| Una ricostruzione del mito di Pitagora nella
storia del pensiero |
| Paolo Casini, "L'antica sapienza italica. Cronistoria di un mito", Il
Mulino, Bologna 1998, pagg. 372, L.45.000. | Il mito è quello di Pitagora. Il luogo di nascita è Crotone. Il mito si
costituisce intorno al sodalizio fondato nel VI secolo a.C. da una figura
che già nell'antichità è leggenda. Sciamano e semidio, mago, taumaturgo
dotato di poteri sovrannaturali. Iniziato ai misteri egizi, seguace di Orfeo,
di Zoroastro e di Mosè. Matematico e fisico, assertore dell'eliocentrismo,
riformatore morale e capo di una setta religiosa. Di origine greca o tirrena,
capostipite della "scuola italica". All'inizio dell'Ottocento si pone in
dubbio "perfino la sua inafferrabile presenza storica".
Il libro di Paolo Casini è uno studio colto e raffinato non tanto su Pitagora,
quanto sul mito dell'esistenza di una "prisca sapientia italica" legata alla
sua figura enigmatica e multiforme, un mito coltivato nel mondo antico e
alimentato di nuove forme nel Medioevo e nel Rinascimento. Rivendicato
ed enfatizzato tra Seicento e Settecento fino ad acquisire la consistenza
di un mito nazionale tra l'età napoleonica e l'Unità. "Le leggende che
circondano il Pitagora riformatore, sciamano, autore di miracoli e di
meraviglie - scrive Casini - ricadono nelle fabulazioni del pensiero
mitico, in un passato sapienziale arcaico, distinto dalla fase creativa nella
quale le intuizioni della "scienza" pitagorica si configurano come frutto di
ricerche razionali".
A Pitagora sono state attribuite dubbie priorità di scoperte tramandate da
aneddoti, dal teorema che porta il suo nome, agli intervalli della scala
musicale ai numeri irrazionali e ai solidi regolari "platonici", di cui Euclide
mostra le proprietà. I detti oracolari, i tabù alimentari, la dottrina della
reincarnazione dell'anima, il simbolismo arcano dei numeri e l'armonia
delle sfere celesti. Ecco il corpo di credenze ereditato dai neoplatonici
dell'antichità, da Filone a Plutarco, a Nicomaco di Gerasa, Porfirio,
Giamblico e Proclo, poi ripreso e sviluppato dai filosofi della Rinascenza.
Dissolte le nebbie della leggenda, la critica moderna ha rivelato
l'inconsistenza di molte attribuzioni, viziate "dal peccato d'origine delle
finzioni e invenzioni neopitagoriche". E tuttavia "la storia delle idee non
procede soltanto per verità razionali", afferma a ragione Casini. Il suo
percorso è molto più incerto e sfuggente. Ecco perché "ignorare un mito
così multiforme per il suo alto contenuto di errore precluderebbe ogni
comprensione dei motivi accessori che fiorirono ai margini della leggenda
e nutrirono l'immaginazione di generazioni".
Nelle mani di Casini il mito di Pitagora diventa una originale chiave di
lettura di molte pagine della storia della cultura e della scienza. Infatti,
"non soltanto maghi, iniziati e occultisti, ma filosofi, matematici, cultori di
musica e di architettura, e perfino i protagonisti della rivoluzione
scientifica si appropriarono, in parte o in toto, dell'immagine tardo-antica
di Pitagora e della scuola italica, con le deformazioni e falsificazioni che
comportava". L'ombra di Pitagora, "riflessa dallo specchio deformante
della tradizione" prende corpo nelle pagine di Cusano e Marsilio Ficino,
Leon Battista Alberti e Pico della Mirandola, che coniuga la prisca
philosophia in una ardita sintesi di cabala e pitagorismo.
La magia dei numeri alimenta la fioritura della numerologia
cinquecentesca e si affaccia nelle pagine di Agrippa e Giordano Bruno.
"Anche la rivoluzione astronomica si svolse sotto il segno dei filosofi
italici" afferma Casini. "Il nostro sapere è reminiscenza degli antichi"
scrive Copernico evocando la prisca sapientia pitagorica e le speculazioni
cosmologiche della "setta italica", mentre nel Dialogo Galileo traccia una
netta distinzione tra la matematica e i misteri pitagorici della scienza dei
numeri, che sono "le sciocchezze che vanno per le bocche e le carte del
volgo". Una distinzione che si riflette anche nella controversia che
oppone Keplero a Robert Fludd.
Nel ripercorrere le vie tortuose lungo le quali il mito pitagorico, con
insospettata vitalità, è giunto fino alle soglie del nostro secolo, sta il
fascino particolare della ricerca di Casini. Le contraddizioni e le oscurità
presenti in fonti spesso tra loro contraddittorie hanno favorito il continuo
riproporsi del mito nei contesti più diversi, dalla scienza alla filosofia alla
politica. Platone in Italia, il romanzo filosofico-antiquario "destinato
piuttosto all'uso del volgo che de' dotti" che scrive Vincenzo Cuoco,
all'inizio dell'Ottocento, "è una summa che raccoglie le fila del mito
pitagorico e della vecchia disputa circa le origini italiane" il cui filo
conduttore è la ricerca di una identità culturale e politica nazionale. Il
tema vichiano dell'antica sapienza pitagorica si rinnova e si dilata nelle
pagine del Primato morale e civile degli Italiani di Gioberti, dove la
leggenda pitagorica si coniuga con l'esaltazione del primato papale in un
connubio che "assicurò al manifesto dell'ideologia neoguelfa una
folgorante ma effimera efficacia ideologica".
Negli anni dell'unificazione politica italiana la natura mitica del tema
dell'antica sapienza italica viene denunciata con grande vigore polemico
da Spaventa. Si può dire, osserva Casini, che quel mito "dopo aver dato
un contributo non irrilevante all'ideologia unitaria parve aver esaurito il suo
compito non appena la sua stagione politica fu conclusa". Sopravvisse
solo presso una "variegata e intramontabile tribù" di ingenui cultori del
pitagorismo, maghi, occultisti, "cultori di numerologia e di arcani saperi
esoterici" la cui progenie ancora oggi è tutt'altro che estinta. |