RASSEGNA STAMPA

27 DICEMBRE 1998
MARCO VANNINI
La Weil e la discesa d'Amore
Il linguaggio metafisico-platonico dei Padri greci relativamente alla nascita del Logos dell'anima è certo desueto ai nostri tempi, tutti protesi verso l'io, l'esperienza personale, la logica della fruizione e del particolare. È perciò molto significativo riportare le righe in cui un personaggio contemporaneo, assolutamente figlio della modernità, descrive la medesima cosa, con termini forse a noi più comprensibili. Si tratta di Simone Weil, che proveniva da una cultura laica, agnostica, e anche, come lei stessa ebbe poi a giudicarla, sostanzialmente chiusa e meschina, quale era quella positivistica francese della Terza Repubblica. Scrivendo una lunga lettera di congedo al domenicano padre Perrin nel 1942, la Weil racconta in prima persona la sua vicenda spirituale. Un giovane cattolico inglese, conosciuto a Solesmes nella Pasqua del 1938, le fece conoscere il poeta metafisico George Herbert (1593-1633), e la sua poesia intitolata Amore: "L'Amore mi accolse, ma l'anima mia indietreggiò / colpevole di polvere e peccato. / Ma chiaroveggente l'Amore, vedendomi esitare / fin dal mio primo passo, / mi si accostò, con dolcezza domandandomi / se qualcosa mi mancava. / "Un invitato", risposi, "degno di essere qui". / L'Amore disse: "Tu sarai quello". / "Io, il malvagio, l'ingrato? Ah, mio diletto, / non posso guardarti". / L'Amore mi prese per mano, sorridendo rispose: / "Chi fece quest'occhi, se non io?" / "È vero Signore, ma li ho insozzati: che vada la mia vergogna dove merita". / "E non sai tu", disse l'Amore, "chi ne prese il biasimo su di sé?" / "Mio diletto, allora servirò" / "Bisogna che tu sieda", disse l'Amore, "che tu gusti il mio cibo". / Così mi sedetti e mangiai?". La Weil racconta che la imparò a memoria, esercitandosi a recitarla nei momenti culminanti delle sue crisi di emicrania, ponendovi la massima attenzione e aderendo con tutta l'anima alla tenerezza che essa racchiude.
Credeva di recitarla solo come una bella poesia, mentre, a sua insaputa, quella recitazione aveva virtù di una preghiera. Fu proprio mentre la stava recitando che Cristo discese su di lei e si impadronì del suo cuore. Nei suoi ragionamenti sull'insolubilità del problema di Dio la Weil non aveva previsto questa possibilità di un contatto reale, da persona a persona, quaggiù, fra un essere umano e Dio. Aveva vagamente sentito parlare di cose simili, ma non vi aveva mai creduto. Le storie di apparizioni, ad esempio nei Fioretti di san Francesco, come i miracoli nel Vangelo, le ripugnavano più di ogni altra cosa. Non conosceva la letteratura mistica, e neppure il nome di Dio aveva avuto posto nei suoi pensieri, ma in un momento di intenso dolore fisico, mentre si sforzava di amare, senza credersi in diritto di dare un nome a questo amore, sentì una presenza inaccessibile ai sensi e al'immaginazione, analoga all'amore che trasparisce dal più tenero sorriso di un essere amato. Fin qui la testimonianza personale, peraltro assai misurata e controllata, della Weil. Essa riuscirà chiara e comprensibile a chiunque abbia esperimentato, per dirla sempre con le sue parole, la "discesa di Dio" nell'anima che ha fatto il vuoto, che ha rifiutato il suo consenso a tutto ciò che non è Dio, riconoscendo la distanza infinita che separa il necessario - soggetto alle leggi della forza, della pesanteur - dal Bene, sempre al di là dell'ambito dei fatti. Allora non ci si stupirà se la Weil prosegua la sua testimonianza scrivendo di aver compreso il significato del platonismo, e della "fonte greca", cui attingere sempre acqua pura.
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