RASSEGNA STAMPA


27 DICEMBRE 1998

ARMANDO MASSARENTI

Niente miracoli nel Vangelo di Martinetti

Amedeo Vigorelli, "Piero Martinetti. La metafisica civile di un filosofo dimenticato", Bruno Mondadori, Milano 1998, pagg. 424, L. 29.000.

"Il Vangelo, con introduzione e note di Piero Martinetti", a cura di Alessandro Di Chiara, il melangolo, Genova 1998, pagg. 150, L. 22.000.

"Ho sempre ritenuto assurdo giurare fedeltà alla Chiesa; a maggior ragione non giurerò fedeltà a un regime politico". Così può essere espressa la motivazione profonda che spinse Piero Martinetti, nel 1931, a non piegarsi al nuovo regolamento universitario voluto dal fascismo. Pare che abbia anche accennato al fatto di non essersi sposato per lo stesso motivo: che il giuramento implicito nel matrimonio, di fedeltà e di amore eterno, è paradossale e impronunciabile quanto gli altri due. Ma questo forse fa solo parte di quel poco di leggenda che si è tramandata su di lui. Di perfettamente documentabile, come mostra Amedeo Vigorelli nel bel ritratto umano e intellettuale che gli ha dedicato, vi è invece il carattere religioso del suo atto: "io non ho voluto giurare (e così credo molti degli undici) - scrive in una lettera a un amico - per un motivo religioso, per non subordinare le cose di Dio alle cose della terra". Al contrario di altri tipi di giuramento, attinenti alla sfera giuridica, "inammissibile", immorale e indice di una religiosità immatura, è infatti giudicato quel tipo di giuramento "per cui l'uomo si impegna a regolare la propria condotta secondo la volontà altrui, cioè a non tenere conto dei comandamenti della propria coscienza".
In Martinetti accade così che una pura, autentica religiosità coincida con la più perfetta laicità. Morale e religione, nel suo pensiero, sono lo stesso: la religione non è autentica, ma volgare e ipocrita, se non è fondata su una morale che mette al primo posto l'autonomia del giudizio e la libertà di coscienza, la quale non può essere - per definizione - messa al servizio di nessuno, né di un partito, né di una patria, né di una chiesa.
Soprattutto di una chiesa. E lo si vede bene dalla sua guida ai Vangeli, che uscì nel 1936, che incorse - come già il volume su Gesù Cristo e il Cristianesimo, del '34, poi ripubblicato dal Saggiatore nel '69 con un'introduzione di Giacomo Zanga - nel sequestro da parte del regime fascista e nella messa al bando della Congregazione del Sant'Uffizio, e che ora viene riproposta dall'editrice il melangolo. Martinetti legge il Vangelo cercando di separare gli aspetti leggendari, aggiunti dai discepoli, dalla verità storica e da ciò che è ragionevole attribuire allo stesso Gesù. Nel suo tentativo piano e pacato di assegnare alle diverse fonti - in primis ai Vangeli ufficiali - il giusto grado di affidabilità, una delle cose che agli occhi di Martinetti appaiono più certe è appunto che Gesù non aveva nessuna intenzione di fondare una Chiesa: questa gli è stata attribuita più tardi, insieme a una serie di elementi dogmatici che nei Vangeli si mescolano con la narrazione, rendendoli spesso oscuri e talvolta inintelligibili.
Nel Vangelo di Giovanni l'elemento dottrinale e teologico prevale decisamente, e viene preso in considerazione solo nella parte relativa alla passione e morte. Più vicino ai fatti è quello di Marco, scritto nel 70 d.C. circa, a quarant'anni dalla morte di Cristo, quando già erano circolate molte leggende, delle quali sono ancor più ricchi quello di Matteo e Luca, scritti intorno all'anno 100. Per esempio, essi sentono l'esigenza di far nascere Gesù a Betlemme (e non a Nazareth, la sua città) perché il Messia, secondo le profezie, doveva venire da lì. E così è nata tutta la storia di un censimento mai verificatosi, di Erode, dei re magi, e via dicendo.
Anche la natura divina di Gesù e la sua vita soprannaturale sono per Martinetti un complemento dogmatico, perché il "Messia era agli occhi di Gesù solo un inviato di Dio, non un Dio". Né le guarigioni prodigiose di Gesù possono essere considerate miracoli. E i veri e propri miracoli (la moltiplicazione dei pani, il cammino sulle acque, il disseccamento del fico, ecc.) sono "talmente miserandi" da essere indegni di un "uomo divino"; inoltre sono spesso ricalcati su parabole, il che fa pensare che siano pure invenzioni. Altrettanto infondate dal punto di vista storico sono le vicende successive alla morte di Gesù e relative alla resurrezione. Assai forzata è l'idea che egli si sarebbe consapevolmente autoimmolato, che non abbia opposto resistenza al suo arresto, che Pilato sia stato indulgente con lui, che il popolo sia stato convocato e che abbia scelto Barabba, ecc. ecc.
Tutte cose palesemente false, secondo Martinetti, che oscurano il vero messaggio di Gesù, che non ha bisogno di mediazioni perché è rivolto direttamente al cuore e alla mente degli uomini, ed è fondato sulla pietà, la carità, l'eguaglianza tra gli esseri umani, la coerenza tra parole e azioni e sull'affermazione della bontà di Dio: elementi di un cristianesimo interiore che ogni pensiero libero dovrebbe portare con sé.
Il Vangelo di Martinetti esce a pochi mesi dalla pubblicazione della enciclica papale Fede e ragione (ed. Piemme), e può essere utile per smascherarne la fallacia di fondo (già rilevata sul Sole-24 Ore dell'11 ottobre scorso): come può un documento ufficiale di una istituzione come la Chiesa cattolica auspicare contemporaneamente l'uso libero e spregiudicato della ragione, e insieme chiedere una fedeltà incondizionata ai propri dogmi e alle proprie verità rivelate? Tra pochi giorni inizia l'anno del Giubileo: motivo in più per leggere Martinetti. Per gli spiriti più autenticamente religiosi - e quindi più laici -, che per Martinetti sono una esigua minoranza, sarà una piccola consolazione di fronte a uno spettacolo mercantil-superstizioso che si annuncia ben poco edificante. Ci piacerà allora ricordare Gesù, giunto a Gerusalemme da "riformatore", che scaccia i mercanti dal Tempio: un'immagine molto cara all'austero filosofo piemontese.

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Filosofia e religione