ONTOLOGIA|
Quand'è che 10 metri sono tali |
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| Ruggero Pierantoni, «Verità a bassissima definizione. Critica e percezione del quotidiano», Einaudi, Torino 1998, pagg. 268, L. 26.000 | Riflettendo sulla visione, Pierantoni non mette mai in discussione un punto: «un qualcosa, là fuori, deve esserci» (p. 127). Su questo fondo comune si stabilisce la solidarietà ontologica tra scienza e filosofia. Le differenze intervengono a un livello successivo, che è però piuttosto gnoseologico. In prima approssimazione, la filosofia non scopre se non ciò che è accessibile ai sensi non attrezzati e alla comune ragione umana, mentre la scienza oltrepassa la sfera della fisica ingenua.
E in questo senso Pierantoni è scienziato, Perché non guarda solo le cose dal di fuori, ma, a partire dalla osservazione dei fenomeni, apre la macchina e guarda dentro. Se la pioggia che cade di notte sembra piegarsi verso i fari della macchina, è perché noi stiamo privilegiando la fissazione sulla retina di ciò che ci sembra più oggetto dell'altro, dunque della macchina piuttosto che della pioggia. Se un uomo che si allontana rimpicciolisce tutto intero e per così dire armonicamente, mentre una nave sparisce poco alla volta sotto l'orizzonte, ossia se ne va via a pezzi, è perché il limite di risoluzione del nostro occhio è di 0,0003 cm., cioè esattamente un uomo di 170 cm. a 5.000 metri, che può dunque diventare un punto e sparire, mentre la nave, a quella stessa distanza, è ancora una piccola immagine di 0,004 cm.: visibile, ma non per intero, perché dei pezzi sono già finiti sotto l'orizzonte. Insomma «la terra ha le sue ragioni: e le fa rispettare» (p. 173).
Ma sono ragioni della terra o dell'ócchio che la guarda? E dove sta la vera ontologia? E ancora, visto che in molti c'è differenza tra ciò che si osserva e ciò che si numera (una differenza che spesso si risolve troppo in fretta parlando di illusioni ottiche), a chi bisogna dare ragione? La discussione che Pierantoni dedica alla «grandezza apparente del Partenone» costituisce, da questo punto di vista il nocciolo di tutte le riflessioni svolte in
questo libro: «esistono dimensioni che non siano apparenti? (... ) In che caso dieci metri sono dieci metri?». Sono domande tutt'altro che alessandrine, perché non si limitano a indicare, come del resto è necessario, una differenza tra il vedere e il pensare (come per l'appunto avviene nello cosiddette illusioni per cui, pur sapendo che una cosa è fatta in un certo modo, non posso non vedere che è altrimenti da come penso e so), ma avanzano l'ipotesi che la stessa sensatezza di ciò che penso tragga la sua origine in ciò che vedo. |