RASSEGNA STAMPA

25 SETTEMBRE 1998
GIULIO GIORELLO
Chi sono oggi gli eredi di Galileo e di Newton arrivati ad avere una visione complessiva del mondo partendo dalla ricerca sperimentale
Ecco gli uomini che sanno tutto
L'entomologo Wilson è il padre della sociobiologia. Crick ha scoperto i segreti del Dna. Il neurofisiologo Changeux ha spiegato i meccanismi dell'arte
«Quando un bambino ci chiede: "che cos'è il mondo?", non abbiamo, letteralmente, alcuna risposta da dargli», confessa uno dei maggiori esperti di relatività e meccanica quantistica, Lee Smolin. Eppure, ha scritto un volume di più di 400 pagine (La vita del cosmo, tradotto da Einaudi) mostrando che qualche risposta è in grado di offrirla. E comunque, per riprendere un'immagine di un ormai celebre libro di Murray Gell-Mann, c'è sempre qualche «bambino» che si sforza di rispondere alla domanda. Del resto, è storia antica. Quasi tre secoli fa, Isaac Newton diceva di sé: «Io mi vedo come un fanciullo che gioca sulla riva del mare, e di tanto in tanto si diverte a scoprire un ciottolo più levigato o una conchiglia più bella del consueto, mentre davanti mi si stende, inesplorato, l'immenso oceano della verità». A quel che Newton chiamava «divertimento», noi siamo soliti dare il nome di scienza. Talora quel «divertimento» costa caro: se ne accorse a sue spese il 17 febbraio 1600 Giordano Bruno, arso vivo in Campo dei Fiori per avere sostenuto che lo spazio è infinito e che le stelle sono altri Soli, intorno a cui orbitano altri pianeti. Le cose andarono meglio a Galileo Galilei che se la cavò ritrattando, di fronte al Sant'Uffizio (1633), la dottrina del moto della Terra. Newton ebbe la saggezza di tenere per sé molte delle sue «incendiarie» opinioni su Dio, Cristo e la Chiesa, fu accorto e silenzioso politico nei tempi torbidi della «gloriosa rivoluzione», riuscì a far passare l'idea che in uno spazio-tempo infinito ogni evento è governato dalle stesse leggi, in Cielo come in Terra, e che generazione e corruzione si spiegano con gli incessanti moti degli atomi. La scienza altro non è che l'«arte» di scoprire relazioni inaspettate sotto la superficie delle apparenze. Galileo stupì teologi e scienziati invitandoli a osservare con il cannocchiale «albe e tramonti» sulle montagne della Luna - mostrando così che per i corpi celesti vale la stessa ottica che vale per questa Terra. Keplero, da parte sua, per calcolare le orbite dei pianeti intorno al Sole, impiegò gli stessi artifici matematici che gli permettevano di valutare la forma ottimale delle botti di vino. Newton, infine, riuscì con un'unica formula (quella della gravitazione universale) a calcolare traiettorie di proiettili, moti di pianeti e di comete, nonché il «flusso e reflusso del nostro mare». Che importa che i «benpensanti» dell'epoca considerassero «fantasie» quelle di Galileo, disapprovassero la «bizzarria» delle ellissi di Keplero, stimassero la gravità newtoniana una sorta di «qualità occulta»? Molto prima, nel dialogare con Galileo, Keplero esortava lui e tutti gli altri colleghi a «spiegare le vele al vento celeste» dell'immaginazione scientifica. Qualche decennio dopo Leibniz paragonava anch'egli la conoscenza alla distesa marina che ricopre gran parte del nostro globo e che gli esploratori potevano liberamente percorrere. È per questo che la domanda del «bambino» non può che continuare a riproporsi: la ricerca scientifica modifica costantemente la regola del mondo.
Talvolta, una minima correzione tecnica, in fisica o in matematica, si rivela di portata decisiva, arrivando a cambiare la nostra concezione di cosa siano vita, coscienza o società. Ma in parole come quelle di Smolin risuona una constatazione meno ottimistica, che riguarda il modo di fare scienza - e di divulgarla - nel nostro tempo. Smolin non è il solo a temere che la Big Science, con i suoi costosi investimenti, con la settorializzazione della ricerca e la conseguente perdita di responsabilità dei ricercatori stessi, rischi di far smarrire alle nuove generazioni il gusto per la «navigazione ardita» proprio di Keplero, Newton o Leibniz. Certo, i protagonisti della fisica della prima metà del Novecento - Einstein o Bohr, Heisenberg o Schrödinger - avevano ancora l'«innocenza» delle questioni di fondo. E grandi figure come Enrico Fermi o Richard Feynman, i quali pur diffidavano delle «speculazioni» filosofiche, avevano uno spiccato senso della sintesi scientifica. È comprensibile che un uomo di scienza come Edward O. Wilson ne abbia quasi nostalgia, ora che sembra trionfare un atteggiamento puramente analitico (vedi Corriere della Sera di lunedì 21). In realtà, il Novecento è stato un secolo di rivoluzioni scientifiche degno dell'età di Galileo e di Newton: ci siamo chiariti le idee sulla natura delle stelle; abbiamo spiegato la gravità con la struttura dello spazio-tempo; scoperto che l'atomo ha una struttura complessa; iniziato a decifrare il codice genetico; precisato la modalità dell'evoluzione del vivente; realizzato il sogno leibniziano delle macchine pensanti. E mentre si deplora la persistente divisione tra le «due culture», è oggi la cosmologia scientifica a rivelarci come persino il nostro Universo abbia una storia. Sono le sottili «elucubrazioni matematiche» di Stephen Hawking e di Roger Penrose a sciogliere l'«enigma dei buchi neri» e a darci una migliore comprensione del «Grande Botto» da cui sarebbe nato l'Universo. Non è un caso che la questione dell'origine della vita si ponga ora nel quadro della discussione dei vari modelli cosmologici - c'è chi, come lo stesso Lee Smolin, non esita a delineare una vera e propria concezione «evoluzionistica» dell'intero Universo. E che senso dare alla presenza di un osservatore «intelligente» capace di interrogare il mondo e se stesso? La fortuna del cosiddetto principio antropico (alludo, per esempio, agli argomenti di John Barrow, Brandon Carter, Bernard Carr, Martin Rees, ecc.) risiede nelle radici antiche di questa domanda. Non meno impegnative delle speculazioni su grande scala sono quelle su scala piccolissima: il già citato Penrose non esita a proporre che siano i paradossi della meccanica quantistica a spiegare l'enigma della coscienza, e viceversa.
E mentre lui critica le pretese eccessive di tutti i sostenitori dell'intelligenza artificiale, uno dei due eroi del Dna, Francis Crick, si batte per una spiegazione della coscienza in termini biologici; a sua volta un neurofisiologo come Jean-Pierre Changeux indaga i meccanismi neuronali responsabili della creazione artistica e scientifica. Le nuove sintesi hanno il coraggio di invadere quelli che una volta erano considerati i territori più segreti dell'anima. Saranno i fisico-biologi, come Gerry Edelmann per esempio, a far giustizia di una mente «staccata» dal corpo? O non saranno invece i matematici che studiano la geometria sottostante alle teorie unificatrici della fisica - da Michael Atiyah ad Alain Connes - a rivelare i confini della ragione scientifica?
Vorrei qui ricordare ancora la speranza di René Thom di spiegare, un giorno, con la stessa geometria «il Big Bang dell'Universo e la fine di un grande impero come quello di Alessandro». Ritorniamo così al punto di partenza: le strutture semplici della fisica e la complessità del vivente - Il quark e il giaguaro, per usare il titolo del libro di Gell-Mann (tr.
it. Bollati-Boringhieri). Due facce dello stesso «ignoto».
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