Marx crudele, meglio Gentile. Parola di Garin.In margine ad una polemica estiva: lo storico nel '45 stroncò il padre del «Manifesto» «Disumano come íl maestro Hegel», scriveva., ma oggi paragona la sua opera al sermone della montagna |
| Un cattolico liberale del secolo passato, Lord Acton, ha scritto che «la libertà ha sempre avuto pochi amici». E per motivata convinzione di autori quali Rosmini e Sturzo, Mises e Hayek, Marx non va posto nel numero di questi pochi amici. Questa massima mi è venuta in mente riflettendo su una polemica estiva, insolitamente interessante. Una polemica nata da un'intervista rilasciata da Eugenio Garin al Corriere della sera e a cui hanno risposto in diversi sullo stesso Corriere e su Avvenire. Tra le altre cose Garin dichiarava di aver avuto, da sempre, una «grandissima ammirazione» per Croce (ma stranamente non spendeva una parola su Gentile) e che il Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels conservava ancora oggi un
a «grandezza» e una «forza assoluta». Tanto che lo paragonava al Sermone della montagna e lo consigliava come uno dei pochi testi che tutti i giovani avrebbero dovuto leggere. L'intera intervista nel suo complesso, inoltre, suonava stonata poiché Garin, come pochissimi sanno, non è stato un intellettuale marxista della prima ora, ma un convertito della dottrina. Egli, infatti, ha scritto pagine violentemente antimarxiste e non è stato solo un ammiratore di Croce, ma anche e soprattutto un esaltatore del pensiero di Gentile. Le prove? Eccole!
Durante la seconda guerra mondiale Garin scrisse e nel 1945 diede alle stampe presso la Vallecchi due volumetti dal titolo Storia della filosofia. In questi egli dichiarava, con linguaggio aulico, di avervi «recato il frutto di molti anni di riflessione e, soprattutto, d'insegnamento» (vol. 1, p. 7). Di fronte all'idealismo assoluto di Benedetio Croce e di Giovanni Gentile, dichiarava che quella era un'«epoca veramente felice per la cultura italiana» e che questi due filosofi avevano dato «un vigoroso impulso allo sviluppo spirituale dell'Italia». Tuttavia, mentre metteva in evidenza le «difficoltà» dello storicismo crociano (vol. II, p. 262) celebrava il pensiero di Gentile con queste entusiaste ed acritiche espressioni: «In questa ardente esaltazione della concretezza dell'atto spirituale, in questo disciogliere le solidificazioni dell'astratto nel crogiuolo vivo del pensiero pensante, in questa sua coscienza profonda della vita spirituale stanno il merito più grande e l'efficacia profonda della speculazione gentiliana» (vol. II, p. 266).
Ma la parte più interessante di questo prezioso (sul piano storico) libretto sono le pagine in cui Garin distrugge la filosofia marxiana. «Un bisogno di liberazione umana - egli esordisce - è, appunto, quello che anima alle radici la speculazione di Carlo Marx (1818-1893), anche se essa, concretandosi poi nel ritmo dialettico hegeliano naturalisticamente inteso, sboccherà spesso in una crudele visione della vita» (vol. II, p. 206). Per il Garin del periodo fascista, tanto Marx quanto Engels sono i padri di una «crudele visione della vita», sono i difensori di una filosofia che incide negativamente «sulla santità della persona». Infatti, «la lotta eraclitea, trasformatasi qui nel cozzo delle classi, elemento motore primo del processo storico, questo medesimo processo, sono privati di qualunque senso di libertà».
Marx, con buona pace di Canfora è, come scrive Garin, un ateo nemico della libertà, il
marxismo non produce la redenzione dell'uomo, ma la sua schiavitù. E citando proprio un passo del Manifesto del partito comunista Garin osserva: «Quale esaltazione del fatale andare della storia in questa redenzione degli uomini! Lo spirito scientifico e positivo che animava il nuovo umanismo era disumano quanto lo spirito teologizzante e messianico dello hegelismo, contro cui era insorto. L'uomo ugualmente schiacciato e ugualmente negato, era da entrambe le posizioni, rinnegato sul piano teoretico e distrutto sul piano pratico» (vol. II, p. 209).
Per non pochi intellettuali italiani è stato molto facile, date le molte somiglianze sul piano politico, passare da un'adesione entusiasta all'idealismo gentiliano a una, altrettanto entusiasta, al marxismo. Per loro il crollo dal fascismo o quello del muro di Berlino sono equivalsi a un licenziamento inatteso, inesplicabile e ingiusto (erano stati così bravi!). A questi intellettuali dalla conversione facile che negli ultimi cinquant'anni hanno fatto gli idraulici dell'ideologia, si sono limitati a tappare le falle che la storia e la critica apriva nella lucida carena del marxismo, occorre far presente che la nave è affondata e che si devono dar pace. La storia li ha pensionati. |