RASSEGNA STAMPA

20 SETTEMBRE 1998
FILIPPO GENTILONI
DIVINO Distanze ravvicinate
tra teologia e filosofia
Le riflessioni domenicali all'insegna del "divino" ripartono, dopo la pausa estiva, proprio dal loro punto di riferimento, quel "Dio" del quale non ci si stanca mai di parlare e di scrivere.
Vale la pena di dare un'occhiata ad alcune fra le più recenti pubblicazioni che lo riguardano. Sono molte e di buon livello e - prima osservazione interessante - vanno ben al di là della cerchia più o meno ristretta degli autori e degli editori ecclesiastici. Sembra che il discorso su Dio voglia uscire dal ghetto nel quale una certa cultura laicista - non laica - lo aveva relegato per un certo tempo.
La seconda osservazione non può non riguardare il contenuto del discorso e la sua conclusione.
Spesso - non sempre - si parla di Dio per concludere che non se ne può parlare correttamente; che le nostre parole e le nostre categorie sono assolutamente insufficienti; che non si devono alimentare le classiche illusioni (alienazioni?). Un risultato che rivela quanta strada si sia percorsa negli ultimi due-tre secoli, quanta scuola abbiano fatto i famosi "maestri del sospetto", quanti alunni abbiano trovato anche nel campo dei cosiddetti "credenti".Qualche riflessione ulteriore e più specifica permetterà di ricordare alcune delle opere che le hanno suggerite. Molte distinzioni che nella nostra cultura sembravano definitivamente acquisite stanno diventando sfuggenti, tendono a scomparire.
La prima è proprio quella fra filosofia e teologia. I teologi si sono accostati alla filosofia, rifiutando, spesso e volentieri, un discorso limitato ai testi "rivelati". Penso, fra gli altri scritti recenti, a Dio nel Novecento, (Morcelliana), di Bruno Forte, uno dei teologi cattolici più brillanti e autorevoli (insegna nella Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale). Il sottotitolo è esplicito: "Tra filosofia e teologia". La sua riflessione è strettamente legata a quella di Karl Barth - a cui fanno riferimento quasi tutti gli autori contemporanei - ma con la preoccupazione che quel Dio trascendente e lontano ("Altro", "Oggetto puro") rimetta i piedi per terra, si ritrovi nella nostra storia di ogni giorno.
Di Karl Barth, in occasione del trentesimo anniversario della sua morte, la Claudiana ha pubblicato L'umanità di Dio, con una ricca e approfondita introduzione del teologo valdese Sergio Rostagno.
"L'incontro con Dio nella storia sostituisce la formula di un tendere a Dio nell'eternità".
Ecco, allora, una ulteriore riflessione che riguarda più o meno, tutti i discorsi attuali su Dio. Bruno Forte: "In questa luce Dio è percepito soprattutto come il Dio della storia. E' questo il contributo precipuo delle teologie degli ultimi decenni del secolo, accomunate - pur nella loro evidente diversità - da una consapevole assunzione della sensibilità storica". I temi delle "cose ultime" (la classica "escatologia") non scompaiono del tutto, ma si affievoliscono. La speranza - uno dei più ricchi temi teologici - si accentra su questa terra. Così anche nell'Avvento di Dio, Escatologia cristiana di Jürgen Moltmann (Queriniana), uno dei più autorevoli pensatori protestanti.
Sull'altra riva, è evidente l'avvicinarsi dei filosofi alla teologia. Con risultati molto interessanti per tutti.
Di Adriano Fabris, Tre domande su Dio (Laterza): Perchè Dio? Quale Dio? Vi è un Dio? Fabris (insegna Filosofia delle Religioni a Pisa) invita a porre le domande giuste nel giusto ordine. La questione dell'esistenza, quindi, non precede ma segue gli interrogativi sul perchè (il "senso") e sulla natura di un eventuale Dio. "Imparare a domandare è spesso più importante e significativo di un affrettato rispondere". Una ottima lezione la sua sul corretto domandare. Ciascuno, poi, potrà dare le risposte che crede. Molto utile anche la sua "Nota bibliografica".
Analoga la riflessione di Mario Ruggenini Il Dio assente: La filosofia e l'esperienza del divino (Bruno Mondadori). Ne abbiamo già parlato su queste pagine.
Una ulteriore questione riguarda la consapevolezza, comune a tutti, del fatto che il concetto - l'immagine - di Dio cambia con i secoli, le culture, le mentalità. Nessuno, o quasi, pensa più a un Dio fissato sulle nuvole, al di fuori della storia. Il testo di Jack Miles Dio, Una biografia (Garzanti) è ormai un classico (ne abbiamo già parlato). Così non scandalizza il titolo di Juan Arias, giornalista e scrittore Un Dio per il duemila (Cittadella Editrice) che dovrebbe essere "Contro la paura e per la felicità" come suona il sottotitolo. Sulla porta, queste stupende parole di José Saramago: "Dio è il silenzio dell'universo/ e l'uomo il grido/ che a questo silenzio dà senso".Ritorno, dunque, di Dio in prima pagina? Forse si, anche sulle ali dei fallimenti dei vari umanesimi assoluti che si erano proposti nel corso del nostro "secolo breve". Ma, attenzione. Non si pensi - lo pensano spesso le chiese - che si tratti del vecchio Dio della metafisica classica, magari rinverdita dalla neoscolastica. A guidare l'attuale presunto ritorno non sono tanto né Aristotele e neppure Barth: sono, piuttosto, la demitizzazione di Bultmann e l'ermeneutica di Heidegger e anche del nostro Pareyson. E il credente e il non credente sono sempre più vicini l'uno all'altro. Come concludeva Gianni Vattimo il suo, ormai classico, Credere di credere: "Cioè, in fondo, scommettere nel senso di Pascal, sperando di vincere ma senza esserne affatto sicuri. Credere di credere o anche: sperare di credere".
Dei recenti volumi che riguardano l'approccio "mistico" al divino si dovrà parlare un'altra volta.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia e Religione