Giocando con Dio per capire chi siamo| Nel suo ultimo libro Adriano Fabris si interroga sul divino e sullo sfondo geografico e culturale delle sue varie manifestazioni |
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| Adriano Fabris, «Tre domande su Dio», Laterza, Roma-Bari, 1998, pagg. 192, L. 18.000. | In uno splendido elzeviro, poi raccolto ne La farfalla di Dinard, Eugenio Montale racconta di una sua sosta a Edimburgo e di una chiesa fregiata lungo tutti i muri dalla scritta ammonitrice God is not where, alla lettera "Dio non è dove"; inutile cercarlo, tanto meno nei luoghi dove parrebbe più facile e giusto trovarlo, oppure, non è «dov'è Dio?», la domanda corretta da fare. A quell'inquietante memento Montale avverte una sensazione di turbamento e spaesamento. Si sente in ansia e si rimprovera di non essersi posto per tanti anni, nel suo Paese, quel problema in termini precisi. Una scritta del genere, infatti, è impensabile in una chiesa cattolica. Cogliere il senso profondo che un tale avvertimento può avere per un presbiteriano o un battista è arduo per noi. Eppure capita a tutti, prima o poi, di imbattersi in un Dio, e in un linguaggio con cui se ne parla, che non ci sono domestici, che non appartengono all'universo della nostra esperienza, che non sono nell'orizzonte di ciò che ha un senso per noi. Ecco perché, avverte Fabris, innanzitutto Dio è «il Dio del senso»: se vogliamo procedere interrogandoci su Dio, dobbiamo partire dall'esistenza, dalla forma di vita che rende possibile un dizionario per parlarne, ed è forse necessario addirittura considerarlo (in termini heideggeriani) esso stesso una «originaria apertura di senso».
Il perché di Dio, dunque, è scritto nella nostra tradizione; quella mediterranea, che ha dato luogo alle tre grandi religioni , ebraica cristiana e islamica, e che è profondamente impregnata di filosofia greca. E' scritto in un modo di essere e di rapportarsi al mondo che ha già in sé, nel primo articolarsi del pensiero, il senso del divino (anche quando lo negherà, ne dichiarerà la morte, ne surrogherà gli effetti). Ma è proprio per questo che Dio .non è uno solo, e che per comprenderne i mille volti (a dispetto del comandamento dell'Esodo: «Non farti nessuna immagine di Dio») si deve esser consapevoli dei nostri "pregiudizi", delle nostre particolarità, dei modi ineludibilmente "locali" in cui si sono articolate le sue irmnagini.
E allora quale Dio? Delle tre domande che Fabris si pone (perché Dio, quale Dio, vi è un Dio?) questa appare la più delicata e difficile da rispondere. Fabris lo fa con estrema prudenza, mostrando gli impliciti di un tale quesito in tutta la loro complessità filosofica, facendo entrare in gioco quello che è in gioco nel momento in cui soprattutto un figlio della modernità se lo pone: che cosa significano "vero" e "verità" nel contesto particolare della religione e nella loro tensione necessaria con 1"'universalità", che cosa vuol dire porsi la domanda di quale Dio nell'era della tolleranza e del relativismo, che cosa comporta assumere una posizione (come quella raccomandata dal cristianesimo) di dialogo con l'alterità.
Ne consegue che la risposta non può che essere parziale e priva di garanzie: si sa quale Dio perché si sa da dove si parte, da quale tradizione, da quale "radicamento" e dunque da quale immagine, ma non si sa dove si arriva alla fine di quel compito inesauribile che è l'incontro, il confronto con l'altro da sé. Fermo restando che alla fine del percorso non vi è una verità assoluta da contemplare, concepita come adaequatio a qualcosa che si dà, ma una verità come attuazione di una forma di vita, come atteggiamento morale (avrebbe detto Wittgenstein), come agire e "render vero" in base a precise convinzioni.
Ma vi è un Dio? E anche ,qui bisogna intendersi sull"'essere" e sull"esistere", bisogna ricordarsi dei moniti di Heidegger contro il rischio dell'entificazione di Dio, e infine fare lo sforzo di allontanarsi dal lingua io ordinario per capire che il linguaggio religioso, con le sue copule, esprime una sorta di "eccedenza", dà voce a quell"'apertura" verso la sfera del divino in cui l'uomo religioso si trova a vivere in quanto religioso, in quanto cioè già in rapporto con Dio. Dio dunque non è sostanza tra le altre sostanze, e l'obiezione della sua alterità ontologica e della sua indescrivibilità può venire soltanto quando si tratti il linguaggio unicamente in un'ottica corrispondentista o verificazionista, in qualche modo come specchio della materia di cui tratta.
Recentemente Vittorio Sainati (Credere oggi, La Nuova Italia, 1997) invocava la filosofia a salvare la teologia cristiana da un estenuante logoramento di linguaggio e di plausibilità. Non certo una filosofia metafisica o scientifica, ma una filosofia "vuota", armata solo del suo atteggiamento critico, affacciato privilegiatamente al mondo dell'esperienza umana. Una "filosofia di......" che non voglia riempire il genitivo di contenuti ontologico-descrittivi bensì esistenziali-interpretativi; che sia ermeneutica di quello che urge nei contesti esperienziali e linguistici, che colga le determinazioni fenomenologiche dell'esistenza. Fabris fa sua una tale esigenza e scrive questi "prolegomeni" a ogni possibile discorso su Dio attingendo all'autenticità delle domande più immediate (magari formulate con l'aiuto di raffinati esempi letterari, da Jean Paul a Ebe Wiesel) e mettendo la filosofia, con il suo strumentario argomentativo e di analisi concettuale, al servizio di un intrigante itinerario (circolare, secondo ermeneutica, come testimoniano i continui rimandi avanti e indietro, che Fabris stesso, con corsivi che sono altrettante voci fuori campo, suggerisce) che va da Dio a ciò che è promesso nelle forme stesse delle nostre interrogazioni e viceversa. E la soluzione del gioco - così lo propone
Fabris -, per chi è filosofo davvero, non può che essere nel continuare la ricerca.
Fabris ha dato numerosi importanti contributi alla filosofia della religione, sempre privilegiando punti di vista e soluzioni di stampo ermeneutico.
Quest'ultimo fa chiarezza e dà preziose indicazioni a chiunque si avvicini, anche da sprovveduto, ai modi della riflessione filosofica su Dio, con il pregio anche di saper spaziare con brillantezza e essenzialità nella letteratura rilevante e non soltanto filosofica. Alla preziosa guida bibliografica di corredo, per opportunità didattica limitata il più possibile a testi in italiano, mi permetto di aggiungere., raccomandandoli caldamente ai giovani filosofi che si accostano al tema e che sono anche curiosi di quanto accade (talvolta di diverso) in quel mondo anglofono che a Montale era parso così ineffabile, La teologia dopo Wittgenstein di Fergus Kerr (Queriniana, 1992) e l'enciclopedico Mary Hesse & Michael Arbib La costruzione della realtà (il Mulino, 1992). |