NELSON GOODMANMondi blerd e mondi vlu Ritratto del filosofo di Harvard scomparso di recente, noto per il suo radicale relativismo ontologico Distruttore negli anni 50 insieme a Quine dei "dogmi" dell'empirismo, si e poi occupato sempre più del rapporto e delle analogie tra arte e scienza |
| Nelson Goodman, uno dei maggiori filosofi del '900, morto senza clamori alcune settimane fa all'età di 92 anni, è noto soprattutto per le sue riflessioni sull'arte e l'estetica. I linguaggi dell'arte, del 1968, (Il Saggiatore) e Vedere e costruire il mondo (Laterza; titolo originale: Ways of Worldmaking), di dieci anni più tardi, dedicato alla moglie artista "che fabbrica mondi con acquerelli", sono i due libri che ha scritto sull'argomento. Goodman, che proprio in quegli anni dal '68 al '77 - ha insegnato ad Harvard, dove poi è rimasto come professore emerito, ha diretto a lungo una galleria d'arte a Boston, ed era egli stesso dotato di uno spiccato talento artistico. Solo che il suo "capolavoro" lo ha realizzato in un campo apparentemente lontano da quello caro agli artisti: quello della logica e dell'epistemologia.
Una vera opera d'arte - ha sostenuto Hilary Putnam nella prefazione a Fatti, ipotesi e previsioni (Laterza), un classico del pensiero contemporaneo, pubblicato originariamente nel 1954 - è l'argomento con cui Goodman ha operato una riforma radicale del modo di intendere uno di problemi centrali della filosofia moderna: il problema dell'induzione. Lo ha fatto inventandosi il predicato "blerde" (grue), uno strano incrocio tra verde e blu, cui attribuire il seguente significato: è "blerde" un oggetto che risulta verde se lo esaminiamo prima di un tempo t, poniamo, il Duemila, e blu nel caso non sia esaminato prima di quel momento. Per quanto l'attributo "blerde" possa sembrarci strano, in questa situazione si può affermare tranquillamente che "tutti gli smeraldi sono "blerdi"", perché tutti quelli che ho osservato fino al Duemila, sono verdi e tutti quelli che non ho ancora osservato - secondo la definizione di "blerde" sono blu.
Assurdo? Paradossale? Certo. - Ma ciò che è veramente paradossale, osserva Goodman, e insieme molto istruttivo, è che ci troviamo nella stessa identica situazione con il predicato che ci sembra assolutamente familiare, cioè "verde". Se osservo i singoli smeraldi - lo smeraldo a, lo smeraldo b ecc. - e per ognuno verifico che è verde, ho anche la prova che tutti sono blerdi. L'attribuzione dei predicati "verde" o "blerde" si basa sul medesimo processo, e non riusciremo mai a capire se gli smeraldi sono verdi o blerdi basandoci solo sull'osservazione. Molto dipenderà dai predicati da cui partiamo: ma non è l'osservazione che ci dice che è meglio partire dal predicato "Verde" piuttosto che da "blerde". Le conferme nei due casi saranno identiche. Non è una questione di fatto, empirica e osservabile, se questo smeraldo, o il "mondo", è verde o blerde, ma è questione di quali sono i concetti, i predicati, le categorie che noi adottiamo. Ce ne sono alcuni più plausibili e affidabili di altri, ma nessuno ci offre garanzie assolute, nessuno descrive il mondo così com'è, perché il mondo puro e semplice non esiste. Lo leggiamo sempre con categorie nostre.
Un discorso questo che vale - dirà Goodman successivamente - per le teorie scientifiche, per le opere d'arte, per le visioni morali e per qualunque attività "cognitiva". Non ci sono da una parte le scienze che si occupano dei fatti e dall'altra le arti e le visioni morali che si parlano di gusti, valori, emozioni. In tutti questi campi, in ogni sfera dell'attività umana, siamo impegnati a "costruire mondi" con i materiali - concetti, categorie, emozioni, descrizioni, a loro volta per niente innocenti che troviamo o che ci inventiamo. La qualità, la verità, la pertinenza, la "giustezza" di questi mondi dipende dalle loro qualità interne. La capacità di conoscere il mondo che ci circonda dipenderà dalla qualità, dalla perspicacia, dalla rilevanza, dei nostri modelli e delle nostre categorie.
Il problema affrontato da Goodman in Fatti, ipotesi e previsioni non è quello, classico, di stabilire se il ragionamento induttivo avrà successo in futuro. Se finora ho osservato che i corvi sono neri, o che gli smeraldi sono verdi, presumerò che continueranno ad esserlo in futuro: ma su questo egli dà per pacifico che non abbiamo nessuna garanzia. Nessuno può dimostrare conclusivamente che domani il sole sorgerà sulla base del fatto che finora è sempre sorto. Il problema dell'induzione, in questo senso, più che risolto (come pretende Popper) è stato dissolto, assolvendo quello che per Wittgenstein è il vero compito della filosofia: liberarci da certi crampi del pensiero che ci conducono su strade sbagliate.
Ma Goodman dice qualcosa di più: che è inutile pensare che la logica induttiva possa essere formale nel senso in cui lo è quella deduttiva. Se partiamo da criteri formali, non potremo scegliere tra verde o blerde. Se invece partiamo dalle nostre pratiche artistiche, scientifiche, morali - e dai criteri, dalle norme o dai principi che noi scegliamo o che esse stesse incorporano, potremo valutare l'efficacia di quelle pratiche sulla base di quei criteri e, viceversa, valutare la plausibilità di norme, criteri e principi sulla base di queste pratiche: con la possibilità di impegnarci per migliorarle entrambi. Tutto ciò potrà sembrare, circolare, ma si tratta di un circolo 'virtuoso', e non vizioso, perché presuppone un atteggiamento attivo e riflessivo. Lo si vede bene nel campo della morale, come ha mostrato John Rawls, che in Una teoria della giustizia ha adottato l'idea di Goodman dì equilibrio riflessivo applicandola al confronto e al reciproco adattamento tra le varie morali elaborate dai filosofi e le intuizioni morali del senso comune.
Con Quine, Goodman aveva contribuito a smontare dall'interno i "dogmi" del neoempirismo logico. Le strutture dell'apparenza, il primo libro di Goodman, si muove nell'orizzonte carnapiano e che contiene l'idea del relativismo ontologico poi sviluppata con Quine. Ma questi continua a ritenere la scienza l'unico vero campo in cui si dà conoscenza, e per questo non condivide l'esito quasi irrealista e relativista di Goodman. Il quale però, nel valorizzare il mondo dell'arte non svaluta affatto quello delle scienze. Il suo pensìero può essere anche interpretato come una forma di realismo pluralistico là dove scrive che
"Ci sono molti modi di essere nel mondo e una descrizione vera ne coglie uno", aggiungendo che laddove il monista, cioè colui che crede che esista solo una versione vera del mondo, non trova tale soluzione vera, cade nella disperazione, il relativista ne cerca un'altra. Il relativismo di Goodman si combina con elemento assai fattivo é costruttivo che è tipico sia delle arti che delle scienze, prese al loro meglio. Non ci sono cose in sé, d'accordo: solo costruzioni del mondo, non solo scientifiche ma anche artistiche "Ma che cosa è il mondo che ha tanti modi di essere? - scrive in I linguaggi dell'arte - Parlare dei modi di essere del mondo, o dei modi di descrivere o dipingere il mondo, é parlare di descrizioni-di-mondo o di figure di mondo, e non implica che ci sia una cosa unica - o meglio qualcosa - che viene descritta o dipinta" ma "da ciò non deriva nemmeno che non sia descritto o dipinto nulla".
All'inizio degli anni 80 Goodman partecipò a un convegno, organizzato da Piattelli Palmarini, dal titolo Livelli dì realtà (Feltrinelli, 1984). Il suo intervento ("Storie su storie, piani su piani, o la realtà in livelli"), era insieme una esposizione della sua filosofia, in particolare della sua teoria dei simboli, e un omaggio a Italo Calvino con il quale ebbe uno scambio memorabile sul Cavaliere inesistente, che Goodman prese a vera metafora della sua posizione filosofica e della sua concezione del "mondo reale"- "Come lui non può essere separato dall'armatura, così il mondo reale non può essere separato dalle versioni. L'armatura può essere cambiata, una nuova versione può rimpiazzarne una vecchia; ma come non possiamo trovare Ser Agilulfo indipendentemente da tutte le armature, così non possiamo trovare un mondo indipendentemente da tutte le versioni". Insomma, nonostante tutto il mondo reale esiste, allo stesso modo in cui esiste persino Ser Agilulfo, cioè colui che è stato pensato deliberatamente per non esistere. |