RASSEGNA STAMPA

18 NOVEMBRE 1998
MARIO PORRO
IL SOFTWARE DELLA COSCIENZA
Roger Penrose e Nicholas Humphrey, pur da diverse prospettive, sottraggono la coscienza alla vulgata spiritualistica
Uno dei meriti del dibattito avviato negli ultimi decenni sul tema dell'Intelligenza Artificiale è di aver rivitalizzato alcune questioni classiche del pensiero filosofico: come conosciamo?, in cosa consiste la razionalità umana e cosa la distingue dall'"intelligenza" animale?, quale relazione esiste fra mente e corpo? e, non ultima per importanza, che cos'è la coscienza? Proprio sulla consapevolezza di sé che, secondo il gesto cartesiano fondante la filosofia moderna, sarebbe prerogativa dell'umano e della sua anima pensante, due libri recentemente apparsi forniscono risposte differenti, ma in parte congruenti nel restituire la coscienza alle sue origini naturali, sottraendola alla vulgata spiritualistica.
Il primo libro, Il grande, il piccolo e la mente umana( tradotto da N. Notarianni per Cortina) è opera di Roger Penrose, fisico matematico, docente ad Oxford, noto sia per le sue ricerche di topologia (invenzione di solidi paradossali come i triangoli impossibili, tassellature non periodiche ...), sia per gli studi, anche in collaborazione con Stephen Hawking, miranti a connettere relatività generale e meccanica quantistica. Il suo libro più noto, La mente nuova dell'imperatore (Rizzoli), demoliva la pretesa di ridurre la comprensione cosciente a componenti computazionali, cioè alla semplice successione di passaggi logici rispondenti a regole predefinite: comprendere, come ci ha spiegato l'esperimento mentale della stanza cinese proposto da Searle, non può ridursi a possedere una sintassi per manipolare simboli. E questo vale per le procedure deduttive, proprie dei sistemi logico-matematici, gli algoritmi discendenti, ma anche per i cosiddetti algoritmi ascendenti, quelli che con l'aiuto dell'esperienza gradualmente conquistano la soluzione dei problemi trattati (era questa una delle aggiunte significative del successivo libro di Penrose, Ombre della mente, Il Saggiatore).Il computer può dunque svolgere alcune funzioni superiori del cervello, ma solo nell'ambito delle procedure computazionali, ad esempio quando si tratta di dimostrare un teorema in base ad un sistema di assiomi; ma già è in difficoltà nel comprendere alcune situazioni del gioco degli scacchi che il calcolo, mossa dopo mossa, può solo complicare. E' la riflessione sul teorema di Gödel, per il quale esistono in un sistema formale proposizioni vere ma non dimostrabili, ad aver convinto Penrose che l'imperatore, come nella favola, è di nuovo nudo: al contrario della assunzione forte dell'Intelligenza Artificiale, per cui la mente è un computer - vi sono aspetti del pensiero cosciente irriducibili a procedure seriali - vi sarebbe dunque una ineliminabile componente intuitiva nel cuore stesso della razionalità matematica Nell'azione fisica in cui consiste la consapevolezza, si deve tener conto di un elemento non computabile, lo stesso che, secondo Penrose, si rivela nel punto di contatto fra i livelli di comportamento classico e quantistico, là dove si produce il fenomeno della misurazione quantistica, con il suo seguito di paradossi e situazioni strane: dal collasso della funzione d'onda al gatto di Schrödinger (il cui oscillare fra vita e morte è risolto dall'atto di osservare dello scienziato).
Penrose si inscrive così nella corrente di Einstein e Bohm, cioè di quanti ritengono la meccanica quantistica una teoria incompleta; egli confida in una futura teoria che, includendo elementi non computazionali, da un lato si riveli conciliabile con la relatività, dall'altro possa chiarire quanto avviene nel processo di misurazione, cioè nel passaggio di scala, dal piccolo al grande, appunto, che si verifica quando l'effetto infinitesimale delle particelle subatomiche deve cadere sotto l'occhio dei nostri strumenti.
Penrose ipotizza che i processi quantistici avvengano nei microtubuli in cui transitano gli scambi sinaptici (programma di ricerca che Hawking, nel breve scritto proposto nelle ultime pagine del volume del Saggiatore, giudica poco verosimile). Ma forse non è necessario attendere dalla scienza futura ciò che per ora non sarebbe spiegabile; il secondo libro Una storia della mente (tradotto da B. Antonielli d'Oulx per Instar libri) opera dello scienziato inglese Nicholas Humphrey (già noto al pubblico italiano per L'occhio della mente) ritiene al contrario che la scienza attuale possa spiegare la coscienza, ma non c'è bisogno di ricorrere alla fisica. Humprey propone una teoria evoluzionistica della coscienza dagli esiti decisamente sensistici, in cui sembrano riecheggiare spunti del dibattito settecentesco, sia per l'attenzione sperimentale alle modalità dei processi sensoriali, come in Diderot e Condillac, sia per i toni "leggeri" e divertiti a cui contribuiscono anche i costanti richiami letterari.
Al razionalismo cartesiano, al Penso dunque sono (l'affermazione dell'intellettuale che ignora il mal di denti, come hanno scritto Kundera e Primo Levi), Humphrey contrappone un Sento dunque sono. La coscienza, infatti, va intesa come ciò che sento nel presente della mia mente; non coincide con l'intero spettro delle funzioni mentali superiori, non riguarda l'ambito cioè del pensiero razionale, ma si riduce al provare sensazioni, o meglio al compiere quell'attività specifica che è il sentire. Le qualità delle sensazioni, ad esempio il loro carattere individuale e il riferirsi a un qui e ora, sono l'esito del percorso dell'evoluzione, del passaggio dai semplici movimenti di ritrazione ed espansione in risposta agli stimoli corporei, attraverso la comparsa delle terminazioni nervose dalla superficie corporea al cervello, fino all'anello retroattivo interno al cervello stesso, proprio degli animali superiori. E' in questo connettersi delle sensazioni ai processi corporei che Humphrey rintraccia quanto caratterizza la coscienza: come voleva Quine, la coscienza è semplicemente uno stato del corpo, uno stato dei nervi, dunque possiamo evitare "l'errore di Cartesio", cioè la convinzione che gli stati soggettivi dell'anima possano manifestarsi senza il corpo. Al posto del dualismo mente-corpo, l'approccio di Humphrey rafforza il percorso che tende a riportare la mente nella natura, nella linea di un naturalismo biologico che scorge nella coscienza una proprietà "emergente" del cervello resa possibile dalla complessità della storia naturale della vita.
In tal senso, in primo luogo la proprietà della coscienza è un attributo che l'uomo condivide con tutti gli esseri viventi le cui risposte sensoriali invece di rivolgersi alla superficie corporea hanno formato un anello riverberante in un'area cerebrale; ed è il caso di molti mammiferi e uccelli. Possiamo così rispondere al problema reso famoso da un saggio di Nagel, cosa si provi cioè ad essere un pipistrello; invece di rinchiuderci nell'esclusiva pertinenza del sentire privato e solipstico, siamo indotti a riconoscere molte affinità nel modo in cui il pipistrello si rappresenta cosa gli succede, pur nello scarto rilevante dato dalla sua specifica abilità percettiva di ecorilevamento.
In secondo luogo, le proprietà cruciali della coscienza sarebbero quelle del software e non dell'hardware, sono cioè le proprietà logiche, funzionali dei circuiti ad essere rilevanti e non il materiale specifico di cui sono costituite; in linea di principio è indifferente quale sia la "materia della mente", potremmo dunque costruire robot artificiali coscienti. Ma questo non significa aderire alla tesi di Dennett per il quale la coscienza è riducibile alle parti meccaniche e riproducibile con programmi sofisticati di calcolatori; di fatto, rileva Humphrey, è impossibile ricreare e progettare le condizioni storiche che hanno condotto alla comparsa della coscienza.Per ragioni che, di nuovo, hanno a che fare con una variante ingegneristica del teorema di Gödel, nessun progetto teorico basato su principi razionali può ricostruire interamente i sistemi biologici, le cui proprietà non sono del tutto deducibili dalle loro attuali funzioni. E un esperimento, quale il test di Turing, programmato per verificare in base alla capacità di simulare il comportamento umano, la coscienza di un'entità costruita e progettata da un altro essere cosciente, non avrebbe alcun significato: a meno di credere che il pupazzo di un ventriloquo, essendo in grado di svolgere una conversazione coerente, sia fornito di coscienza.
inizio pagina
vedi anche
Scienze Cognitive