| Il «senso» della morte
negli impossibili confini con la vita |
| C. Segal, «Lucrezio», Il Mulino, pagine 392, lire 40.000 | «Uno dei paradossi del grandioso poema di Lucrezio, scrive Segal, è l'apparente contraddizione tra uno straordinario apprezzamento delle bellezze del mondo, e un profondo senso di morte di distruzione dall'altra» (C. Segal, «Lucrezio», Il Mulino, pagine 392, lire 40.000). La morte è « la maggiore angoscia e, al tempo stesso, la rappresentazione centrale dell'angoscia».
V. Jankèlevicth («La mort», Flammarion, Paris 1977) ha scritto che la morte è l'inconoscibile assoluto, in quanto essa «nega l'essere stesso dell'essere pensante», di modo che pensare la morte è come pensare «il nulla e non pensare a nulla è dunque non pensare». La., morte uccide il pensiero, e solo nell'angoscia, scrive Iankèlevicth, «l'uomo realizza la sua morte».
E. Lévinas («Dio, la morte e il tempo», Jaca Book, pagine 320, lire 42.000) va ancora oltre nell'incomprensibile della morte. Con essa, egli scrive, «arriviamo a qualcosa che la filosofia europea non ha compreso. Comprendiamo la corruzzione, la trasformazione, la dissoluzione. Comprendiamo che le forme passano mentre qualcosa sussiste. La morte taglia tutto questo, inconcepibile, refrattaria al pensiero, e tuttavia irrecusabile e ínnegabile ( .. ). Anche nell'angoscia, anche attraverso l'angoscia, la morte resta impensabile. Aver
vissuto l'angoscia non permette di pensarla. «Il nulla ha sfidato il pensiero occidentale». Persino il volto, che è al fondo della filosofia di Lévinas, il volto in cui riconosco l'altro e la responsabilità verso l'altro che per Lévinas viene prima della ontologia e della metafisica, ora, nella morte, «diventa una maschera. L'espressione sparisce».
Ma se invece che affannarci intorno al pensiero della morte cercassimo di individuare il confine in cui la vita tocca la morte, o meglio in cui la vita e la morte si intersecano in quella terza cosa che è lampeggiante in Eraclito e dentro la tragedia antica, e che ha ripreso a lanciare tenui bagliori delle parole di Rilke e di Proust? Questo luogo
che forse è il luogo stesso di una possibile realtà umana? E' possibile oggi questo pensiero?
H. Jonas, «Tecnica, medicina ed etica», Einaudi, pagine 352, lire 32.000) ha scritto pagine straordinarie sugli atti e le decisioni che hanno definito il luogo e il momento della della morte - il confine tra la vita e la morte. Il potere una volta poteva dare la morte annientando, o regolare la morte nella gestione dei cadaveri. Mai era giunto a stabilire nel vivente (che è oggi chiamato «falso vivo») il confine estremo della vita, là dove questa cessa di essere tale e diventa morte.
L'uomo è l'essere che sa la propria morte. L'uomo è l'essere che sa la propria morte, la porta dentro di sé come un germoglio o come un vizio. Entra dentro di noi, ha scritto Proust, «come fa un amore». Ma all'uomo che sa la propria morte non è più concesso di avere la sua propria morte. Medici e legislatori hanno occupato la soglia in cui vita e morte si toccano, da cui poteva scaturire il senso stesso della nostra esistenza. Anche se, come ha scritto Eliot nei «Quattro quartetti», «comprendere il punto d'intersezione del senza tempo/ col tempo, è un'occupazione da santi ... ».
Ma senza questa possibilità non ci resta che Lucrezio: la descrizione della fragilità, delle devastazioni, delle mutilazioni come l'annuncio «di quella globale invasione dei nostri confini corporei che è la morte», che è ovunque, anche nella bellezza in quanto «anche nella fonte della gioia sgorga una vena d'amaro, che duole anche nei fiori stessi». E, ancora come Lucrezio, la poesia e la filosofia come cura dell'angoscia di fronte a ciò che è per definizione incurabile. Montaigne, citato da Segal, scrive che i libri sulla morte hanno arricchito la sua lingua, ma non il suo coraggio. |