RASSEGNA STAMPA

16 OTTOBRE 1998
F. G.
"FIDES ET RATIO" LA TREDICESIMA ENCICLICA TORNA SU UN ANTICO DILEMMA E INVOCA UNA FILOSOFIA "FORTE" MA ANCILLA DEL MAGISTERO ECCLESIASTICO
Il papa ha voluto festeggiare i suoi venti anni di pontificato con un documento che, più che guardare avanti, riprende uno dei classici dilemmi della storia cristiana, il rapporto fra fede e ragione. "Fides et ratio", la tredicesima enciclica di Giovanni Paolo II, si distacca dai temi a cui questo pontefice ci aveva abituati - la morale, la sociologia, l'antropologia - per fare ritorno a quella filosofia che il magistero ecclesiastico sembrava avere dimenticata in un vecchio cassetto, così come la filosofia sembrava avere lasciato che la teologia navigasse lontano da lei, nei cieli del vuoto e dell'inutile. Fede e ragione, dunque. L'enciclica dice che devono collaborare se l'umanità vuole ritrovare se stessa, i valori, il senso della vita. Un appello accorato: sembra di risentire l'eco di altre voci che nel corso della storia hanno accompagnato i tempi di crisi come il nostro, dalla fine dell'impero romano al medioevo fino agli sconvolgimenti recenti. Fede e ragione insieme verso quella verità che sola ci può salvare. Per ritrovare questo connubio il papa compie un salto indietro di più di un secolo e fa riferimento alla "Aeterni Patris" di Leone XIII (1879). La chiesa cattolica allora ritrovava la filosofia scolastica e la ragione aristotelico-tomista: riprendeva così al suo servizio la tradizionale ancilla, quel forte piedistallo sul quale la fede poteva innalzare i suoi dogmi misteriosi ("sopra" ma non "contro" la ragione). Un edificio i cui due piani dovevano non soltanto coesistere ma rafforzarsi reciprocamente.
Così allora. Ma oggi? Molta, troppa acqua è passata sotto i ponti della storia e anche della filosofia. La ragione non è certamente scomparsa ma non veste più i panni della metafisica classica. La filosofia moderna non si può non declinare al plurale: fenomenologia, ermeneutica e molto altro. Una cultura ricca, ma più sfilacciata, e certamente pluralista. L'enciclica sembra averne un certo timore, sembra volerla esorcizzare. Ma allora, con quale filosofia vuole camminare insieme per trovare - ritrovare - il senso della vita? L'enciclica dice che la fede ha bisogno della ragione: si, ma di "quale" ragione? Oggi l'interrogativo si impone. E si impone anche il suo rovescio: come sostenere che la ragione ha bisogno della fede? Il papa con questa affermazione sembra condannare alla bocciatura buona parte del pensiero moderno, che da Kant e dall'illuminismo in poi, ha cercato di risolvere laicamente i problemi dell'uomo, della vita, della società. Tutti illusi, tutti destinati al fallimento se non ricorrono alla fede? Una posizione che ricorda tempi di antico integrismo. E che sembra voler riportare tutti e tutti - ragione e fede - sotto l'ombrello del magistero ecclesiastico, se è vero che è il magistero che determina e orienta la fede e che senza la fede non valgono gli sforzi della ragione. In genere le encicliche pontificie si rivolgono ad avversari specifici, ben determinati. Questa volta se ne citano larghe schiere, dagli eclettici agli storicisti, ai pragmatisti ai nichilisti.
Probabilmente si mirano in particolare le infiltrazioni di pensiero "debole", in tutte le sue forme, anche nei chiostri e nei seminari cattolici. Se abbandonate la verità "assoluta", dice loro l'enciclica, implicitamente e conseguentemente abbandonerete anche la fede. E chi abbandona la verità, non può non abbandonare anche la libertà: "Verità e libertà o procedono insieme, mano nella mano, o insieme periscono miseramente". Siamo in molti ad esserne convinti, anche se non siamo convinti che la mano che le unisce non possa che essere quella della fede cattolica.
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Filosofia e Religione