RASSEGNA STAMPA


28 GENNAIO 1999

GIOVANNI MARIA PACE

La scienza fra angoscia e progresso

La scienza, e in particolare la biologia, è venuta occupando un posto centrale nel nostro immaginario e anche nella nostra vita quotidiana. L'"intrusione" non ha luogo senza polemiche, e chiede una riflessione. Ne discutono un biologo molecolare, Edoardo Boncinelli, docente all'università "Vita-Pensiero" di Milano, di cui sta per uscire da Mondadori Il cervello, la mente e l'anima; e Umberto Galimberti, docente di filosofia della storia all'università di Venezia e autore di Psiche e techne. L'uomo nell'età della tecnica, pure in uscita da Feltrinelli.

L'invettiva del comico Beppe Grillo contro la multinazionale del farmaco Novartis, l'attacco di Dario Fo alle biotecnolgie, i panettoni avvelenati, il caso Di Bella: per la scienza c'è oggi odio e paura. Perché?

Boncinelli: "Per due ragioni. La prima è la delusione della gente alla quale era stato promesso che la scienza dà la felicità. La seconda è di carattere esistenziale, ed è la stessa ragione che ha portato l'uomo a inventare il peccato originale: siccome "la vita è male" e la gente non vuole accettare questa "verità", occorre trovarle una giustificazione. Tra le giustificazioni moderne dell'esistenza del male prevale quella dello strapotere della scienza e delle tecnologie".

Galimberti: "Il nocciolo della paura mi sembra questo: scienza e tecnica hanno spazzato via gli impianti ideologici, intendendo per ideologia tutti quei progetti umani che perseguono uno scopo. Ora, scienza e tecnica si pongono come la condizione per cui qualsiasi scopo può essere realizzato. Persino la fede cristiana, se prescinde dalla scienza e dalla tecnica, per esempio dalla tecnica di comunicazione, sparisce. Se si pongono come la condizione per raggiungere qualsiasi scopo, scienza e tecnica sono il primo scopo. Il capitalismo ha bisogno, per realizzare il profitto, della tecnica, quindi la prima cosa che fa è cercare la tecnica, e la tecnica diventa lo scopo.

"Cosa succede però? Se scienza e tecnica sono lo scopo per tutti gli scopi, gli scopi diventano subordinati a quello scopo che è il mezzo tecnico. Alla fine la tecnica sbaraglia tutti gli scopi, per la ragione che, in fondo, non si propone nessuno scopo ma semplicemente risultati. L'imperativo categorico della scienza è: tutto ciò che si può ottenere si deve ottenere. La gente ha dunque la percezione che c'è un progresso in assenza di scopi, e l'assenza di uno scopo mette angoscia. L'antropologia cresciuta sul modello di scopi religiosi, umanistici eccetera è finita e la gente non ha ancora fatto il passo psicologico che le consenta di convivere con una storia senza scopi, cioè pura somma di risultati, e si domanda: dove ci portano la scienza e la tecnica?".

Boncinelli: "Non direi che scienza e tecnica non hanno scopi. La scienza si propone di capire come è fatto il mondo, la tecnica di migliorare la condizione di vita dell'uomo. Il problema è che questi scopi ognuno li interpreta a modo suo. I ricercatori non sono mai stati così numerosi e su di essi c'è una forte pressione dell'industria e del mercato perché, cosa mai successa prima, la scienza si è avvicinata alle esigenze, vere o fabbricate, della gente. Quando lo scienziato studiava i satelliti di Giove era lontano dalle necessità della gente mentre quando inventa la pillola per il mal di testa o per la depressione l'impresa gli scappa di mano e passa all'iniziativa privata, che tutto può far germogliare ma anche affastellare. Dove ci porteranno questa scienza e questa tecnica? La domanda è pertinente perché la scienza è uno strumento che può condurre in varie direzioni. Logica vorrebbe che l'uomo ne discutesse. Ma la scienza sta andando così veloce da eludere la possibilità di elaborazione da parte dell'etica".

Galimberti: "Continuiamo a ragionare nell'ipotesi che siano l'uomo, l'etica, la politica a fissare i fini di quel mezzo che è la tecnica. Ma non è più così. Come fa l'etica, che non può, a dire alla scienza e alla tecnica, che possono, di non fare ciò che possono? Non credo dunque che l'etica e la politica siano in grado di assegnare dei fini alla tecnica. E sono convinto a questo punto che l'angoscia della gente viene dal fatto che non si vede una istanza più forte della scienza e della tecnica in grado di contrastare scienza e tecnica. Che cos'è "la buona volontà", "il fine etico"? Si è mai visto nella storia che chi non può riesce a impedire a chi può di fare ciò che può? L'etica è morta perché non è in grado di limitare la scienza e la tecnica. Le istanze a cui gli uomini si appoggiavano per avere speranza e sicurezza, l'esistenza di un ordine etico, una politica che decide, non ci sono più perché risultano impotenti rispetto a quella volontà di potenza che è il sapere tecnico-scientifico".

Boncinelli: "Mi sembra una visione un po' apocalittica".

Galimberti: "Bisognerebbe dimostrare che un comitato etico ha la forza di impedire a chi vuol clonare di clonare".

Boncinelli: "Dipende. Non dimentichiamo che la moratoria di Asilomar ha bloccato l'ingegneria genetica americana per cinque anni. Ci sono poi strumenti economici di coercizione perché la scienza ha bisogno di soldi. Non credo che al momento ci sia il rischio che la scienza possa sfuggire al controllo. O meglio: è possibile che possa arrivare al di là dell'etica, ma non della politica. La politica regna ancora sovrana su tutto.

Galimberti: "Non ne sono così sicuro. La politica è ormai subordinata all'economia. La gente diserta il voto perché prevede che Destra e Sinistra non faranno niente di diverso da ciò che si deve fare, cioè amministrare in un regime economico stabilito dall'Europa. L'economia è a sua volta subordinata alla tecnica. Mi viene in mente la metafora di Marx: il denaro serve per produrre beni e soddisfare bisogni, però se il denaro diventa l'equivalente generale di tutte le cose, allora, per produrre denaro, si eviterà di produrre beni, se ciò non servirà a produrre denaro; e si eviterà di soddisfare bisogni, se ciò non servirà a produrre denaro. Lo stesso si può dire della tecnica. Se la tecnica è la condizione per realizzare qualsiasi fine, allora il primo fine diventa la tecnica e si sacrificano gli altri fini per realizzare quel fine".

In meno di un anno dalla clonazione di Dolly sono stati prodotti allo stesso modo un vitello, Cumulina e cinquanta topi fotocopia, un bovino con un metodo molto efficiente e un inizio di clone umano. Una sequenza impressionante.

Boncinelli: "E forse ci attende altro. Ma, ringraziando il cielo, ci sono dei limiti naturali. Chi studia la biologia si rende conto che, più di tanto, non si può fare. Non facciamoci illusioni da apprendisti stregoni: certe imprese non saranno mai possibili, l'ecosfera non lo consentirà. In un certo senso, la biologia si difende".

In effetti, in trent'anni di Dna ricombinante dai laboratori non è uscito il paventato mostro. Perché allora la biologia continua a fare paura?

Boncinelli: "Perché si avvicina sempre più all'essenza dell'essere umano, alla sua mente, alla sua anima. Che una supernova esploda o non esploda, alla gente interessa poco. Ma quando si tratta di curare i tumori, di alleviare il dolore, di procurarsi la felicità con una pillola non si può essere indifferenti. La gente ha paura, anche se la paura è l'altra faccia del desiderio: un desiderio morboso che le cose cambino, accompagnato dal terrore che cambino".

Galimberti: "Condivido. Finché discuti di fisica, tu organizzi il mondo, produci mezzi che sono nel mondo, ma il tuo corpo resta l'Immutabile. Con la biologia il tuo corpo entra a sua volta in mutazione e ti viene a mancare il punto di riferimento. Una volta c'era Dio. Tolto Dio, resta l'Io. E adesso questo Io entra in questione. Ma rispetto a che cosa? E' proprio la mancanza di orizzonte che crea l'angoscia".

La nuova biologia rappresenta dunque una ulteriore diminuzione dell'Uomo?

Galimberti: "Sì, e Freud lo aveva intuito quando parlava dei tre grandi salti dell'umanità: il primo dovuto a Copernico, che ha tolto l'uomo dal centro dell'universo; il secondo a Darwin, che lo ha fatto derivare dalle scimmie; e il terzo a lui, Freud, che ha attaccato il narcisismo dell'uomo e ha descritto l'Io come uno pseudonimo di noi stessi".

Boncinelli: "Il problema è come regolamentare le pretese, obiettivamente esorbitanti, dell'Io, cioè della gente di oggi. Da biologo devo dire che non sono convinto che le richieste che la gente ci fa, o ci farà, siano tutte legittime. Se io sento dolore mortale per quattro ore, è giusto che lo voglia alleviare. Ma oggi la gente non vuole sentire dolore neppure per cinque minuti. Un teologo ha detto che il problema di oggi è l'individualismo, cioè l'ipertrofia dell'Io, rispetto all'Altro. Ma chi è questo Altro? Sono degli altri Io, più forti o più deboli di me. Quindi, nella battaglia pro o contro la biologia, l'uomo si sta confrontando con se stesso, si sta misurando con l'onnipotenza, che fa paura, con la libertà, che fa paura, e vorrebbe che qualcuno calmierasse il gioco. Ma chi può limitare l'Io, se non l'Io stesso?".

E' stato detto che i biologi inglesi sono ora autorizzati a costruire organi in laboratorio. Ma è proprio così? Le notizie più inquietanti non sono spesso fantasmi creati dai media?

Boncinelli: "Beh, è vero che in questo momento non possiamo produrre un fegato coltivando cellule di fegato in provetta, ma vi do tempo un anno e mezzo, e lo potremo fare. La grande scoperta degli ultimi tempi è che la produzione di certi organi risulta fattibile partendo da una cellula adulta fatta "sdifferenziare" e poi "ridifferenziare", come nel caso di Dolly. Nel prossimo futuro avremo a disposizione organi relativamente semplici come fegato, pancreas, forse il cuore, partendo da una cellula. E' una prospettiva reale che i panel bioetici, politici, verdi o di qualsiasi colore devono cominciare a discutere. Finora siamo rimasti nella stanza dei giochi. Ma adesso l'uomo deve chiedersi, senza paura e senza falsi entusiasmi, dove vuole andare, se vuole fare trapianti a tutti i costi, anche se ciò significa riempire hangar di organi di ricambio clonati. Quanto all'eccesso di notizie scientifiche, devo dire che i giornali non sono pieni solo di scienza ma di tutto. Non ho fatto una statistica, ma non credo onestamente che, rispetto ad altre ipertrofie, lo "scoopismo" scientifico sia maggiore".

Galimberti: "C'è una certa accentuazione sulla salute. Mentre una volta la scienza produceva elementi esterni all'uomo, oggi va a toccare il nucleo dell'umano, che è in essenza la fuga dal dolore".

Boncinelli: "E dalla morte".

Galimberti: "Anche dalla morte. Mentre i greci, che erano le persone più serene del mondo, chiamavano gli uomini "mortali" perché alla pazzia di sfuggire al dolore non avevano mai creduto, oggi la scienza è entrata là dove si celebra il momento più drammatico dell'esistenza, cioè il dolore e la morte. In passato, dolore e morte erano iscritti in uno scenario di salvezza: chi soffriva acquistava meriti, chi moriva andava in paradiso. Crollati gli scenari di consolazione, sostanzialmente religiosi, l'uomo deve vedersela da solo con la salvezza. In fondo la salvezza non è altro che l'esagerazione della salute. Dio è morto ma non ha lasciato solo orfani. Ha lasciato anche eredi. Le eredità culturali sono persistenti: anche se siamo tutti atei, portiamo con noi l'idea che la salute è una figurazione di salvezza. La scienza pascola in questo campo proponendo soluzioni biologiche, farmacologiche e psico-farmacologiche, che però non eliminano l'angoscia, la quale ha anzi il suo doppio nel desiderio infinito di felicità. Se intervistassimo chi fa analisi o prende il Prozac scopriremmo come, più che dolore, la gente prova un desiderio infinito di felicità".

In questo desiderio di felicità rientra anche l'ecologismo?

Boncinelli: "L'ecologismo coinvolge soprattutto i giovani e forse è legato al fatto che l'uomo non può vivere senza nemici, soprattutto immaginari. Il nemico aiuta a identificarsi".

Galimberti: "Aggiungo che i giovani non sono inseriti nel "sistema" e dove non sei protagonista, sei demonizzatore. Un ricercatore frustrato parlerà male dell'università e i giovani sono mediamente frustrati nell'ingresso sociale, quindi sono demonizzatori. Aggiungi il crollo del Politico e non ti resta che prendertela coi rovinatori della terra. Una volta te la prendevi con le multinazionali in quanto governanti il Politico. Oggi che il Politico è diventato patetico, il bersaglio sono le multinazionali manipolatrici di geni: fai un passetto in più e diventi ecologista.

Boncinelli: "Il crollo del Politico è soprattutto un fenomeno italiano. Se negli Stati Uniti il governo vieta la clonazione, non si clona, nemmeno di nascosto nel garage".

La clonazione clandestina dell'uomo potrebbe avvenire?

Boncinelli: "In qualche paese sì. Però ripeto: la biologia è intrinsecamente poco pericolosa perché è un sistema pieno di retroazione. Voglio dire che un esercito di scienziati pazzi al servizio di una setta di fanatici non farebbe grossi danni biologici, per via dell'intrinseca capacità di omeostàsi del vivente, che tende il più possibile a tornare nella condizione di partenza. Questa è una sicurezza che per esempio la fisica non ha: la fisica può davvero distruggere la terra".

La paura della biologia dipende allora da un difetto di comunicazione?

Boncinelli: "Regola dei "media" è sottolineare l'abnorme, la notizia stravagante. Ma c'è anche chi soffia sul fuoco, non per cattiveria ma piuttosto per stupidità, e sono gli eterni adoratori dell'irrazionale. L'uomo è fatto di una certa dose di razionalità e di irrazionalità. Come scienziato potrei battermi per l'incentivazione della razionalità e la riduzione dell'irrazionalità, ma sarebbe un errore. La storia dimostra che è pericoloso comprimere sia l'una che l'altra. In questo momento molta gente pensa che siamo in un periodo di espansione della razionalità e, più o meno confusamente, sente di dover prendere le parti dell'irrazionalità".

Galimberti: "Un altro elemento che può contribuire a questa paura della razionalità è che, dopo oltre duemila anni di cultura occidentale, eravamo abituati a pensare che la Natura è "ciò che sta": ferma, fissa, immutabile. Gli antichi avevano del tempo un concetto ciclico, calibrato sulla natura e le stagioni. Ancora nel 1920 Max Weber diceva: mio nonno moriva sazio della vita perché la vita era tutta una ripetizione; io muoio stanco della vita perché non sono più all'altezza di seguirne i progressi. Abbiamo sviluppato un tempo con una freccia che tende all'infinito e questo mette ansia. All'impianto dell'angoscia contribuisce la perdita di controllo sull'esistente e il fatto che la Natura entri nel gioco della mutazione. Io stesso non sono più "ciò che sta". La parola "soggetto" vuol dire "ciò che sta sotto" ben fermo. Adesso anche il soggetto si trova in uno stato di precarietà e sorge l'angoscia".

Boncinelli: "L'angoscia della libertà. Quando sei limitatamente libero ti senti, in un certo senso, più tranquillo. Se ti dessero la bacchetta magica e potessi fare qualsiasi cosa, saresti colto da grande smarrimento. Gli intellettuali avrebbero il dovere di discutere di questa paura della libertà e del modo di gestirla".

Galimberti: "La libertà fa paura perché aumenta il ventaglio delle scelte e scegliere è terribile, tanto che noi, ignorando persino l'uso elementare della libertà, abbiamo creato un mondo in cui tutte le scelte sono revocabili: ti ingravido, ma puoi abortire; ti sposo, ma possiamo divorziare. Il terrore della libertà è tale che, anche quando uno si espone a una piccola scelta, deve avere la garanzia che la scelta sia reversibile".

Si sarebbe tentati di chiamarvi entrambi "riduzionisti". La definizione comprime troppo le differenze che pure esistono tra di voi?

Galimberti: "L'etichetta di "riduzionista" non mi dispiace. I filosofi devono fare un lavoro fenomenologico, descrivere il mondo. Oggi la psiche dell'uomo fa passaggi così lenti che non riesce a percepire la velocità della materia e a capire esattamente che cosa sta succedendo. L'incapacità di controllo deriva innanzi tutto dalla limitatezza del nostro sentimento. Se muore il tuo vicino, provi qualche emozione; se muoiono cinquecentomila tutsi, è solo una notizia televisiva. La percezione è limitata, tutte le facoltà psichiche sono limitate nello spazio e nel tempo. Il fenomeno tecnico-scientifico è per converso così vasto che ci trasformerà inevitabilmente, a nostra insaputa. Quanto alle differenze da Boncinelli, direi che io sono un po' più categorico, nel senso che l'apparato tecnico- scientifico mi sembra l'orizzonte totale rispetto al quale etica e politica diventano impotenti. Persino i signori ecologisti, se vogliono dare alla Natura qualche possibilità, devono rivolgersi alla tecnologia. Se Venezia vuole salvarsi, se il Mediterraneo va ripulito dobbiamo appellarci alla tecnica. Siamo cioè al punto che se vuoi fare seriamente l'ecologista devi essere molto tecnico e molto scientifico, non contemplativo o naturista".

Boncinelli: "Galimberti pensa che la scienza e la tecnica siano onnipotenti. Io non discuto che tra cent'anni lo saranno, ma ora no. Ora l'istanza etica che si appoggia all'istanza irrazionalistica è ancora fortissima, il potere politico è pure forte, il desiderio o bisogno di andare incontro a ciò che la gente vuole sentirsi dire evidente. Certo, la domanda materiale è crescente, la gente vorrà presto il televisore con gli odori ma soprattutto vuole vivere meglio. Ieri a questa domanda la scienza non poteva rispondere, mentre ora può, portandoci lontano. Però io credo sinceramente all'autolimitazione dei sistemi biologici, compreso il sistema umano. A chi obietta che l'Evoluzione è creativa quindi imprevedibile rispondo semplicemente che sbaglia. "L'Evoluzione ha creato l'essere umano, è vero, ma ha conservato una miriade di reperti di archeologia biologica: il pianeta è pieno di batteri che stanno lì da tre miliardi di anni.

L'uomo in fondo è una verruca sul naso dell'universo. La biologia è eminentemente conservatrice".

Galimberti: "Sui media vorrei dire un'altra cosa. Nella rappresentazione televisiva e giornalistica la scienza si è dovuta caricare di tutte quelle domande che una volta erano rivolte alla religione: la salvezza, la fuga dalla morte eccetera. Ciò si ritorce sulla scienza facendola sembrare più efficace della parola di Dio. Succede allora che la televisione finisce per vendere la superstizione scientifica, cioè il momento enfatico della scienza, mentre la scienza vera va per i fatti suoi. I giornali vendono non la scienza ma l'attesa escatologica della salvezza che oggi si chiede alla scienza. La scienza gode insomma dell'aspettativa di cui una volta godeva la religione".

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