi che siano questi i laici con cui si dovrebbe costruire la coscienza civile del nostro Paese. La posta in gioco è alta e seria: riguarda il modo con cui penseremo ai nostri futuri figli, ai cittadini del nostro Stato, a quelle persone che non è mai legittimo trattare soltanto come mezzo (secondo la diffusa medicina del desiderio), ma sempre e comunque come fine. La legge che permette, si dice, non è paragonabile alla legge che vieta: ma una legge, quando permette, deve essere certa che l'esercizio della libertà non nuocerà ad altri, non intaccherà i fondamenti della convivenza. Le leggi permissive non sono mai state neutre: esse non si limitano a garantire la pluralità delle scelte, ma tendono ad equipararle. Ora, avallare la fecondazione eterologa (con fecondatore esterno alla coppia), permettendo la nascita di diversi figli da un anonimo genitore che non si occuperà mai della prole, che sarà un "estraneo" sempre presente nel vissuto della coppia e nella coscienza di quei figli che non sapranno mai se un domani potranno incontrare anche altri fratelli sconosciuti, significa garantire i desideri degli adulti infertili a danno non soltanto dei loro figli, ma dell'intera società, che porterà su di sé il peso degli scompensi antropologici innescati da questa prassi. L'invocata libertà dei costumi, la fine della famiglia tradizionale, la desacralizzazione della cultura, l'irrilevanza della religione (ben espressa dell'anelito anticlericale che sale da certe aree del Paese), non bastano a rendere legittima una prassi che, da un punto di vista sociale, introduce una irreparabile ingiustizia: fornisce ad alcuni adulti tutti gli strumenti tecnologici per produrre un figlio che soddisfi il loro bisogno di genitorialità e nega, nel contempo, a questo figlio e cittadino, il diritto di sapere da chi è generato e chi sono i suoi fratelli biologici; permette che ignoti procreatori contribuiscano alla generazione di persone di cui non si occuperanno mai. Qui non si distrugge una certa concezione di famiglia, si fa molto di più: si trasforma l'evento dell'origine umana in una produzione di beni da consumo, affettivi.
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