RASSEGNA STAMPA

18 NOVEMBRE 1998
PAOLO QUINTILLI
CON GLI OCCHI DEL PENSIERO
La difesa dell'origine pittorico-visiva della conoscenza nell'ultimo libro di Francesco Ferretti
Francesco Ferretti, "Pensare vedendo. Le immagini mentali nella scienza cognitiva", Carocci, pp. 201, L. . 28.000
Un'antica constatazione della filosofia greca riconosce nel senso della vista il primo strumento conoscitivo utile all'uomo.
Aristotele apre il corso esoterico di Metafisica con l'affermazione del primato del vedere (idéin) su ogni altra operazione della mente. Il vedere, secondo gli epicurei, non dà solo "conoscenza" ma anche un "piacere" (edoné) riconosciuto e riconoscibile da tutti gli uomini, che fonda un senso comune necessario alla buona comunicazione della conoscenza stessa. Questo vedere orientato alla conoscenza si esprime in immagini del mondo che prendono poi, comunicandosi, consistenza di linguaggio. I materialisti antichi innestano una marcia in più, in tale direzione, riconoscendo agli eìdola, cioè ai simulacri delle cose costituiti dagli atomi mobili che s'imprimono nella mente e dotati di una precisa autonomia ontologica, lo statuto di entità conoscitive valide e "consentite" agli uomini.
Questo materialismo e le teorie dell'"immaginazione" che vi fanno capo - da Epicuro a Spinoza, Cartesio, Gassendi a Hobbes, dagli illuministi su su fino ad Althusser - ha una lunga tradizione in cui s'inscrive a pieno titolo il bel libro di Francesco Ferretti - Pensare vedendo. Le immagini mentali nella scienza cognitiva (Carocci, pp. 201, L. . 28.000) - ancor prima di entrare in grande stile nel contesto del dibattito contemporaneo sulle scienze della mente, le scienze cognitive.
Non ci troviamo di fronte a un testo di storia del problema, né ad una "teoria dell'immaginazione" o dell'"ideologia" in senso politico (come in Spinoza o Althusser), ma a un libro che ci parla, in termini di proposta filosofico-linguistica, di quello che "sta prima", del fondamento naturale sulla base del quale la mente produce e manipola immagini-segni secondo processi costanti e sperimentalmente individuabili.
Quali le modalità psico-fisiche per le quali la "natura della mente" dà origine ad un sistema di simboli mentali figurati, impiegati quotidianamente (e inconscientemente) nella vita pratica? Quali le loro proprietà naturali? Come si ordinano in codici, diventando "reinterpretabili"? Come li usiamo, infine, per conoscere e orientarci nel mondo?
Ecco le questioni che definiscono il presupposto essenziale per la stessa teoria (non-ideologica) delle ideologie. Le immagini mentali prese in considerazione sono quelle visive. Anche perché è sul modo di funzionare visivo del nostro cervello considerato organicamente, cioè in rapporto con le altre modalità non-visive, che possiamo costruire un pensiero critico delle forme dell'immaginazione umana, anche di quella politica. Ma il motivo principale è espresso con chiarezza: il libro si pone controcorrente all'interno di quel dibattito sulle scienze cognitive e sulla filosofia del linguaggio che mette in questione la "svolta linguistica" del nostro secolo. L'autore prende partito per la "tesi pittorialista" del linguaggio del pensiero, una tesi ancora minoritaria, contro quella "proposizionalista". Il linguaggio proposizionale, secondo il pittorialista, è un posterius, un che di derivato e non originario, rispetto alla materia con la quale la mente costruisce i propri simboli. In principio, in mens, erat imago, vien da dire, rovesciando materialisticamente l'antico adagio giovanneo. Il compito del cognitivista che difende il principio di un'origine essenzialmente pittorico-visiva della conoscenza non è semplice. Si tratta di rompere con alcune posizioni ormai consolidate nel panorama della filosofia italiana del linguaggio degli ultimi 30 anni: è "la critica della tesi della natura essenzialmente linguistica del pensiero" - la tesi parmenidea dell'identità di pensiero e linguaggio e del "codice simbolico unico" della rappresentazione - critica volta a dimostrare, per contro, la peculiarità simbolica di "simboli multistratificati", propria delle immagini mentali.
La proposizione linguistica, verbale, non è la "forma generale" della rappresentazione mentale, secondo Ferretti. Questa concezione attribuisce indebitamente il primato ai processi "alti" del pensiero - linguaggio, giudizio, ragionamento - senza considerare su cosa vanno a poggiare, in natura, le categorizzazioni mentali ultime, posto che la mente umana, in una prospettiva materialistica coerente, ubbidisca alle stesse leggi fisiche degli altri "enti" naturali (come la mente animale).
Con rigore storico oltre che teorico - qualità che difetta in analoghi lavori di matrice anglosassone (Becthel, Dennet, ecc.) - viene messa a nudo la portata del problema di un "linguaggio del pensiero" (LDP), unico, che faccia affidamento sulle sole significanze comportamentali o sulle proposizioni intenzionali del linguaggio naturale, che "potrebbe fare a meno dell'attribuzione di rappresentazioni mentali agli agenti".
Da qui si giunge a sposare le prospettive aperte nei '60 da tre grandi psicologi cognitivi Jerome Seymour Bruner, Jean Piaget, Paivio: le immagini non come sensazioni indebolite ma come "simboli nella mente", dotati di una loro specifica autonomia cognitiva e rappresentazionale. Arrivando a definire i termini di questa "componente immaginistica del pensiero", osserviamo una netta presa di posizione dell'autore in merito a un problema classico della filosofia, quello del rapporto tra visione e immaginazione: "le due modalità cognitive hanno in comune buona parte della stessa architettura funzionale. Da un punto di vista evolutivo, l'immaginazione (che nelle sue fasi di sviluppo possiamo considerare come un semplice "prolungamento" della visione) è riuscita ad emergere come facoltà indipendente avvalendosi degli stessi meccanismi della percezione visiva".
Resta da analizzare quindi "la possibilità di una differenza radicale dei "prodotti" del funzionamento della stessa macchina computazionale". E' qui implicito il tema dell'errore, dell'inganno e/o autoinganno, individuale e collettivo - il terreno dell'"ideologia" e dell'acquisizione possibile di una conoscenza vera. Il libro, nella sua tecnicità, è di una ricchezza straordinaria per gli spunti che sa offrire al lettore se si stabiliscono i giusti nessi al di fuori dell'ambito delle scienze cognitive. Ad esempio, nel contesto dei rapporti con la cultura dell'immagine, delle multimedialità, delle pluralità dei codici.
Il tipo di naturalizzazione del pensiero sostenuto da Ferretti, è l'istanza più feconda del dibattito odierno sulla mente, da un punto di vista materialistico. Sul piano culturale, si presenta come una ventata di aria fresca che dissipa, con garbo e finezza, il fumo di tanti dibattiti recenti su ermeneutica e logoi decostruzionistici che "giocano" con un Linguaggio causa sui, innestati più o meno con successo (soprattutto nelle new lefts in America) sul tronco di una lunga tradizione materialista rispetto alla quale essi rimangono, tuttavia, sostanzialmente estranei. Ma tant'è, la cultura filosofica contemporanea, in Italia, conosce ircocervi che non cessano di confondere le idee anche ai meglio intenzionati. Ferretti ci riconduce nell'alveo di quell'"unica tradizione materialista" di cui parlò Althusser in un celebre inedito dell'85, e lo fa con risolutezza. Il materialismo maturo espresso da Pensare vedendo, riprende a fare i conti, con successo, con le scienze positive, con la psicologia cognitiva, la fisiologia, la neurobiologia, in un dialogo scevro da ambiguità. E' lontano, poi, dalle sirene logocratiche, come quando la "natura" delle immagini mentali è capace di far parlare il linguaggio muto delle cose stesse - Zu den sachen selbst! voleva Husserl, filosofo tra i più vicini a questa prospettiva - senza trottole ermeneutiche, magari anche con "gli occhi verdi di Tullia", cui è dedicato il libro, "e il suo sorriso rassicurante. E' così che mi appare quando la penso in un'immagine mentale..."
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Scienze Cognitive