RASSEGNA STAMPA

3 GENNAIO 1999
FRANCO VOLPI
A volte pensiamo a volte siamo
Due libri sulla coscienza di John Searle e Fabrizio Desideri
La coscienza è la funzione più naturale e insieme più segreta e inafferrabile della nostra mente. La filosofia ne ha fatto uno dei problemi fondamentali sui quali sempre è tornata e sempre ritornerà. Ma lo spettro delle questioni che il termine evoca è tale che difettano ormai le competenze per ricomporlo in un quadro unitario. Non tanto per le molte concezioni e teorie che si sono via via succedute nella storia del problema: dall'aristotelico "pensiero di pensiero" al sensus inditus di Agostino, dal cartesiano "penso dunque sono" all'idea nicciana della coscienza come strumento organico di sopravvivenza, e oltre. È soprattutto il fatto che oggi si producono di continuo rapidi e vasti sviluppi disciplinari nelle scienze cognitive, nello studio del cervello e dell'Intelligenza Artificiale, nella filosofia della mente. Tutto ciò, se fa della coscienza un passaggio obbligato, la rende insieme un terreno di indagine complesso e accidentato: chi è in grado oggi di integrare le ramificate ricerche in atto? E chi di offrire una risposta soddisfacente alla questione circa la natura della coscienza? Saranno presto vent'anni dacché Hofstadter e Dennett proposero con L'io della mente un viaggio nell'universo della coscienza - rendendo con le loro questioni problematico l'ovvio, e ovvio ciò che era problematico. Da allora si è avuta moltissima specializzazione, sintesi poca. Tra i rari filosofi capaci di dialogare con interlocutori delle diverse discipline investite dalla questione c'è John Searle, noto per la sua teoria dell'intenzionalità e per la critica dell'Intelligenza Artificiale in base all' argomento che la capacità sintattica di combinare simboli non significa saperli riferire a un mondo di significati. Nel suo ultimo libro (Il mistero della coscienza, trad. e postfazione di Eddy Carli, Cortina, pagg. 197, lire 36.000), Searle si confronta a tutto campo con il filosofo della mente Daniel Dennett, il fisico matematico Roger Penrose, il neurologo Israel Rosenfield e premi Nobel come il biologo Francis Crick e il neuroscienziato Gerald Edelman, per sostenere che la coscienza va concepita, al di là della separazione di fisico e mentale, come una "proprietà che emerge dal cervello": analogamente a uno strumento in grado di emettere musica, il cervello sarebbe una macchina organica di cui la coscienza rappresenta una funzione.
A complicare il contesto teorico e storico-filosofico del problema si impegna Fabrizio Desideri (L'ascolto della coscienza, Feltrinelli, pagg. 269, lire 40.000 lire), con il merito - di questi tempi non da poco - di congiungere interessi continentali e analitici. Desideri non azzarda ipotesi su che cosa sia la coscienza, ma rivisita e interroga problemi, autori, luoghi e testi classici in cui la coscienza è stata indagata, e non solo come coscienza riflessivo-constatativa, ma anche in quanto istanza pratico-morale e voce interiore. Ne risulta un profilo frastagliato e stimolante, che sollecita domande a catena. Su tutte, una: che cosa siamo noi che pensiamo e siamo il nostro pensiero? Dove si origina, nell'uomo, l'enigmatica alchimia di pensiero ed estensione? Che cosa vuol dire che questo singolare essere si distingua per il fatto di avere coscienza ed essere forse il solo a possederla? In esergo alle nostre ulteriori interrogazioni bene starebbe una celebre variazione su Descartes: "A volte pensiamo, a volte siamo".
inizio pagina
vedi anche
Il mondo dell'uomo