FILOSOFIA ANALITICALa natura della conoscenza La «naturalizzione dell'epistemologia», uno dei filoni più innovativi del pensiero contemporaneo Un programma inaugurato da Quine, che ha dato frutti in campi come la logica, la filosofia del linguaggio, la filosofia morale |
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| Evandro Agazzi, Nicla Vassallo (a cura di), «Introduzione al naturalismo filosofico contemporaneo», Franco Angeli, Milano 1998, pagg. 330, L. 48.00O. | I "celebre Locke" e i suo seguaci - scrive Kant all'inizio della Ragion Pura - avevano creduto che «una certa fisiologia dell'intelletto umano», che mostrasse la derivazione dei nostri concetti dall'esperienza, bastasse a dar conto della conoscenza umana. Ma si trattava di un progetto destinato a fallire (e infatti fallito, secondo Kant), perché derivare i concetti dall'esperienza può forse servire a spiegare come noi arriviamo a possedere quei concetti, ma non sfiora neppure la questione della loro validità: «rispetto al loro uso futuro, che dev'essere del tutto indipendente dall'esperienza, questi concetti abbisognano di un certificato d'origine ben diverso da quello che ne attesti la discendenza dall'esperienza». Nel 1969, il filosofo americano Quine avanzò una proposta teorica che costituiva, in un certo senso, un riabilitazione di Locke e della sua fisiologia dell'intelletto. Non che Quine pensasse che fosse possibile dedurre dall'esperienza l'intera conoscenza (che per lui voleva dire la conoscenza scientifica): al contrario, era proprio il fallimento dei programmi empiristici novecenteschi ad indurlo a proporre un drastico cambiamento di prospettiva. Si era visto che non solo non era possibile dedurre dall'esperienza dei sensi l'intera conoscenza sul mondo esterno, ma non era nemmeno possibile tradurre per intero quella conoscenza in termini di osservazioni (più logica e teoria degli insiemi). Eppure, «la stimolazione dei recettori sensoriali» è tutto ciò che chiunque di noi ha a disposizione per costruire la sua immagine del mondo. Perché, allora, non limitarsi a studiare come avviene la costruzione?
In altri termini, perché non invertire il rapporto tra scienza ed epistemologia (cioè teoria della conoscenza), e, invece di vedere l'epistemologia come la fondazione della scienza, vederla come un capitolo della scienza naturale stessa, in particolare della psicologia? Del resto, se vogliamo capire come funziona il rapporto tra scienza e osservazioni faremo bene ad usare tutte le conoscenze pertinenti che abbiamo a disposizione, a cominciare dalle nostre conoscenze scientifiche sulla percezione: la circolarità che è implicita nella proposta di Quine è esplicitamente assunta come un pregio. Possiamo seriamente sperare che la nostra comprensione della scienza sia migliore (più chiara, più fondata) di quella comprensione che la scienza stessa è?
Questa proposta di Quine va sotto il nome di naturalizzazione dell'epistemologia. L'idea è di abbandonare i tentativi di giustificare la conoscenza scientifica per limitarsi a spiegare la sua formazione (proprio quello che Kant aveva rimproverato a Locke), senza peraltro sacrificare la sua specificità rispetto ad altre (presunte) forme di conoscenza. Per esempio - come osserva Sandro Pagnini in quello che forse è il saggio centrale di questa Introduzione al naturalismo filosofico contemporaneo, curata da Evandro Agazzi e Nicla Vassallo - è una scoperta scientifica che le informazioni su eventi lontani ci raggiungono soltanto «attraverso l'impatto di raggi e di particelle sui nostri recettori sensoriali» (Quine); e questo dovrebbe farci diffidare di astrologi, veggenti e altri sostenitori dell'esperienza extrasensoriale. A questo modo un'impresa descrittiva come l'epistemologia naturalizzata ha anche conseguenze normative. Certo, si potrebbe qui osservare che se si presuppone che la scienza sia tutta la verità - sicché, ad esempio, è trasmissione di informazioni solo quella che la scienza identifica come tale - non è poi difficile dimostrare che l'astrologia o la mantica non sono vere. Ma l'esempio serve a dare un'idea dell'acrobatico intreccio di descrittivo e normativo che caratterizza la prospettiva naturalistica quasi in tutti i campi.
Il naturalismo, infatti, si è esteso dall'epistemologia a molti altri settori della filosofia, dalla filosofia del linguaggio (qui illustrata da Eva Picardi) alla logica (Daniele Giaretta) alla filosofia della mente (Massimo Piattelli Palmarini) alla filosofia della matematica (Dario Palladino), investendo perfino discipline intrinsecamente normative come l'etica (Tito Magri) e l'estetica (Anthony Savile). La proposta di Quine ha avuto enorme successo, molto al di là delle intenzioni e forse dell'adesione dello stesso filosofo; ma si è trattato di un successo tardivo, che risale alla seconda metà degli anni 80. La ragione sia del successo, sia del ritardo sta nell'evidente connessione tra naturalismo e sviluppo delle scienze cognitive. Soltanto lo sviluppo impetuoso della psicologia cognitiva, delle neuroscienze e dei modelli computazionali dei processi cognitivi ha dato (una qualche) plausibilità alle ambizioni dei naturalizzatori; solo grazie alle scienze cognitive è diventato possibile immaginare, mettiamo, di naturalizzare la logica nella forma di una teoria empirica della competenza deduttiva, o di naturalizzare nozioni come quelle di significato, di riferimento o di credenza. Dall'immaginazione alla realizzazione, tuttavia, il passo è molto lungo. Piattelli Palmarini, citando Chomsky, sostiene che «la neurobiologia e la biologia evoluzionistica di oggi sono intrinsecamente incapaci di ridurre il mentale al cerebrale». Si può avere qualche dubbio sulla fondatezza di quell"'intrinsecamente" da quale percezione dell'essenza delle attuali neuroscienze sarebbe motivato? - ma è difficile non essere d'accordo che siamo oggi lontanissimi da qualunque cosa che assomigli a una riduzione del significato di «Tutti i gatti dell'Isola di Man hanno la coda mozza» ad un insieme di eventi neurocerebrali.
Ma, al di là dell'ovvio scarto tra i fenomeni che si tratterebbe di ridurre o naturalizzare e gli apparati concettuali e i livelli di analisi delle discipline "naturalizzanti", c'é un problema di fondo che investe in generale la prospettiva naturalistica, che è poi quello identificato da Kant e riportato recentemente in primo piano dal libro di John McDowell, Mente e mondo (di cui è imminente la traduzione italiana): come è possibile naturalizzare concetti intrinsecamente normativi, come ad esempio quelli di giustificazione, o di validità logica, o di bello, o di bene morale, o forse anche i concetti semantici di significato e riferimento? Sembra ovvio, ad esempio, che nessuna teoria empirica che ci dica come d fatto ragioniamo potrà mai dirci come dovremmo ragionare - che è ciò che presume di dirci la logica. I naturalizzatori hanno dato a questa ovvia obiezione tre tipi di risposte. La prima, prevalente in epistemologia, è consistita nel cercare di scopare sotto il tappeto la dimensione normativa dei concetti in questione: per esempio definendo la giustificazione in termini di procedimenti conoscitivi affidabili, l'affidabilità in termini di verità sistematica dei risultati ottenuti, e trattando la verità come un concetto non normativo - quale evidentemente non è. La seconda risposta è quella di stile darwiniano, che riduce il valore in generale al valore adattativo: ciò che appare come un valore intrinseco è semplicemente ciò che l'evoluzione ha selezionato per il suo valore ai fini della sopravvivenza e della riproduzione. Qui la difficoltà è nota: si tratta dì far vedere che qualcosa è stato selezionato in forza delle sue proprietà adattative senza presupporre, come causa della selezione, il suo valore intrinseco (che è ciò che si tratta appunto di "naturalizzare"). Per esempio, si deve mostrare che una certa credenza vera è stata selezionata perché è utile alla specie; e la sua utilità non può essere ricondotta al fatto che sì tratta appunto di una credenza vera. Di rado queste operazioni sono riuscite fino in fondo.
La terza risposta, che a me pare ancora la pìù convincente, consiste nel sostenere che non abbiamo bisogno delle nozioni normative in questione, perché ce la caviamo benissimo con dei loro surrogati "naturali". Per esempio, che non ci serve una nozione di giustificazione; ci basta capire come si formano quelle che chiamiamo "conoscenze". Oppure, che non ci serve una nozione normativa di significato: ci basta capire come (grazie a quali conoscenze e capacità) usiamo di fatto il linguaggio per parlare del mondo. E' chiaro che questo tipo di risposta è tanto più convincente quanto meno intrinsecamente normative sono le nozioni a cui si applica: sulla naturalizzabilità della logica o dell'etica, ad esempio, c'è da essere scettici. Ma si tratta di discussioni difficili, intricate e tutt'altro che concluse: è uno dei terreni principali su cui è impegnata la ricerca filosofica di questi anni.
Di questa ricerca i saggi raccolti da Agazzi e Vassallo, frutto di una ormai consolidata collaborazione italo-inglese, danno un'idea insieme accessibile e approfondita. Gli editori, non solo italiani, presentano spesso come "introduzioni" a questo o quello saggi teorici che non hanno nulla di introduttivo o di manualistico; e non meno spesso vengono pubblicati volumi collettanei il cui presunto tema unificante è bellamente ignorato, o rispettato solo epidermicamente dalla maggior parte dei singoli contributi. Questo libro fa eccezione per entrambi gli aspetti: è davvero un'introduzione al naturalismo, e i vari contributi sono tutti assolutamente pertinenti, e anzi svolgono in maniera puntuale il loro compito, ricognitivo e didattico. Di ciò va reso merito ai curatori e agli autori, naturalmente; ma forse dipende anche dal fatto che oggi in tutti i campi della ricerca filosofica è difficile non confrontarsi con questa o quella variante della proposta naturalistica, sicché l'iniziativa del volume cadeva su un terreno ben predisposto. |