RASSEGNA STAMPA

2 FEBBRAIO 1999
LUIGI VACCARI
Con i monaci della politica
Parla il filosofo Mario Tronti: perché è in corso un nuovo incontro tra fede e polis
"Diffido di un agire soltanto "laico" e così sto riscoprendo la spiritualità"
Mario Tronti, "La politica al tramonto", pagine 210, Einaudi,lire 22.000
Ha detto qualche anno fa: "La politica ha bisogno di spiritualità. Deve tornare a guardarsi dentro, e c'è uno strano, fecondo cortocircuito fra essa e un certo monachesimo". Mario Tronti, romano, 67 anni, ordinario di Filosofia politica all'Università di Siena, saggista, dice oggi che il libro che ha appena pubblicato con Einaudi, La politica al tramonto (pagine 210, lire 22.000), sulla fine della politica moderna, si ricollega a quel giudizio. "Anzi", sottolinea, "quelle parole possono essere centrali per la comprensione del testo, anche se esso affronta altri argomenti e tipi di analisi". Una recensione "intelligente", apparsa sul quotidiano l'Unità, lo ha definito un saggio tormentato: "Mi pare esatto", spiega. "Intanto perché è il frutto delle riflessioni che vado facendo dal 1989 in poi: cioè dal grande passaggio che ha riguardato anche una parte politica. E perché ha preso di petto il tema generale dell'agire politico rivedendolo nel secolo". Il libro, insomma, si interroga e interloquisce molto con il Novecento: "Contiene una periodizzazione del secolo, che discute anche altre periodizzazioni, e cerca di fare i conti con quello che la politica ha dato e ha tolto. Tormentato anche nel senso che ho rimesso in gioco la mia persona, non tanto la biografia. Ho fatto politica fin da ragazzo ed è la grande passione della mia vita: la politica soprattutto nel campo comunista, anche se in modo sempre marginale, come è stato detto, da eretico, mai dentro le grandi correnti ufficiali".
In quale misura si considera risolto nella dimensione laica, e non credente, della vita?
"Eh, questa è una grande domanda. Ho molta diffidenza verso la definizione di laico: non mi riconosco oggi, forse non mi sono mai riconosciuto, in questa declinazione.
Ho una dimensione terrena dei problemi: quindi molto storica, molto interna alle scelte che si fanno nella Storia. Ma, proprio nell'ultimo decennio, e dentro la grande crisi degli apparati anche di pensiero, delle appartenenze e delle esperienze, ho riscoperto una misura del rapporto fra spiritualità e politica. Ho partecipato all'esperienza della rivista Bailamme, organizzata intorno all'Associazione degli amici di don Giuseppe De Luca, dove c'erano Sergio Quinzio, Edoardo Benvenuto, Romana Guarnieri. Beh, il sottotitolo era "Rivista di spiritualità e politica": infatti vi comparivano, andando di pari passo, un Dizionario teologico, che teneva Benvenuto, e un Dizionario politico, che tenevo io. Lì ho trovato assonanze, riferimenti e reciproci rimandi fra la sfera della riflessione, anche dell'agire politico, e il resto del mondo; domande che la politica non risolve e con cui bisogna misurarsi", risponde Tronti che ha pubblicato, fra gli altri, Operai e capitale (Einaudi, 1966), Sull'autonomia del politico (Feltrinelli, 1977), Con le spalle al futuro (Editori Riuniti, 1992).
Come vede, da non credente, chi crede e prega?
"Come la definizione di laico, anche la definizione di non credente, o la distinzione tra credenti e non credenti, mi sta un po' stretta. Mi piacciono alcune spiegazioni che sono state date, anche da personalità più religiose che politiche. Mi pare che una volta il cardinal Martini abbia detto che non si tratta di credenti e non credenti, ma di persone pensanti e non pensanti. Mi piace molto anche l'affermazione paradossale del mio caro amico Enzo Bianchi, il priore della Comunità di Bose: "Non ci sono credenti e non credenti, ma anti-idolatri e idolatri. E' così. In me è presente un forte elemento di fede. Dico sempre: anch'io ho creduto, in grandi ideali, da attuare al di là delle possibilità concrete, come se fossero utopie, inattuali, e ho combattuto.
Sono abbastanza pronto per una dimensione di fede. Non mi precludo alcuna strada. E' una ricerca aperta: intorno a se stessi, oltre che intorno alla Storia che ci circonda. La preghiera è importante per tutti, non solo per il credente, perché è un momento di autoriflessione, di intimità con le grandi cose che poi uno ritrova in se stesso o ricerca fuori di sé. Dopo l'epoca della secolarizzazione, la preghiera, a cui guardo con molta attenzione, andrebbe riscoperta da tutte le persone pensanti e sensibili".
Si interroga anche sul limite, sul finito?
"Sì... Esiste una misura del mistero, nella Storia e nella vita individuale, qualcosa di irraggiunto, e forse di irraggiungibile, che è anche una dimensione di grande apertura nella propria coscienza, perché dà la dimensione di una sfida grande. E' molto semplice cimentarsi con le cose che si possono risolvere immediatamente. E' più difficile accettare sfide che vanno oltre anche la propria comprensione".
L'esigenza di spiritualità quanto è sollecitata da delusioni o da sconfitte personali?
"Non farei un rapporto di questo tipo. Mi sembrerebbe di rimpicciolire il problema, di limitarlo a una misura individuale, anche molto psicologica, che non mi piace. La questione è più grande".
L'incontro in Vaticano fra Giovanni Paolo II e Massimo D'Alema, il primo premier ateo di estrazione comunista, alimenta il cortocircuito fra politica e spiritualità?
"Quel giorno ho scritto un editoriale sul quotidiano L'Unità, nel quale dicevo che non era la solita visita del premier appena eletto al Pontefice, nel quadro dei rapporti fra Governo italiano e Santa Sede. Questa volta erano in primo piano due personalità molto precise, segnate: un Papa di cui dò un giudizio di grande interesse umano. Mi piace la sua figura tragica, non solo per la bella vecchiaia da combattente, anche per come si pone di fronte al mondo e alle sue forti contraddizioni, ai suoi forti contrasti, non rassegnandosi ma denunciando quello che c'è di ingiusto. E un presidente del Consiglio, che non bisogna esagerare a definire post-comunista, il quale ha compiuto un percorso che lo ha portato a dire di essere curioso della figura del Santo Padre, come lo ha chiamato insolitamente. E quindi è stato un incontro che ha riproposto l'enorme tema del dialogo. Oggi dobbiamo convincerci che una vera sinistra, non solo di governo, ma che ambisca anche a trasformare il mondo, non può non avere dentro di sé un'anima di cristianesimo radicale. Questa è la novità".
Vittorio Foa mi ha parlato di una Chiesa che, a suo avviso, vive "uno stato di sospensione": si aspetta qualcosa, "anche per ripensare se stessi". La sua idea?
"Io, più che di sospensione, parlo di transizione: la Chiesa post-conciliare ha compiuto un grosso passo avanti nella ripresa del dialogo con la modernità, che si era messo su binari un po' improduttivi; da Papa Giovanni in avanti s'è avuta la grande riapertura del grande tema storico del rapporto fra Chiesa e modernità. E' stato un passo decisivo, anche di grande trasformazione. Ma, di fronte alle conseguenze che comportava, anche in termini di rinnovamento delle strutture, si è poi registrata una battuta d'arresto. Oggi, il problema è di riprendere quella grande intuizione conciliare: forse con più equilibrio, con più misura, comunque di aprire sempre di più la Chiesa al mondo moderno, anche in funzione critica, non subalterna".
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