| L'India come severa fucina di idee |
| Amartya Sen, «Laicismo indiano», a cura di Armando Massarenti, Feltrinelli, Milano 1998, pagg. 168, L. 33.000. | L'assegnazione del premio Nobel per l'economia 1998 ad Amartya Sen sembra aver suscitato tra gli economisti una approvazione insolitamente unanime. Se la cosa può a prima vista apparire strana alla luce delle spesso laceranti diversità di posizioni e di approcci che caratterizzano questo campo disciplinare, bisogna d'altra parte considerare che quest'anno il premio va a uno dei più originali e innovativi protagonisti del pensiero economico contemporaneo, la cui grandezza intellettuale trascende non soltanto ogni possibile dogmatismo di scuola, ma persino gli stessi confini dell'economia. Sen non è mai stato "soltanto" un economista, e forse in questo sta la più profonda ragione della sua straordinaria levatura di studioso. La doppia cattedra di economia e filosofia morale tenuta ad Harvard crea una spontanea associazione con la figura di Adam Smith, e in effetti si può dire che Sen condivida con Smith la capacità di immaginare percorsi totalmente nuovi per un ragionamento economico che si fa astratto quanto basta per indagare la realtà in maggiore profondità e non esita a confrontarsi con tutti quegli aspetti della complessità dei comportamenti sociali che, tradizionalmente esclusi dal novero delle competenze degli economisti, si rivelano tuttavia indispensabili alla comprensione dei fenomeni.
Il lavoro di Sen, come lui stesso ama raccontare con amabile leggerezza e con una totale assenza di retorica, è attraversato da una fortissima tensione morale che nasce dai suoi drammatici ricordi di una infanzia benestante e privilegiata in una nazione poverissima, che lo introduce fin dai primi anni di vita e senza mediazioni agli amari paradossi dell'ingiustizia sociale. Con questo bel libro curato da Armando Massarenti scopriamo con
relativa sorpresa che la consapevolezza e l'orgoglio delle proprie origini si riflettono nel paesaggio mentale di Sen anche in una straordinaria e vivace attenzione per ogni aspetto della cultura indiana, dal cinema alla letteratura e alla storia.
Queste pagine mostrano quanto viscerale, malgrado i tanti anni passati nelle più prestigiose università di tutto il mondo, resti il rapporto di Sen con I'India e quanto la memoria e l'esperienza delle proprie radici contribuisca ad alimentarne le motivazioni intellettuali ed esistenziali. Come altri grandi premi Nobel per l'economia (si pensi ad esempio a Sir John Hicks) Sen ci appare dunque in primo luogo un uomo di cultura nel senso più vero e confortante del termine, nella sua inesorabile ricerca di significato al di là di ogni accademismo, nel grande coraggio con cui si interroga sulle proprie responsabilità di studioso e di uomo, senza perdere mai l'ironia, il divertimento, ma allo stesso tempo anche il rispetto dell'interlocutore. Ma ancora più importante della forma dell'argomentazione è il suo contenuto, per certi versi sorprendente: in queste pagine Sen non si accontenta infatti di proporci un tributo affettivo alla propria cultura di origine ma prende spunto per offrirci una importantissima riflessione sulla crisi della modernità e sulla necessità dell'appartenenza, cioè di una riappropriazione di una tradizione riletta sulla base della propria sensibilità personale e della propria vicenda esistenziale.
Questa posizione è del resto pienamente conseguente all'assunto fondamentale di tutto il lavoro di Sen, in base al quale lo sviluppo economico è un obiettivo sensato soltanto se e in quanto strumentale allo sviluppo umano, alla predisposizione di condizioni che permettano a ogni singolo individuo di realizzare se stesso oltre ogni vincolo contingente. Straordinarie sono le pagine che Sen dedica, nella sua brillante analisi del cinema del grande maestro Satyajit Ray, al problema della giustizia e della verità. Contro ogni sia pur larvata concezione del dramma indiano come "colore locale", Sen mostra, attingendo alla lezione di Ray, come le cause profonde dell'ingiustizia non nascano dalla plateale e quindi in fondo rassicurante perversità di pochi "mostri sociali" quanto piuttosto dalla sottile e spesso ineffabile concatenazione di vicende umane tutte a loro modo degne e rispettabili. Altrettanto belle sono le pagine dedicate alla sottile critica della assertività spesso superficiale del "punto di vista occidentale" sulla realtà indiana e sui suoi "mali". La bella e scorrevole introduzione di Armando Massarenti fornisce inoltre al lettore una utilissima guida interpretativa per 1"'interfacciamento" tra la riflessione intellettuale presentata nel libro e le coordinate fondamentali del sistema di pensiero di Sen. |