Lo spettro si aggira ancora| Per commemorare i centocinquant'anni del
"Manifesto" esce in questi giorni anche
un'edizione di Berlusconi |
| Si apra il Manifesto: dovrebb'essere ormai un testo polveroso. Marx ne
ultimò la stesura nel gennaio del 1848 a Bruxelles, appena trentenne, alla
vigilia della rivoluzione che, proprio in quell'anno, avrebbe scosso dalle
fondamenta l'Europa intera. E si trattava - lo si ricordi - della
rivoluzione liberale borghese, ispirata per lo più al principio di nazionalità.
A Parigi, in giugno, a dire il vero, vi fu anche un tentativo socialista,
presto abortito. Ma ciò che ne resta è soprattutto l'analisi desolata che
ne tracciò Tocqueville nei Souvenirs.
Si apra, dunque, il Manifesto e ci si lasci prendere, per un istante,
dall'onda del suo discorso. In poche pagine di grande efficacia, ci si
squaderna dinanzi agli occhi un mirabile affresco storico. Con tratti rapidi
e incisivi, Marx descrive la nascita di un mondo nuovo; l'ascesa, graduale
e tuttavia irresistibile, di una nuova classe: la borghesia imprenditoriale
moderna.
Il processo è messo in moto dalla spinta di forze produttive nuove, diverse
da quelle che erano all'opera nella società feudale. Prima la manifattura,
poi il vapore e la macchina, rivoluzionano la produzione. Dove prevaleva
un'economia chiusa, essenzialmente agricola, ristretta all'ambito locale e
volta al consumo immediato del prodotto, subentra, a poco a poco, la
grande industria, che non lavora più soltanto materie prime del luogo ma
delle zone più lontane e i cui prodotti non vengono consumati solo nel
Paese stesso, ma venduti in tutte le parti del mondo.
L'autosufficienza e l'idiotismo rurale della società feudale sono distrutti.
All'antico isolamento locale e nazionale si sostituisce l'interdipendenza
fra le nazioni, lo scambio universale, il mercato mondiale. E la produzione
e il consumo di tutti i Paesi ne ricevono un'impronta cosmopolitica.
Sull'onda di quest'immenso rivolgimento la borghesia estende il suo
dominio dall'economia alla politica, dalla società allo Stato. E suggella,
infine, il proprio potere nelle istituzioni dello Stato rappresentativo
moderno.
Sono trascorsi centocinquant'anni dalla pubblicazione del Manifesto,
eppure il discorso sembra scritto ieri. L'affresco storico appare, nelle
grandi linee, realistico, veritiero. Il racconto non muove da presupposti
dottrinari, ma dal presente, cioè da condizioni ben determinate. E fa
perno su un evento reale di capitale importanza: la Rivoluzione
industriale. Il modo in cui viene descritto lo sfaldamento della società
feudale sotto l'azione della manifattura, prima, e, poi, della grande
industria, è confermato da tutta la storiografia non marxista, sia
antecedente sia posteriore all'opera di Marx.
Ma proseguiamo e avviciniamo la lente al grande affresco così da isolarne
quello che, a tutti gli effetti, ne è l'attore e il protagonista principale. Ci
imbattiamo in ciò che Antonio Labriola non esitò a definire un "inno" alla
borghesia, il peana che il Manifesto ha intonato a questa classe. "Solo la
borghesia ha dimostrato che cosa l'attività umana può produrre. Essa ha
realizzato meraviglie ben diverse dalle piramidi egizie, dagli acquedotti
romani e dalle cattedrali gotiche, si è lanciata in ben altre avventure che
non le migrazioni dei popoli e le crociate".
"La borghesia - prosegue Marx - non può esistere senza rivoluzionare
continuamente gli strumenti di produzione, dunque i rapporti di
produzione, dunque tutti i rapporti sociali. ... L'ininterrotta trasformazione
della produzione, il continuo sconvolgimento di tutte le istituzioni sociali,
l'eterna incertezza e l'eterno movimento distinguono l'epoca della
borghesia da tutte le epoche precedenti".
E, finalmente, ecco dischiudersi il nuovo scenario planetario: la
mondializzazione. "La necessità di uno sbocco sempre più vasto per i
suoi prodotti lancia la borghesia alla conquista dell'intera sfera terrestre.
... La borghesia ha strutturato in modo cosmopolitico la produzione e il
consumo di tutti i Paesi grazie allo sfruttamento del mercato mondiale.
Con grande dispiacere dei reazionari essa ha sottratto all'industria il suo
fondamento nazionale. Antichissime industrie nazionali sono state
distrutte e continuano a esserlo ogni giorno. Nuove industrie le
soppiantano, industrie la cui nascita diventa una questione vitale per tutte
le nazioni civili".
È stato osservato giustamente, già da Franz Mehring, che, per molti
aspetti, l'analisi di Marx precorreva i tempi. Essa descrive, infatti, un
capitalismo che si sarebbe manifestato appieno solo decenni dopo. Alla
fine degli anni 40 del secolo scorso i risultati acquisiti dalla borghesia
erano assai più modesti dei miracoli che le vengono attribuiti dal
Manifesto; non solo nell'Europa continentale dove la rivoluzione
industriale decollò con un ritardo di alcuni decenni rispetto all'Inghilterra,
ma anche in quest'ultimo Paese, che già si avviava a divenire ciò che fu,
di fatto, per tutto il secolo XIX: l'"officina del mondo". In fondo, nel 1850 il
mondo non produceva più di 71mila tonnellate di acciaio (il 70% delle
quali solo in Gran Bretagna) e aveva meno di 36mila chilometri di strade
ferrate.
Ma, già nel Manifesto come in tutto il resto della sua opera, si coglie una
caratteristica dello stile di pensiero di Marx: mettere a nudo, con l'analisi
che scarnifica, le tendenze storiche di lungo periodo dei processi in
corso, lasciandole poi agire come in un "modello puro", senza il freno e
l'intralcio dei fattori minori o di disturbo: che è il punto, come vedremo,
dove le formidabili doti di "predizione" scientifica di Marx si intrecciano
con quelle (di tutt'altro genere) del "profeta".
Altrettanto va detto per l'altro polo del discorso: il proletariato. È palese la
sopravvalutazione delle potenzialità rivoluzionarie della nuova classe,
allora appena in via di sviluppo: l'operaio della grande impresa. Qui ci
soccorrono le circostanze che presiedettero alla nascita del Manifesto.
Un'associazione di fuoriusciti tedeschi rifugiati in Inghilterra - la "Lega
dei comunisti" (già "Lega dei Giusti") - conferì a Marx e a Engels (a
quest'ultimo, di fatto, che già si era installato Oltremanica) l'incarico di
redigere un testo che riassumesse i principi e le finalità del movimento, in
vista del suo secondo Congresso. E anche Engels predispose in effetti
un proprio testo, i Principi del comunismo (edito postumo). Ma è
significativo considerare che tipo di documento egli approntò: Engels, che
conosceva bene e per esperienza diretta le condizioni effettive della
"Lega" e il livello della sua coscienza politica (gonfia del "socialismo
utopistico" dei vari Weitling, Karl Grün eccetera), optò per un testo in
forma di catechismo (venticinque domande con altrettante risposte), che,
assai probabilmente, sarebbe stato più accessibile all'uomo comune e,
certo, più adatto agli scopi dell'agitazione immediata.
Dinanzi allo scritto dell'amico, Engels rinunciò coscienziosamente a
proporre alla "Lega" il proprio: un abbozzo artigianale a paragone del
David di Donatello. Ma, se ciò spiega come il frontespizio dell'opera
avrebbe poi indicato due autori (sebbene essa sia interamente e
inconfondibilmente di Marx), lascia intuire anche quanto il Manifesto
volasse alto sulla testa dei suoi destinatari.
Riletto oggi, ciò che più colpisce nel testo è la sua proiezione mondiale.
Un tempo, si sarebbe detto il suo "internazionalismo"; oggi non più, visto
l'uso che di quella parola si è fatto fino a ieri. In realtà, l'orizzonte di Marx
è proprio il mondo, ma nell'accezione storico-reale che il termine poteva
avere in quegli anni, quando in concreto il cuore del mondo era l'Europa
ed era in Europa che si decidevano le sorti del pianeta.
Emerge qui un tratto su cui vale la pena di soffermarsi. Nel 1843 Marx
aveva promosso, con Arnold Ruge, la pubblicazione degli "Annali
franco-tedeschi" a Parigi. L'idea era che l'imminente rivoluzione sarebbe
nata dall'incontro della "testa" filosofica tedesca con il "cuore" francese,
cioè con la passione politica scaturita dal giacobinismo. (La metafora, se
ricordo bene, risale ad Heinrich Heine).
Il quadro è ancora incompleto. A queste due prime tessere, quella
tedesca e quella francese, se ne dovrà aggiungere presto una terza,
l'economia politica inglese, perché l'analisi di Marx possa trovare la sua
giusta dimensione euro-mondiale. E tuttavia, già a questo punto,
s'impone di dire qualcosa circa la parabola da lui percorsa negli anni
della formazione.
La dissertazione di laurea di Marx è del 1841. Dall'università in poi, egli
era vissuto immerso nel clima della "sinistra hegeliana", a contatto di
personalità come Bruno Bauer, Arnold Ruge, Moses Hess e, se non con
la persona, certo con l'opera di Ludwig Feuerbach, che, proprio in quegli
anni, toccava l'apogeo del suo pensiero con L'essenza del cristianesimo
(1841) e i Princìpi della filosofia dell'avvenire (1843).
Non c'è ora modo di entrare nel vivo del confronto che Marx ebbe con la
filosofia di Hegel. È certo che si trattò di un confronto serio e che lo
impegnò profondamente. La Critica del diritto pubblico di Hegel e i
Manoscritti economico-filosofici del '44 (editi postumi, rispettivamente,
nel 1927 e nel 1932, in anni in cui né il comunismo sovietico né il
nazionalsocialismo sopravvenuto poi consentivano analisi del marxismo)
provano quanto a fondo Marx abbia scavato in almeno due opere di
Hegel: i Lineamenti di filosofia del diritto e la Fenomenologia dello spirito.
Il risultato che ne trasse fu, grosso modo, in linea con le tesi della
sinistra hegeliana. L'identità di Reale e Razionale, che Hegel pone come
cardine del suo sistema, andava trasformata e sovvertita. Il reale non è di
per sé razionale. È la razionalità, piuttosto, che deve realizzarsi,
rovesciando ciò che ancora sussiste, sebbene non abbia più senso.
L'idea, insomma, è quella di travasare nel mondo la filosofia, di attuarla.
E, dinanzi a questi duri filosofemi, non occorre molto perché la mente
evochi la celebre XI Tesi su Feuerbach (1845-46): "I filosofi hanno solo
interpretato il mondo in modi diversi; si tratta invece di mutarlo". |