RASSEGNA STAMPA

25 OTTOBRE 1998
GIULIO GIORELLO
Martini e i non credenti
La linea d'orizzonte di scienza e fede
«L'occhio è l'inventore della più bella di tutte le linee: cioè l'orizzonte. Linea aperta e invalicabile; limite irraggiungibile, inviolabile; significato del limite quando è il confine, la porta dell'infinito. Il limite che evoca l'infinito e lo placa». Così Andrea Emo, pensatore solitario (1901-1983), nel suo Diario filosofico del 1973 (ora pubblicato col titolo Supremazia e maledizione da M.
Donà
e R. Gasparotti presso Cortina, Milano). Queste parole mi sono venute alla mente quando ho appreso il tema della decima cattedra dei non credenti (ottobre-novembre di quest'anno), promossa da Carlo Maria Martini: «Orizzonti e limiti della scienza». La scienza è come l'occhio della mente: crea anch'essa il proprio «orizzonte», quello segnato dalle sue teorie più ardite e dalle sue applicazioni più controverse. E come spostandosi l'osservatore cambia il proprio orizzonte visivo, così modificandosi l'impresa scientifica muta il proprio orizzonte intellettuale. Lo avvertiamo ogni volta che volgiamo lo sguardo al cammino percorso: nel secolo scorso gli atomi erano ancora intesi come «particelle indivisibili», oggi ne abbiamo penetrato la natura complessa. Solo qualche generazione fa si parlava insistentemente del «mistero» dell'intelligenza, mentre alle soglie del Duemila molti sostengono che le macchine pensanti sono una realtà grazie allo sviluppo di raffinati sistemi di programmazione. Eppure, anche se si modifica di continuo, un orizzonte rimane. Credo che nulla più della pratica scientifica ci faccia toccare con mano la nostra finitezza e, insieme, quel bisogno di infinito che più volte nei secoli è stato espresso dalla religione, dall'arte o dalla filosofia. Ritengo inoltre che non vi sia nulla di strano che l'interrogazione sul significato della scienza, non solo per gli «esperti», ma anche per noi tutti non addetti ai lavori venga sollecitata questa volta dall'Arcivescovo di Milano. Innanzitutto, perché la scienza è fin dalle sue origini sapere pubblico e controllabile. In secondo luogo, la scienza è un'impresa nel senso tecnico del termine: un grande investimento economico, che richiede sempre più risorse materiali e spirituali. In terzo luogo, nulla sembra influire sulla nostra vita più della scienza. Infine, la stessa pratica scientifica sembra regolata dall'etica di una verità autosufficiente. Qual è il premio di tante fatiche?, chiedeva all'inizio del Seicento Johannes Kepler; e rispondeva: «L'amore delle stelle e del Sole». Eppure, di fronte alle miserie e ai dolori della condizione umana è rimedio sufficiente la contemplazione degli astri? Ne dubitava Leopardi, il poeta dell'infinito. E tuttavia, per dirla ancora con le parole di Emo, perché cediamo troppo spesso alla tentazione di invocare dalla scienza «il verbo della salvezza: la Parola divina»? Perché la nostra scienza non dovrebbe invece «ignorarci come ci ignorano gli insensibili cieli»?
Sollevare queste domande significa cercare di scrutare quella linea di confine cui alludevamo all'inizio, che di fatto comprende ogni conquista della scienza. Proprio perché queste appaiono così entusiasmanti («traguardi che continuano a stupirci», le definisce Giovanni Paolo II nella sua ultima enciclica), diventa sempre più difficile cogliere l'orizzonte, ossia, fuor di metafora, porre la questione del loro senso. Non riteniamo che il nostro benessere sia dovuto sostanzialmente alle conquiste del «progresso»? Non aspettiamo la felicità dalla tecnica? Non affidiamo la nostra salute fisica e mentale agli scienziati che studiano il nostro corpo e la nostra anima?
Del resto, prestigiosi esponenti del mondo scientifico (anche dalle pagine dello stesso Corriere) hanno preteso per sé il ruolo «salvifico» che era un tempo dei filosofi e dei teologi. Ma su cosa poggia questa pretesa se non sulla tentazione di cui parlava Emo? Molto opportunamente Giovanni Paolo II ha richiamato l'attenzione sui rischi dello «scientismo». Non pochi ricercatori hanno preso le distanze da una «fede» nell'impresa scientifica che rischia di rivelarsi ben più intollerante di tutte le fedi con cui la scienza si è scontrata.
Ma forse, l'uomo di scienza deve avere il coraggio di un passo ulteriore, quello di ammettere una verità (quella scientifica) che non salva. Non per questo essa è meno stupefacente o meravigliosa della religione o della filosofia. Ed è forse per tale ragione che quest'anno la cattedra di Martini invita credenti e non credenti a esplorarla.
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vedi anche
Cultura-Impresa scientificaL'Emciclica Fede e Ragione