RASSEGNA STAMPA

24 GENNAIO 1999
ARMANDO MASSARENTI
IL "SENECA" DI PAUL VEYNE
Strategie di uno stoico per sottrarsi al tiranno
Letterato, senatore, ma soprattutto filosofo, negli ultimi anni si ritirò per scrivere le celebri "lettere", lucida presa di distanza dal potere
Paul Veyne, "Seneca", Il Mulino, Bologna 1999, pagg. 254, L. 32.000.
Paul Veyne, "Michel Foucault. La storia, il nichilismo e la morale, a cura di Massimiliano Guareschi", ombre corte edizioni, Verona 1998 (tel. 045-8301735), pagg. 92, L.18.000.
Sono due le sfere cui bisogna fare costante riferimento leggendo il ritratto che Paul Veyne ha tracciato di Seneca. Una è quella politica e sociale della Roma del cesarismo cui si legano le sue vicende personali e le alterne fortune: l'apice della carriera politica sotto Caligola, l'orrendo esilio imposto da Claudio, il felice ritorno al fianco di Nerone drammaticamente conclusosi con la condanna al suicidio. L'altra è la sfera filosofica, con tutto ciò che comportava per le scuole antiche - lo stoicismo, cui Seneca apparteneva, il cinismo e l'epicureismo, che si contendevano la scena della "saggezza" - la scelta di vivere una "vita da filosofo", che allora si configurava come una sorta di intransigente "chiericato laico", e la difficoltà di far convivere questa scelta con il realismo imposto dalla partecipazione alla vita pubblica o con l'agiatezza e l'accumulo di ricchezze che si legava a tale appartenenza.
Letterato, senatore a meno di quarant'anni sotto Caligola, creatore di una delle più grandi banche di credito dell'antichità, Seneca era anche, e soprattutto, filosofo. La purezza della sua vocazione - al di là delle accuse di incoerenza e ipocrisia che gli furono mosse emerge proprio negli ultimi anni della sua vita, quando, persa ogni illusione che Nerone potesse incarnare la figura di un re saggio capace di autolimitare con la virtù il proprio potere - decise di ritirarsi in solitudine per completare il suo capolavoro, le Lettere a Lucilio, che Veyne considera il punto di partenza per comprendere tutta la sua opera. Qui le due sfere quella del senatore amico del principe e quella del filosofo - dopo essersi a lungo intrecciate, con non poche ambiguità, infine mostrano con chiarezza la loro incompatibilità. Ad essere rivendicata è proprio la possibilità di vivere la vita appartata del filosofo, e la superiorità dello stoicismo come pensiero e come stile di vita.
Il libro di Veyne è ricco di confronti con l'attualità. Addirittura la strategia di Seneca per sottrarsi alla morsa dell'amicizia di Nerone viene paragonata con le modalità della dissidenza nei totalitarismi contemporanei. Ma Veyne, come l'amico e collega al Collège de France Michel Foucault, di cui ha scritto un ritratto intellettuale ora uscito in italiano, si guarda bene dal vedere nello stoicismo una filosofia immediatamente traducibile ad uso dei moderni. "Lo sento ancora dire, con rigore laconico, - scrive Veyne ricordando Foucault - che le lettere di Seneca erano un testo superbo. E in effetti esistono diverse affinità fra l'eleganza dell'individuo Foucault e l'eleganza che caratterizza e distingue la civiltà greco-romana. In definitiva l'eleganza antica ha rappresentato per Foucault, in segreto, l'immagine di un'arte di vivere, di una morale possibile". "L'originalità di Foucault, fra i grandi autori di questo secolo, consiste nel non aver convertito la finitudine in fondamento di nuove certezze". La filosofia che sottende il suo lavoro storico è una filosofia senza happy end, ma che non finisce neppure male, perché in Foucault nulla può finire in quanto non c'è né fine né origine.
Per questo lo stoicismo scrive Veyne nel libro su Seneca - "è la filosofia più incredibile per un moderno (fu un naturalismo intellettualistico e ottimista, fondato sulla convinzione dell'unità dell'io)" ma "diviene per i moderni un oggetto di fantasticheria e di esaltazione grazie a un dettaglio decisivo della sua dottrina: l'io soggetto attivo, senza dio (il dio stoico è uguale all'uomo, e senza padrone".
Lo stoicismo, al pari dell'epicureismo, era una ricetta per la felicità individuale, un metodo di autotrasfigurazione, e le Lettere a Lucilio disegnano le tappe di un apprendistato per modificare se stessi, per diventare un uomo nuovo. L'importante non è conoscere delle dottrine ma cambiare vita, convertirsi alla vita del filosofo. Un filosofo era una persona che anche se non scriveva né insegnava nulla, viveva da filosofo sia la sua vita interiore, sia il proprio comportamento. Tutto ciò era incompatibile per molti versi con la carriera pubblica, vista anche la visione idealizzata che l'opinione pubblica aveva dei filosofi. Fare il politico alla maniera del filosofo per Seneca significava farlo semplicemente da uomo retto, perché lo stoicismo non aveva una dottrina politica.
Seneca tuttavia era monarchico e credette si potesse porre fine alla tragedia delle purghe del senato, perpetrate periodicamente dagli imperatori che vedevano male le nostalgie dei senatori per la repubblica; credette che l'unica possibilità per il buon governo in una situazione in cui il solo potere effettivo era nelle mani del monarca fossero le qualità stesse del monarca. Di qui la teoria de re buono, magnanimo, clemente, e le lodi a Nerone di cui era "amico". Ma Nerone volle regnare in quanto artista e "individuo", arrogandosi il diritto di imporre al pubblico le sue doti personali di musicista e di auriga. Si accaparrava come sovrano lo spazio pubblico con il pretesto di instaurare una gradevole convivialità musicale con i suoi sudditi. Impose come pubblici gli aspetti salienti della propria individualità che erano del tutto estranei alla sfera politica e ai rapporti di potere.
Nel 65 viene scoperta la cospirazione senatoriale. Nerone la sventa e Seneca - che non era affatto coinvolto - è vittima della ritorsione del sovrano. Già nel 61 egli aveva lasciato il senato ma era rimasto vicino al sovrano, pur non facendosi illusioni sul mestiere di "amico dei re e di coloro che li imitano", poiché riconosceva che persino "Augusto, il migliore dei principi, mal sopportava che gli sì dicesse la verità". Ma dire la verità al potere era qualcosa che ci si aspettava dai filosofi. I cinici la esercitavano in maniera plateale e spesso ci rimettevano la vita. Gli stoici erano più cauti, ma erano pur sempre filosofi. Seneca, come tutti i suoi concittadini, era caduto suo malgrado sotto il giogo di un tiranno, sapendo che non ci si può tenere a distanza di un sovrano senza dare l'impressione di accusarlo.
Nerone non accettò le dimissioni del suo "amico". Seneca, agli occhi di Nerone, non aveva il diritto di ritirarsi. Lui lo fece lo stesso, per dedicarsi agli studi, come disse, ma fece anche molto di più: nelle sue lettere smascherò il meccanismo del potere neroniano. E il tiranno, nell'intimargli il suicidio, al quale Seneca, da stoico si era già spiritualmente preparato, mostrò di averlo capito.
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vedi anche
Storia della filosofia