CON GLI OCCHI DEL PENSIERO| La difesa dell'origine pittorico-visiva della conoscenza nell'ultimo libro di Francesco Ferretti |
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| Francesco Ferretti, "Pensare vedendo. Le immagini mentali nella scienza
cognitiva", Carocci, pp. 201, L. . 28.000 | Un'antica constatazione della filosofia greca riconosce nel senso
della vista il primo strumento conoscitivo utile all'uomo.
Aristotele apre il corso esoterico di Metafisica con
l'affermazione del primato del vedere (idéin) su ogni
altra operazione della mente. Il vedere, secondo gli epicurei,
non dà solo "conoscenza" ma anche un "piacere" (edoné)
riconosciuto e riconoscibile da tutti gli uomini, che fonda un
senso comune necessario alla buona comunicazione della conoscenza
stessa. Questo vedere orientato alla conoscenza si esprime in
immagini del mondo che prendono poi,
comunicandosi, consistenza di linguaggio. I materialisti antichi
innestano una marcia in più, in tale direzione, riconoscendo agli
eìdola, cioè ai simulacri delle cose costituiti
dagli atomi mobili che s'imprimono nella mente e dotati di una
precisa autonomia ontologica, lo statuto di entità conoscitive
valide e "consentite" agli uomini.
Questo materialismo e le teorie dell'"immaginazione" che vi fanno
capo - da Epicuro a Spinoza, Cartesio, Gassendi a Hobbes, dagli
illuministi su su fino ad Althusser - ha una lunga tradizione in
cui s'inscrive a pieno titolo il bel libro di Francesco Ferretti
- Pensare vedendo. Le immagini mentali nella scienza
cognitiva (Carocci, pp. 201, L. . 28.000) - ancor prima di
entrare in grande stile nel contesto del dibattito contemporaneo
sulle scienze della mente, le scienze cognitive.
Non ci troviamo di fronte a un testo di storia del problema, né
ad una "teoria dell'immaginazione" o dell'"ideologia" in senso
politico (come in Spinoza o Althusser), ma a un libro che ci
parla, in termini di proposta filosofico-linguistica, di quello
che "sta prima", del fondamento naturale sulla base del quale la
mente produce e manipola immagini-segni secondo processi costanti
e sperimentalmente individuabili.
Quali le modalità psico-fisiche per le quali la "natura della
mente" dà origine ad un sistema di simboli mentali figurati,
impiegati quotidianamente (e inconscientemente) nella vita
pratica? Quali le loro proprietà naturali? Come si ordinano in
codici, diventando "reinterpretabili"? Come li usiamo, infine,
per conoscere e orientarci nel mondo?
Ecco le questioni che definiscono il presupposto essenziale per
la stessa teoria (non-ideologica) delle ideologie. Le immagini
mentali prese in considerazione sono quelle visive. Anche
perché è sul modo di funzionare visivo del nostro cervello
considerato organicamente, cioè in rapporto con le altre
modalità non-visive, che possiamo costruire un pensiero
critico delle forme dell'immaginazione umana, anche di quella
politica. Ma il motivo principale è espresso con chiarezza: il
libro si pone controcorrente all'interno di quel dibattito sulle
scienze cognitive e sulla filosofia del linguaggio che mette in
questione la "svolta linguistica" del nostro secolo. L'autore
prende partito per la "tesi pittorialista" del linguaggio del
pensiero, una tesi ancora minoritaria, contro quella
"proposizionalista". Il linguaggio proposizionale, secondo il
pittorialista, è un posterius, un che di derivato e non
originario, rispetto alla materia con la quale la mente
costruisce i propri simboli. In principio, in mens, erat
imago, vien da dire, rovesciando materialisticamente l'antico
adagio giovanneo. Il compito del cognitivista che difende il
principio di un'origine essenzialmente pittorico-visiva della
conoscenza non è semplice. Si tratta di rompere con alcune
posizioni ormai consolidate nel panorama della filosofia italiana
del linguaggio degli ultimi 30 anni: è "la critica della tesi
della natura essenzialmente linguistica del pensiero" - la tesi
parmenidea dell'identità di pensiero e linguaggio e del "codice
simbolico unico" della rappresentazione - critica volta a
dimostrare, per contro, la peculiarità simbolica di "simboli
multistratificati", propria delle immagini mentali.
La proposizione linguistica, verbale, non è la "forma generale"
della rappresentazione mentale, secondo Ferretti. Questa
concezione attribuisce indebitamente il primato ai processi
"alti" del pensiero - linguaggio, giudizio, ragionamento - senza
considerare su cosa vanno a poggiare, in natura, le
categorizzazioni mentali ultime, posto che la mente umana, in una
prospettiva materialistica coerente, ubbidisca alle stesse leggi
fisiche degli altri "enti" naturali (come la mente animale).
Con rigore storico oltre che teorico - qualità che difetta in
analoghi lavori di matrice anglosassone (Becthel, Dennet, ecc.) -
viene messa a nudo la portata del problema di un "linguaggio del
pensiero" (LDP), unico, che faccia affidamento sulle sole
significanze comportamentali o sulle proposizioni intenzionali
del linguaggio naturale, che "potrebbe fare a meno
dell'attribuzione di rappresentazioni mentali agli agenti".
Da qui si giunge a sposare le prospettive aperte nei '60
da tre grandi psicologi cognitivi Jerome Seymour Bruner, Jean Piaget, Paivio: le immagini
non come sensazioni indebolite ma
come "simboli nella mente", dotati di una loro specifica
autonomia cognitiva e rappresentazionale. Arrivando a definire i
termini di questa "componente immaginistica del pensiero",
osserviamo una netta presa di posizione dell'autore in merito a
un problema classico della filosofia, quello del rapporto tra
visione e immaginazione: "le due modalità cognitive hanno in
comune buona parte della stessa architettura funzionale. Da un
punto di vista evolutivo, l'immaginazione (che nelle sue fasi di
sviluppo possiamo considerare come un semplice "prolungamento"
della visione) è riuscita ad emergere come facoltà indipendente
avvalendosi degli stessi meccanismi della percezione visiva".
Resta da analizzare quindi "la possibilità di una differenza
radicale dei "prodotti" del funzionamento della stessa macchina
computazionale". E' qui implicito il tema dell'errore,
dell'inganno e/o autoinganno, individuale e collettivo - il
terreno dell'"ideologia" e dell'acquisizione possibile di una
conoscenza vera. Il libro, nella sua tecnicità, è di una
ricchezza straordinaria per gli spunti che sa offrire al lettore
se si stabiliscono i giusti nessi al di fuori dell'ambito delle
scienze cognitive. Ad esempio, nel contesto dei rapporti con la
cultura dell'immagine, delle multimedialità, delle pluralità dei
codici.
Il tipo di naturalizzazione del pensiero sostenuto da Ferretti, è
l'istanza più feconda del dibattito odierno sulla mente, da un
punto di vista materialistico. Sul piano culturale, si presenta
come una ventata di aria fresca che dissipa, con garbo e finezza,
il fumo di tanti dibattiti recenti su ermeneutica e logoi
decostruzionistici che "giocano" con un Linguaggio causa
sui, innestati più o meno con successo (soprattutto nelle
new lefts in America) sul tronco di una lunga tradizione
materialista rispetto alla quale essi rimangono, tuttavia,
sostanzialmente estranei. Ma tant'è, la cultura filosofica
contemporanea, in Italia, conosce ircocervi che non cessano di
confondere le idee anche ai meglio intenzionati. Ferretti ci
riconduce nell'alveo di quell'"unica tradizione materialista" di
cui parlò Althusser in un celebre inedito dell'85, e lo fa con
risolutezza. Il materialismo maturo espresso da Pensare
vedendo, riprende a fare i conti, con successo, con le
scienze positive, con la psicologia cognitiva, la fisiologia, la
neurobiologia, in un dialogo scevro da ambiguità. E' lontano,
poi, dalle sirene logocratiche, come quando la "natura" delle
immagini mentali è capace di far parlare il linguaggio muto delle
cose stesse - Zu den sachen selbst! voleva Husserl,
filosofo tra i più vicini a questa prospettiva - senza trottole
ermeneutiche, magari anche con "gli occhi verdi di Tullia", cui è
dedicato il libro, "e il suo sorriso rassicurante. E' così che mi
appare quando la penso in un'immagine mentale..." |