| NON so se Ceronetti sottoscriva sempre tutti i testi che cita nella sua rubrica quotidiana; dunque il brano dell'
Atharvaveda
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del 7 novembre non esprime necessariamente una posizione sua, anche se è probabile che sia così. E' una specie di summa di ciò che abitualmente ci aspettiamo dalla saggezza orientale: "Non teme più la morte chi conosce l'Atman (il Sé), sapiente, immune da vecchiaia, giovane sempre...". Questa saggezza riveste oggi, forse più che in altri tempi, un grande fascino per l'Occidente; e anzi ci sono filosofi europei, per esempio Emanuele Severino, che, pure in forma diversa e sulla base di un richiamo al pensiero più antico dei Greci (quanto anch'essi influenzati dall'Oriente?), l'adottano e la predicano come modo di superare il nichilismo che caratterizza la nostra civiltà tecnologica. Se, come è giusto fare, non la consideriamo solo l'espressione di una poetica (e innocua) nostalgia per un altro (modo di stare al) mondo, ma la prendiamo sul serio come una possibile opzione morale, una tale saggezza si rivela radicalmente alternativa rispetto al nostro modo di sentire occidentale, rivela forse i nostri limiti, ma anche ci mette di fronte qualcosa a cui non potremmo rinunciare facilmente. Noi siamo profondamente segnati dall'idea di un destino personale che non è per nulla un fato ineluttabile, ma una storia che si dipana con un suo senso anche e soprattutto in virtù delle nostre scelte. Nemmeno la beatitudine del Paradiso, per i cristiani ossia per gli occidentali, è uno stare nella immobile luce dell'Atman; la Scrittura ne parla come di un banchetto, una conversazione, forse un ripercorrimento dei tanti significati che la storia ha depositato nell'essere. Sarà meno tranquillizzante. Ma l'alternativa orientale ci appare come quella fredda immutabilità che la fisica aristotelica attribuiva ai corpi celesti, e che Galileo ci insegnò a vedere come marcati anch'essi dal divenire e dalla vita. |