| "FIDES ET RATIO" LA TREDICESIMA ENCICLICA TORNA SU UN
ANTICO DILEMMA
E INVOCA UNA FILOSOFIA "FORTE" MA ANCILLA DEL MAGISTERO
ECCLESIASTICO | Il papa ha voluto festeggiare i suoi venti anni di pontificato
con un documento che, più che guardare avanti, riprende uno dei
classici dilemmi della storia cristiana, il rapporto fra fede e
ragione. "Fides et ratio", la tredicesima enciclica di Giovanni
Paolo II, si distacca dai temi a cui questo pontefice ci aveva
abituati - la morale, la sociologia, l'antropologia - per fare
ritorno a quella filosofia che il magistero ecclesiastico
sembrava avere dimenticata in un vecchio cassetto, così come la
filosofia sembrava avere lasciato che la teologia navigasse
lontano da lei, nei cieli del vuoto e dell'inutile. Fede e
ragione, dunque. L'enciclica dice che devono collaborare se
l'umanità vuole ritrovare se stessa, i valori, il senso della
vita. Un appello accorato: sembra di risentire l'eco di altre
voci che nel corso della storia hanno accompagnato i tempi di
crisi come il nostro, dalla fine dell'impero romano al medioevo
fino agli sconvolgimenti recenti. Fede e ragione insieme verso
quella verità che sola ci può salvare. Per ritrovare questo
connubio il papa compie un salto indietro di più di un secolo e
fa riferimento alla "Aeterni Patris" di Leone XIII (1879). La
chiesa cattolica allora ritrovava la filosofia scolastica e la
ragione aristotelico-tomista: riprendeva così al suo servizio la
tradizionale ancilla, quel forte piedistallo sul quale la fede
poteva innalzare i suoi dogmi misteriosi ("sopra" ma non "contro"
la ragione). Un edificio i cui due piani dovevano non soltanto
coesistere ma rafforzarsi reciprocamente.
Così allora. Ma oggi? Molta, troppa acqua è passata sotto i ponti
della storia e anche della filosofia. La ragione non è certamente
scomparsa ma non veste più i panni della metafisica classica. La
filosofia moderna non si può non declinare al plurale:
fenomenologia, ermeneutica e molto altro. Una cultura ricca, ma
più sfilacciata, e certamente pluralista. L'enciclica sembra
averne un certo timore, sembra volerla esorcizzare. Ma allora,
con quale filosofia vuole camminare insieme per trovare -
ritrovare - il senso della vita? L'enciclica dice che la fede ha
bisogno della ragione: si, ma di "quale" ragione? Oggi
l'interrogativo si impone. E si impone anche il suo rovescio:
come sostenere che la ragione ha bisogno della fede? Il papa con
questa affermazione sembra condannare alla bocciatura buona parte
del pensiero moderno, che da Kant e dall'illuminismo in poi, ha
cercato di risolvere laicamente i problemi dell'uomo, della vita,
della società. Tutti illusi, tutti destinati al fallimento se non
ricorrono alla fede? Una posizione che ricorda tempi di antico
integrismo. E che sembra voler riportare tutti e tutti - ragione
e fede - sotto l'ombrello del magistero ecclesiastico, se è vero
che è il magistero che determina e orienta la fede e che senza la
fede non valgono gli sforzi della ragione. In genere le
encicliche pontificie si rivolgono ad avversari specifici, ben
determinati. Questa volta se ne citano larghe schiere, dagli
eclettici agli storicisti, ai pragmatisti ai nichilisti.
Probabilmente si mirano in particolare le infiltrazioni di
pensiero "debole", in tutte le sue forme, anche nei chiostri e
nei seminari cattolici. Se abbandonate la verità "assoluta", dice
loro l'enciclica, implicitamente e conseguentemente abbandonerete
anche la fede. E chi abbandona la verità, non può non abbandonare
anche la libertà: "Verità e libertà o procedono insieme, mano
nella mano, o insieme periscono miseramente". Siamo in molti ad
esserne convinti, anche se non siamo convinti che la mano che le
unisce non possa che essere quella della fede cattolica. |