Martini e i non credenti| La linea d'orizzonte di scienza e fede |
| «L'occhio è l'inventore della più bella di tutte le linee: cioè
l'orizzonte. Linea aperta e invalicabile; limite irraggiungibile,
inviolabile; significato del limite quando è il confine, la porta
dell'infinito. Il limite che evoca l'infinito e lo placa». Così Andrea
Emo, pensatore solitario (1901-1983), nel suo Diario filosofico del
1973 (ora pubblicato col titolo Supremazia e maledizione da M.
Donà e R. Gasparotti presso Cortina, Milano).
Queste parole mi sono venute alla mente quando ho appreso il tema
della decima cattedra dei non credenti (ottobre-novembre di
quest'anno), promossa da Carlo Maria Martini: «Orizzonti e limiti
della scienza». La scienza è come l'occhio della mente: crea
anch'essa il proprio «orizzonte», quello segnato dalle sue teorie più
ardite e dalle sue applicazioni più controverse. E come spostandosi
l'osservatore cambia il proprio orizzonte visivo, così modificandosi
l'impresa scientifica muta il proprio orizzonte intellettuale. Lo
avvertiamo ogni volta che volgiamo lo sguardo al cammino percorso:
nel secolo scorso gli atomi erano ancora intesi come «particelle
indivisibili», oggi ne abbiamo penetrato la natura complessa. Solo
qualche generazione fa si parlava insistentemente del «mistero»
dell'intelligenza, mentre alle soglie del Duemila molti sostengono che
le macchine pensanti sono una realtà grazie allo sviluppo di raffinati
sistemi di programmazione. Eppure, anche se si modifica di continuo,
un orizzonte rimane. Credo che nulla più della pratica scientifica ci
faccia toccare con mano la nostra finitezza e, insieme, quel bisogno di
infinito che più volte nei secoli è stato espresso dalla religione,
dall'arte o dalla filosofia.
Ritengo inoltre che non vi sia nulla di strano che l'interrogazione sul
significato della scienza, non solo per gli «esperti», ma anche per noi
tutti non addetti ai lavori venga sollecitata questa volta
dall'Arcivescovo di Milano. Innanzitutto, perché la scienza è fin dalle
sue origini sapere pubblico e controllabile. In secondo luogo, la
scienza è un'impresa nel senso tecnico del termine: un grande
investimento economico, che richiede sempre più risorse materiali e
spirituali. In terzo luogo, nulla sembra influire sulla nostra vita più della
scienza. Infine, la stessa pratica scientifica sembra regolata dall'etica
di una verità autosufficiente. Qual è il premio di tante fatiche?,
chiedeva all'inizio del Seicento Johannes Kepler; e rispondeva:
«L'amore delle stelle e del Sole». Eppure, di fronte alle miserie e ai
dolori della condizione umana è rimedio sufficiente la contemplazione
degli astri? Ne dubitava Leopardi, il poeta dell'infinito. E tuttavia, per
dirla ancora con le parole di Emo, perché cediamo troppo spesso
alla tentazione di invocare dalla scienza «il verbo della salvezza: la
Parola divina»? Perché la nostra scienza non dovrebbe invece
«ignorarci come ci ignorano gli insensibili cieli»?
Sollevare queste domande significa cercare di scrutare quella linea di
confine cui alludevamo all'inizio, che di fatto comprende ogni
conquista della scienza. Proprio perché queste appaiono così
entusiasmanti («traguardi che continuano a stupirci», le definisce
Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica), diventa sempre più
difficile cogliere l'orizzonte, ossia, fuor di metafora, porre la questione
del loro senso. Non riteniamo che il nostro benessere sia dovuto
sostanzialmente alle conquiste del «progresso»? Non aspettiamo la
felicità dalla tecnica? Non affidiamo la nostra salute fisica e mentale
agli scienziati che studiano il nostro corpo e la nostra anima?
Del resto, prestigiosi esponenti del mondo scientifico (anche dalle
pagine dello stesso Corriere) hanno preteso per sé il ruolo
«salvifico» che era un tempo dei filosofi e dei teologi. Ma su cosa
poggia questa pretesa se non sulla tentazione di cui parlava Emo?
Molto opportunamente Giovanni Paolo II ha richiamato l'attenzione
sui rischi dello «scientismo». Non pochi ricercatori hanno preso le
distanze da una «fede» nell'impresa scientifica che rischia di rivelarsi
ben più intollerante di tutte le fedi con cui la scienza si è scontrata.
Ma forse, l'uomo di scienza deve avere il coraggio di un passo
ulteriore, quello di ammettere una verità (quella scientifica) che non
salva. Non per questo essa è meno stupefacente o meravigliosa della
religione o della filosofia. Ed è forse per tale ragione che quest'anno
la cattedra di Martini invita credenti e non credenti a esplorarla. |