QUANDO GARIN AMAVA GENTILE E CONDANNAVA MARX| «Avvenire» riscopre un vecchio testo dello storico della filosofia |
| Ricorda, professor Garin? Ci fu un tempo in cui lei esaltava Giovanni Gentile e
condannava Karl Marx. Ieri «Avvenire», il quotidiano dei vescovi, ha rammentato
tutto questo allo storico della filosofia Eugenio Garin, che in un'intervista rilasciata al
«Corriere» il 5 agosto scorso aveva detto che il suo maestro più grande è stato
Benedetto Croce, e aveva consigliato ai giovani di leggere il «Manifesto del partito
comunista» di Marx ed Engels, che paragonava al Sermone della montagna
pronunciato da Gesù. «La sua grandezza e la sua forza sono assolute», aveva detto
Garin del «Manifesto». Non ci sarebbe nulla di strano, ha commentato ieri su
«Avvenire» Massimo Baldini (docente di storia della filosofia all'università di Perugia),
se nella stessa intervista Garin non avesse omesso di ricordare che non sempre l'aveva
pensata così. Solo «pochissimi sanno», scrive Baldini nel suo articolo, che Garin «non è
stato un intellettuale marxista della prima ora, ma un convertito dell'ultima». Perché,
si chiede Baldini, Garin ha citato solo Croce come suo maestro, e non il meno politically
correct Giovanni Gentile, principale teorico del fascismo? Eppure, in una «Storia della
filosofia» scritta durante la seconda guerra mondiale e pubblicata nel 1945 con
l'editore Vallecchi, Garin diceva che Croce e Gentile avevano dato «un vigoroso
impulso allo sviluppo spirituale dell'Italia» e in particolare celebrava proprio Gentile
con queste parole: «In questa ardente esaltazione della concretezza dell'atto spirituale,
in questo disciogliere le solidificazioni dell'astratto nel crogiuolo vivo del pensiero
pensante, in questa sua coscienza profonda della vita spirituale stanno il merito più
grande e l'efficacia profonda della speculazione gentiliana». Quanto a Marx ed Engels,
nello stesso libro Garin li definiva padri di una «crudele visione della vita», difensori di
una filosofia che incide negativamente «sulla santità della persona». E in quel
«Manifesto del partito comunista» che oggi consiglia ai giovani, Garin vedeva allora
un testo pericoloso in cui l'uomo risultava «rinnegato sul piano teoretico e distrutto sul
piano pratico». Insomma, nell'intervista al «Corriere» Garin non ha ricordato tutte le
tappe del suo percorso. Ma quel che «Avvenire» sottolinea non è soltanto questa
incompleta ricostruzione. L'articolo di Baldini - uscito nell'inserto culturale, «Agorà» -
va oltre, e fa presente che non è un caso che Garin sia passato da Gentile a Marx: «Per
non pochi intellettuali italiani è stato molto facile, date le molte somiglianze sul piano
politico, passare da un'adesione entusiasta all'idealismo gentiliano a una, altrettanto
entusiasta, al marxismo». La parentela è stretta, insomma, anche se a dirlo si rischia di
scatenare un putiferio. «A questi intellettuali dalla conversione facile», conclude
l'articolo di «Avvenire», «occorre far presente che la nave è affondata e che si devono
dar pace. La storia li ha pensionati». |