L'INNO ALLA GIOIA DI SEVERINO| Filosofo, musicista dilettante, cantore della vita. Intervista con un pensatore che sa andare controcorrente |
| «Noi siamo la gioia!». Sembra il verso di una canzone d'antan, l'inizio di un inno religioso, al limite l'espressione di un esplosione giovanilistica. Invece è la sintesi, il culmine, la risultante logica del pensiero di Emanuele Severino.
Il filosofo vede il mio stupore, il mio imbarazzo e spiega: «La catastrofe è solo un episodio che si costruisce all'interno della nostra gioia. Quando voglio illustrare, specie ai miei allievi, questo concetto, ricorro all'immagine della fiamma, così come nasce da un pezzo di legno. Essa ha un'anima nera, la più vicina, attaccata al legno, al ceppo. Quel nero rappresenta il dolore, l'angoscia, la catastrofe. Intorno c'è la parte luminosa, la vera fiamma, la gioia. La negatività dell'esistenza è quel nero della fiamma che crede di essere il tutto, che crede non ci sia altro oltre l'orrore. Mentre noi, in effetti, siamo la fiamma, la luce che circonda il nero».
| Ma questa «gioia» che segna il culmine del suo lavoro speculativo, non reintroduce per casi il «trascendente», il dualismo cielo-terra, il binomio mondo-altro-mondo che la filosofia moderna, dal rinascimento in poi, ha cercato di risolvere e che invece tutte le religioni (cattolicesimo in prima linea) hanno amorosamente coltivato per sopravvivere? |
«No, questa gioia non è un aldilà, non é ciò che sta al di là di noi, ma siamo noi. Non è un Dio trascendente, cioè una delle invenzioni escogitate per salvarci dalle sabbie mobili del divenire. Noi siamo questa fiamma! ».
| E' un'affermazione che schiaccia, che turba. Chi è dunque Severino per sfidare la Chiesa sul suo stesso terreno, all'interno delle sue sacre mura? |
«Sono un figlio dell'educazione cattolica, perché dall'asilo fino alla terza liceo sono stato allievo dei gesuiti nel collegio Arici di Brescia, lo stesso dove studiò papa Montini».
| Ma com'è nata la sua vocazione filosofica? |
«Mentre io ricevevo la forma mentis - tutt'altro che disprezzabile, tra l'altro - dai gesuiti -, mio fratello Giuseppe, di otto anni maggiore di me e morto purtroppo al fronte durante la seconda guerra, mondiale, negli anni Quaranta seguiva alla Normale di Pisa le lezioni di Giovanni Gentile, di cui era entusiasta. Io ero al ginnasio e mi colpi la profonda distonia tra la dottrina cattolica e l'attualismo gentiliano che infiammava mio fratello. Mi sarei imbattuto nuovamente in Gentile all'università di Pavia dove il mio maestro Bontadini coltivava la splendida illusione di coniugare attùalismo e riscoperta dell'antica saggezza metafisica»
| Immagino comunque che al liceo lei abbia seguito un corso sistematico di filosofia. |
«Il primo, sistematico insegnamento di filosofia mi fu impartito da monsignor Zani, grandi tomista e nobile, generosa persona, che mi piace ricordare con profondo senso di riconoscenza. A dire la verità, i gesuiti curavano in modo particolare le discipline matematico-fisiche, tanto che, se non avessi scelto la filosofia, avrei sicuramente studiato matematica o ingegneria. E difatti mia figlia, quasi a colmare la lacuna, è diventata insegnante di matematica. Ma anch'io non ho mai perduto l'interesse per le scienze e le matematiche, tanto è vero che di recente ho ripubblicato, per la Utet, la mia traduzione dell'opera di Rudolf Carnap, matematico insigne e figura eminente della filosofia neopositivistica».
| Esiste comunque nella personalità complessa di Severino, una nicchia m in ombra, sulla quale lei ama esercitare l'uderstatement. Non è vero? |
«Proprio Carnap affermava che i metafisici sono dei musicisti falliti. Ebbene: io sono un musicista fallito. Diciamo, un compositore fallito. Dai dodici anni fino ai diciotto studiai composizione a Brescia con il musicista Luigi Manenti, di cui mi dispiace non venga da tempo rappresentata Salambò, un'opera di ispirazione puccinianana, il cui libretto fu scritto dal padre di mia moglie, Francesco Mascialino, ben conosciuto a Brescia: oltre che letterato e docente, fu professore d'orchestra e suonatore di oboe, fagotto, corno inglese, anche sotto la direzione di Toscanini. Insomma, io studiavo e suonavo con Mascialino e così ne conobbi la figlia che divenne mia moglie».
| E che tipo di musicista era Emanuele Severino? |
«Ho scritto varie composizioni per strumenti a fiato, su suggerimento di mio suocero. E sono molto orgoglioso, mi perdoni l'immodestia , del fatto che tre anni fa il comune di Brescia richiese una mia suite per strumenti a fiato e pianoforte a guisa di percussione e la fece eseguire al San Carlino».
| Quali autori e quale clima stilistico la ispirarono |
«Diciamo l'espressionismo musicale. Gli autori di riferimento erano Béla Bartók e Janacek piuttosto che Stravinskij».
| Esiste un episodio centrale nella sua vita, ed è l'allontanamento dalla cattedra di filosofia dell'università Cattolica di Milano negli anni Settanta. |
«Quando dalle lezioni come libero docente di filosofia morale, passai a ricoprire il posto dì incaricato e quindi ottenni la cattedra dì ordinario alla Cattolica, avevo già pubblicato lavori di una certa consistenza, come La struttura originaria che è del '58. Diciamo che la rottura si verificò prima in me stesso che nelle istituzioni che mi ospitavano. In altri termini: mentre ritenevo che la struttura originaria, base di ogni sapere, potesse convivere con il discorso
religioso, con la fede cristiana, in un in un secondo momento mi avvidi - io per primo - che per esempio il mio Ritornare a Parmenide e altri scritti successivi si ponevano in contrasto non soltanto con il cristianesimo ma con tutti gli altri atteggiamenti volti a considerare il mondo come un fluire e non come una casa degli eterni».
| Dunque il lontano seme gentiliano aveva prodotto i suoi frutti e lei, così impregnato di hegelismo, era già pericoloso per l'ateneo dove imperava il duo Gemelli-0lgiati. |
«Tutto accadde in vicendevole accordo e si svolse in un clima di grande civiltà, anche se nei miei confronti fu istituito e celebrato l'ultimo processo del Sant'Uffizio. Mi difesi a Roma davanti a uomini eminenti come Cornelio Fabro, tanto per citarne uno. Ma la frattura fu inevitabile e a essa seguì la sentenza. Erano gli anni '68-69. Nel '70 incominciai a insegnare filosofia all'università di Venezia. Ma questo appartiene a un altro capitolo della mia vita». |