RASSEGNA STAMPA

22 SETTEMBRE 1998
AUGUSTO ILLUMINATI
FILOSOFIA EBRAICA QUEL SEFARDITA AMATO DA BLOCH
Tra materialismo e neoplatonismo, la singolare storia di "Sorgente di vita", un testo arabo dell'XI secolo attribuito al poeta e filosofo sefardita Shelomoh ibn Gabirol
Shelomoh ibn Gabirol, «Sorgente di vita», a cura di Giovanni Carlo Sonnino, Transeuropa, collana Judaica, pp. 127, L. 25.000
Nel disordinato fervore con cui gli Scolastici latini tradussero nel XIII secolo testi e compendi di filosofi greci in arabo e commenti e opere originali di autori arabi spicca un episodio singolare. Dal maggior laboratorio di traduzioni e rielaborazioni, il gruppo di Toledo animato dall'arcivescovo Raymond e che comprendeva studiosi ebrei e cristiani, uscì a un certo punto un testo chiamato Fons vitae e attribuito a un certo Avicebron o Avicembrol, tradotto dall'originale arabo per cura di G. Ispano (che sapeva l'arabo) e D. Gundissalino (che scriveva in latino). Quest'ultimo ne parafrasò inoltre le tesi fondamentali in varie sue opere, principale il Tractatus de anima, che costituì dunque un canale secondario di diffusione. Avicebron (che alcuni consideravano arabo, altri un convertito piuttosto eretico) fece scandalo e fu accusato di materialismo e panteismo. I suoi seguaci cristiani, come Amalrico di Béne e Davide di Dinant, furono severamente condannati e qualche amalriciano ostinato finì addirittura sul rogo - do you remember il film di Chahine? Alberto Magno e Tommaso d'Aquino si impegnarono in attente confutazioni, mentre piuttosto favorevole si mostrò la scuola francescana, in particolare Duns Scoto.
A metà dello scorso secolo, lo studioso franco-tedesco Salomon Munk scoprì una versione ridotta del Fons vitae in ebraico, redatta alla fine del '200 dal poeta e filosofo ebreo spagnolo Shem Tov ibn Falaquera con l'equivalente titolo di Meqor Hayyim, e l'editò nei suoi Mélanges de philosophie juive et arabe (Paris 1859 rist. 1927 e 1955), che comprendono fra l'altro anche l'importantissimo commento intermedio di Averroè al De anima, sempre in versione ebraica. L'aspetto più rilevante della scoperta - oltre l'interesse filologico della collazione fra le due versioni dal perduto originale arabo - consisteva nel fatto che il misterioso Avicebron era identificato con il grande poeta sefardita Shelomoh ibn Gebirol, vissuto a Saragozza alla metà dell'XI secolo e i cui inni sono ancor oggi cantati nelle sinagoghe. Non meravigli l'uso dell'arabo per i suoi scritti filosofici, come un secolo dopo per Mosè Maimonide, dato che si trattava della lingua franca della filosofia e i traduttori e scrittori ebrei svolsero un ruolo decisivo di interpreti di confine fra le culture mediterranee nei secoli XI-XIV, come i siriani nei secoli VI-IX. Per i medesimi motivi per cui era stato avversato dagli Scolastici cristiani (nonché dagli ortodossi ebrei, che ben lo conoscevano ma ne censuravano la produzione filosofica) l'ancora misterioso Avicebron destò la curiosità di Giordano Bruno, che ne riprodusse la singolare commistione di temi materialisti e neoplatonici forzandola verso un esito panteista, così come nel nostro secolo divenne il candidato ideale per la tesi di Ernst Bloch della paradossale complementarietà di naturalismo e misticismo nella "sinistra aristotelica", contrapposta alla "destra" conservatrice che culminerebbe nell'idealismo razionalista di Tommaso d'Aquino.
In realtà Gabirol intreccia l'emanazionismo neoplatonico (che tutta la realtà procede a cascata dall'Uno) con la dottrina tipicamente ebraica delle sefirot, le figure di una presenza divina che resta trascendente e che tanto successo avranno nella successiva Cabala. In tal modo egli pone la composizione della forma universale con la materia universale - spirituale (la "materia intelligibile" di Plotino) e corporea - in tutte le sostanze esistenti, comprese quelle semplici spirituali. Insomma, eccetto Dio, tutto ha un sostrato materiale; l'estensione è un modo dell'essere quanto il pensiero e l'ordine delle cose è parallelo a quello delle idee. Siamo molto vicini (tranne il non piccolo dettaglio di un Dio creatore e immateriale) al panteismo stoico degli antichi e alla futura grande svolta di un altro ebreo sefardita (molto più eretico), Spinoza, che farà di pensiero ed estensione i due attributi noti (tra gli infiniti) di Dio - Deus sive natura. Partendo dalla propria interiorità l'intelletto umano può risalire la scala dei gradi, ripercorrendo il legame necessario del mondo di quaggiù con il mondo di lassù. L'uomo - microcosmo sospeso fra l'unità spirituale e la molteplicità materiale - conosce se stesso per cogliervi il resto delle cose che non sono la sua essenza e così l'anima si libera dalla prigione della natura e ritorna al suo mondo superiore.
Occorre purificarsi della sporcizia delle cose sensibili per arrivare al limite estremo delle sostanze intelligibili: allora "tu vedrai la tua essenza come se fosse di loro" e potrai contemplare la piccolezza del mondo corporeo. La materia è un libro aperto e la forma un sistema di segni impressi su di esso per trasmettere la conoscenza. Tutta la materia si muove per ricevere la forma e avvicinarsi il più possibile all'Essere Primo, come l'amante vuol congiungersi all'amato. Lo slancio mistico resta però ancorato al processo conoscitivo, dato che progresso esistenziale e noetico sono paralleli: solo comprendendo l'essenza di ogni cosa e della materia e forma universale nonché della volontà che le congiunge, l'anima si purifica e l'intelletto può penetrare l'universale e salire alla Divinità. Per ottenere tale risultato bisogna "attaccarsi" alla facoltà razionale e arrampicarsi grado dopo grado fino a pervenire, al di là della morte, alla sorgente di vita.
La bella introduzione di G. C. Sonnino al volume edito da Transeuropa - Shelomoh ibn Gabirol, Sorgente di vita, a cura di Giovanni Carlo Sonnino, collana Judaica, pp. 127, L. .
25.000 - oltre a ricostruire attentamente la complicata storia e la contrastata fortuna del libro nonché la doppia personalità di poeta e filosofo di Gabirol, studia il tipo di conciliazione qui delineato fra emanazionismo neoplatonico e tradizione religiosa ebraica (un problema parallelo a quello dei falâsifa islamici e dei Padri della Chiesa), rintracciandolo soprattutto nel ruolo inedito attribuito alla volontà come mediazione tra forma e materia e all'utilizzo, decisamente pre-cabalistico, della figura della shekinah.
Vorremmo anche aggiungere la singolare tematizzazione della voce e dell'ascolto, come dalla seguente citazione (V 71, p. 117): "Il Creatore pronunciò una parola e si impresse il suo senso nella sostanza della materia che l'ha conservata, vale a dire che la forma creata si è impressa nella materia. La voce è come la materia universale che sostiene tutte le voci particolari che portano i suoni, i movimenti e le pause, ma la forma esteriore è la forma del parlare che è ascoltato e questo si divide in forme particolari sostenute per ognuna delle materie particolari, che sono i suoni, ma la forma interiore è il senso indicato dalle parole e ciascuna delle due cose ha bisogno per la sua esistenza e sussistenza di un agente di questo" - cioè della voce-volontà di Dio. Qui, nel primato dell'ascolto sulla visione, Gerusalemme riprende il sopravvento su Atene, così come l'insistenza sul libro della natura e sulla decifrazione delle lettere - tema ricorrente nel neoplatonismo fiorentino e giù fino a Galileo - ricollega le tecniche interpretative talmudiche all'imminente rivolgimento della cosmologia rinascimentale.
L'entusiasmo di Bruno era ben motivato.
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Storia della filosofia