RASSEGNA STAMPA

24 GENNAIO 1999
UMBERTO BOTTAZZINI
Una ricostruzione del mito di Pitagora nella storia del pensiero
La sapienza dei numeri
Paolo Casini, "L'antica sapienza italica. Cronistoria di un mito", Il Mulino, Bologna 1998, pagg. 372, L.45.000.
Il mito è quello di Pitagora. Il luogo di nascita è Crotone. Il mito si costituisce intorno al sodalizio fondato nel VI secolo a.C. da una figura che già nell'antichità è leggenda. Sciamano e semidio, mago, taumaturgo dotato di poteri sovrannaturali. Iniziato ai misteri egizi, seguace di Orfeo, di Zoroastro e di Mosè. Matematico e fisico, assertore dell'eliocentrismo, riformatore morale e capo di una setta religiosa. Di origine greca o tirrena, capostipite della "scuola italica". All'inizio dell'Ottocento si pone in dubbio "perfino la sua inafferrabile presenza storica".
Il libro di Paolo Casini è uno studio colto e raffinato non tanto su Pitagora, quanto sul mito dell'esistenza di una "prisca sapientia italica" legata alla sua figura enigmatica e multiforme, un mito coltivato nel mondo antico e alimentato di nuove forme nel Medioevo e nel Rinascimento. Rivendicato ed enfatizzato tra Seicento e Settecento fino ad acquisire la consistenza di un mito nazionale tra l'età napoleonica e l'Unità. "Le leggende che circondano il Pitagora riformatore, sciamano, autore di miracoli e di meraviglie - scrive Casini - ricadono nelle fabulazioni del pensiero mitico, in un passato sapienziale arcaico, distinto dalla fase creativa nella quale le intuizioni della "scienza" pitagorica si configurano come frutto di ricerche razionali".
A Pitagora sono state attribuite dubbie priorità di scoperte tramandate da aneddoti, dal teorema che porta il suo nome, agli intervalli della scala musicale ai numeri irrazionali e ai solidi regolari "platonici", di cui Euclide mostra le proprietà. I detti oracolari, i tabù alimentari, la dottrina della reincarnazione dell'anima, il simbolismo arcano dei numeri e l'armonia delle sfere celesti. Ecco il corpo di credenze ereditato dai neoplatonici dell'antichità, da Filone a Plutarco, a Nicomaco di Gerasa, Porfirio, Giamblico e Proclo, poi ripreso e sviluppato dai filosofi della Rinascenza.
Dissolte le nebbie della leggenda, la critica moderna ha rivelato l'inconsistenza di molte attribuzioni, viziate "dal peccato d'origine delle finzioni e invenzioni neopitagoriche". E tuttavia "la storia delle idee non procede soltanto per verità razionali", afferma a ragione Casini. Il suo percorso è molto più incerto e sfuggente. Ecco perché "ignorare un mito così multiforme per il suo alto contenuto di errore precluderebbe ogni comprensione dei motivi accessori che fiorirono ai margini della leggenda e nutrirono l'immaginazione di generazioni".
Nelle mani di Casini il mito di Pitagora diventa una originale chiave di lettura di molte pagine della storia della cultura e della scienza. Infatti, "non soltanto maghi, iniziati e occultisti, ma filosofi, matematici, cultori di musica e di architettura, e perfino i protagonisti della rivoluzione scientifica si appropriarono, in parte o in toto, dell'immagine tardo-antica di Pitagora e della scuola italica, con le deformazioni e falsificazioni che comportava". L'ombra di Pitagora, "riflessa dallo specchio deformante della tradizione" prende corpo nelle pagine di Cusano e Marsilio Ficino, Leon Battista Alberti e Pico della Mirandola, che coniuga la prisca philosophia in una ardita sintesi di cabala e pitagorismo.
La magia dei numeri alimenta la fioritura della numerologia cinquecentesca e si affaccia nelle pagine di Agrippa e Giordano Bruno.
"Anche la rivoluzione astronomica si svolse sotto il segno dei filosofi italici" afferma Casini. "Il nostro sapere è reminiscenza degli antichi" scrive Copernico evocando la prisca sapientia pitagorica e le speculazioni cosmologiche della "setta italica", mentre nel Dialogo Galileo traccia una netta distinzione tra la matematica e i misteri pitagorici della scienza dei numeri, che sono "le sciocchezze che vanno per le bocche e le carte del volgo". Una distinzione che si riflette anche nella controversia che oppone Keplero a Robert Fludd.
Nel ripercorrere le vie tortuose lungo le quali il mito pitagorico, con insospettata vitalità, è giunto fino alle soglie del nostro secolo, sta il fascino particolare della ricerca di Casini. Le contraddizioni e le oscurità presenti in fonti spesso tra loro contraddittorie hanno favorito il continuo riproporsi del mito nei contesti più diversi, dalla scienza alla filosofia alla politica. Platone in Italia, il romanzo filosofico-antiquario "destinato piuttosto all'uso del volgo che de' dotti" che scrive Vincenzo Cuoco, all'inizio dell'Ottocento, "è una summa che raccoglie le fila del mito pitagorico e della vecchia disputa circa le origini italiane" il cui filo conduttore è la ricerca di una identità culturale e politica nazionale. Il tema vichiano dell'antica sapienza pitagorica si rinnova e si dilata nelle pagine del Primato morale e civile degli Italiani di Gioberti, dove la leggenda pitagorica si coniuga con l'esaltazione del primato papale in un connubio che "assicurò al manifesto dell'ideologia neoguelfa una folgorante ma effimera efficacia ideologica".
Negli anni dell'unificazione politica italiana la natura mitica del tema dell'antica sapienza italica viene denunciata con grande vigore polemico da Spaventa. Si può dire, osserva Casini, che quel mito "dopo aver dato un contributo non irrilevante all'ideologia unitaria parve aver esaurito il suo compito non appena la sua stagione politica fu conclusa". Sopravvisse solo presso una "variegata e intramontabile tribù" di ingenui cultori del pitagorismo, maghi, occultisti, "cultori di numerologia e di arcani saperi esoterici" la cui progenie ancora oggi è tutt'altro che estinta.
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vedi anche
Storia della filosofia