RASSEGNA STAMPA

18 AGOSTO 1998
FRANCO VOLTAGGIO
UNA SCIENZA DELLA VITA CHE CON IL PROPRIO LINGUAGGIO SVOLGE LO STESSO COMPITO DELLA FILOSOFIA
UN ESIGENTE PARADIGMA DELLA CONOSCENZA
"L'uomo inguaribile", una attenta riflessione di Ivan Cavicchi sulla finalità della medicina e sulla sua storicità
Ivan Cavicchi, «L'uomo inguaribile». Editori Riuniti, L. . 28.000)
La vita somiglia un poco alla malattia come procede per crisi e lisi (=brusca diminuzione della temperatura) ed ha i giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure" (Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Tea). Alle conclusioni di uno dei più celebri romanzi del Novecento italiano sono riandato con la memoria leggendo L'uomo inguaribile. Il significato della medicina di Ivan Cavicchi (Editori Riuniti, pp. , L. . 28.000) esito di una riflessione a tutto campo su quella che appare insieme la natura fallimentare e vincente dell'arte medica. Se, infatti, non può guarire quella che, per definizione ed essenza, è la condizione prima delle malattie, cioè la vita stessa, la medicina è tuttavia forse la sola, fra tutte le scienze e le arti, che può rivelarcene il significato segreto.
Il mito della medicina

Per apprendere questo segreto, occorre, secondo Cavicchi, sottrarre, almeno momentaneamente, la medicina alla sua storia.
Paradossalmente del resto, è la stessa storicità della medicina che ci invita a cercare il significato dell'arte medica fuori della ricostruzione storica. Prendiamo in considerazione il suo oggetto, ossia una qualsiasi malattia. Sappiamo certamente di trovarci di fronte a una concreta manifestazione biologica iscritta nel corpo di un uomo, ma sappiamo d'altra parte di entrare in contatto con un prodotto storico-culturale. La malattia ha infatti un nome, viene avvertita in un certo modo dalla comunità di appartenenza del malato, fa infine riferimento a un preciso sistema medico, al di fuori del quale non potrebbe neppure esser definita.
Questo sistema, esattamente come la percezione sociale della patologia, è inserito in un concreto spazio storico-culturale, che ne fa un relativo, non già un assoluto. Quando, per esempio, diciamo che "x è malato di cancro", il sistema di nozioni che legittima questa affermazione è quello in vigore oggi, quello cui si può fare ricorso "qui e adesso". A rigore, perciò, di volta in volta, in questo o quello spazio storico d'esperienza non rintracciamo un assoluto, la "medicina", ma un relativo, "nozioni e prassi, datate, della cura e della guarigione". Ne consegue che, se crediamo di individuare la medicina nella storia, proprio nella storia la smarriamo.
Cionondimeno, quando parliamo della "peste di Atene" o della grande pandemia europea del 1346-1353, siamo convinti di parlare di fenomenologie morbose, di fare appello a nomi e spiegazioni che ci vengono forniti da un'arte o scienza, per l'appunto la medicina, che certo storicamente si è modificata, ma che pure è sempre stata la stessa. Un'identità, questa della medicina che, tra l'altro, le consente di confrontarsi con tutte le arti della guarigione, siano esse espressione di remote sapienzialità orientali o delle terapie magiche adottate nelle attuali comunità sciamaniche del pianeta.
Ma se la medicina non trae dalla storia la sua identità, che cosa, fuori della storia, può garantirgliela? Unicamente ciò che, per essere fuori del tempo e della storia, può forse illuminare e chiarire quello che si palesa nel tempo. In una parola, il mito di fondazione della medicina.
Certamente anche i miti di fondazione hanno spiccati caratteri che rinviano a una precisa civiltà storicamente datata, come il mito e gli elementi simbolici cui fa ricorso Cavicchi. Il serpente sacro, il bastone, il centauro sono espressione di una tramatura simbolica esplicitamente greca. Resta fuor di dubbio, comunque, che al di là dei significativi elementi di riscontro e analogia con altri miti simili, ciò che conferisce al mito greco della medicina la sua preliminarità alla storia è, in primo luogo, il fatto che di esso nessuno conosce né l'autore, né il momento della comparsa. Quello che è insieme natura ed enigma dei miti sta, in effetti, nella circostanza che essi, pur apparendo nella storia, non condividono con i fatti storici l'ovvia riconduzione a una causa e a un tempo che li abbiano posti in essere.
Il mito di Chirone

Ma sappiamo qualcosa di più. Sappiamo soprattutto che un mito, qualsiasi mito, non è una spiegazione, in forma fantastica, di cose incomprensibili da parte di chi non disponga di strumenti concettuali adeguati, ma una narrazione, i cui contenuti divengono chiari a chi li accetta a misura che il mito si consolida nel tempo e che, specie nel caso della fondazione di un'arte o scienza, si trasformano in elementi normativi, o meglio in linee programmatiche di azione.
Tra tutti gli elementi scelti da Cavicchi per illustrare il mito di fondazione della medicina il più significativo mi sembra essere la figura (e il ruolo) del centauro Chirone. La leggenda vuole che Chirone, immortale, fosse ferito a un ginocchio da una freccia intinta nel sangue di serpente (Idra di Lerna), e che, a seguito dell'incidente, fosse condannato nell'inguaribilità, pur restando immortale.
Certamente, come spesso le leggende, anche quella di Chirone è contraddittoria, Come è possibile infatti associare l'immortalità alla vulnerabilità e questa addirittura all'inguaribilità? Ma un mito può, proprio perché narra e non spiega, essere contraddittorio. Anzi, il suo senso sta tra l'altro nell'associare tra loro elementi contraddittori. Ma qual è questo senso?
La leggenda ci dice che Chirone è un terapeuta, un medico e ci ricorda che fu proprio lui ad insegnare ad Asklepios la chirurgia. E' vulnerabile. Dunque conosce, anche per averle sperimentate sulla sua pelle, le ferite. E' inguaribile. Dunque sa che comunque non da ogni male si può guarire e che anzi la condizione propria dell'avere un corpo sta nell'inguaribilità, giacché, quand'anche il corpo riuscisse a guarire da tutti i mali, dal male in sé, quello della corporeità, fonte di corruzione e di malattie, non potrebbe mai guarire.

Chi voglia esercitare l'arte della guarigione trova nel mito di Chirone un preciso e rigoroso imperativo: ricordati, nell'esercizio della tua arte, che sei vulnerabile come l'individuo cui presti le tue cure; ricordati, in altre parole, che il malato e il ferito con cui entri in contatto condivide la tua medesima condizione. Sii dunque con lui solidale e altruista.
Chirone è però immortale. Il medico, qualunque medico, non lo è.
Non solo non è immortale, ma, come del resto mostrano con evidenza i testi cruciali della medicina greca nell'età classica, in particolare Il regime e Il regime nelle malattie acute, la prassi medica deve garantire la stabilità di un assetto sociale storicamente datato, il che significa che il medico è un attore storico, storico e contingente altrettanto quanto lo sono i suoi malati e gli egemoni di cui deve seguire le norme. Cionondimeno, allievo di Chirone, non può sottrarsi alla suggestione dell'immortalità.
Questa resta, inevitabilmente, se il medico seguirà le prescrizioni del mito, nell'orizzonte di sfondo della relazione terapeutica e resta, come spesso ogni elemento mitico, con la precisa funzione di salvare il medico, la medicina e gli esseri umani da curare. Resta certamente come una speranza irrealizzata e irrealizzabile, una promessa che non può esser né fatta né mantenuta, ma resta. Restando, finisce con il tradursi nel possibile. Siamo sicuri che la medicina avrebbe compiuto i progressi che ha effettivamente compiuti, senza il mito dell'immortalità del suo fondatore? Il costante prolungamento dell'attesa media di vita, almeno in Occidente, non è forse un riflesso, anche se pallido, dell'immortalità?
Agli occhi di uno storico o filosofo della medicina, quello adottato da Cavicchi è un approccio legittimo quanto un altro e altrettanto quanto un altro, per taluni versi, contestabile. Ma questo approccio, che sembra tradursi in tutto il libro in una sorta di scelta od opzione metafisica, finisce con il fornire strumenti preziosi per tentare di sciogliere i mille nodi della medicina contemporanea.
Inguaribili e immortali

La fruibilità dell'opzione sta proprio nell'associare due elementi contraddittori, inguaribilità e immortalità, facendone il tema di una riflessione su quello che società, Stato, medici e altri operatori sanitari dovrebbero fare per coniugare in modo virtuoso le risultanze della ricerca biomedica con la gestione delle risorse, così come le aspettative individuali con le esigenze della comunità nel loro complesso.
Si è detto che l'immortalità è restata, in forza del mito, nell'orizzonte di sfondo della medicina contemporanea, determinandone progressi e successi. Ma proprio la sua forza propulsiva ha finito con il mettere in crisi, sino addirittura a determinarne il crollo, lo schema concettuale di riferimento, in altre parole il paradigma della medicina. Se per secoli questo è stato un paradigma della tutela che prevedeva, da un lato, la cooperazione medica al mantenimento di un ordine stabilito, dall'altro la lotta contro il male, ossia contro le malattie, ora il paradigma può essere qualcosa di diverso: non indicare le strategie da seguire per combattere il male, ma quelle da adottare per conseguire il bene.
Un paradigma per il bene può certo sembrare in contraddizione con l'elemento di cui pur deve tenere conto, l'inguaribilità, in linea di principio e di fatto, degli esseri umani, i quali sono inguaribili per il fatto stesso di avere un corpo. Ma se l'inguaribilità è un'antichissima ferita sinora vissuta come condanna, è però anche ciò che ha consentito alla medicina di pervenire a una conoscenza sempre più approfondita della natura dell'uomo, lacerato tra la speranza dell'immortalità e il rapporto costante con le malattie e il dolore. Ma allora, proprio perché dalla sua inguaribilità l'uomo trae la possibilità di conoscere la propria natura e, per essa, la natura della realtà nel suo complesso, quella che è stata vissuta come una condanna può volgersi in un'acquisizione orgogliosa della condizione umana. Di qui il paradosso dell'uomo inguaribile: essere (e scegliere d'essere) libero d'essere inguaribile.
All'apparenza si tratterebbe di una libertà di vetro. L'uomo si contenterebbe di scegliere liberamente un destino cui non può comunque sottrarsi. In una parola, farebbe semplicemente di necessità virtù. In realtà le cose non sono semplici. Qui vale davvero il motto: quello che è vero in teoria non è vero in pratica. Se, infatti, a livello puramente teorico, "esser libero d'essere inguaribile" è un autoinganno, la traduzione di questa decisione nella prassi quotidiana equivarrebbe a scegliere la vita come un bene da costruire e non già come un male con cui fare continuamente i conti.
Proprio nella pratica medica questa libertà e il paradigma che la esprimesse e se la ponesse come fine troverebbero riscontri a parecchi livelli: la ricerca di quanto può consentire, e il più a lungo possibile, il raggiungimento di condizioni assolutamente ottimali di mente e di corpo (in concreto il raggiungimento di quell'immortalità che, per il taoismo, non sta in prolungamento indefinito della vita - quella che chiameremmo un'immortalità longitudinale - ma nell'acquisizione, anche destinata a durare un momento, di uno stato che, per la sua perfezione, si sottrae alla corruttibilità e, per ciò stesso, al tempo), dunque dell'eucenestesi, la messa a punto di ipotesi e di protocolli terapeutici tali da consentire la realizzazione di un'utopia forse meno assurda di quanto possa sembrare a prima vista: far sì che l'individuo, al termine di una lunga vita, incontri la morte senza le patologie associate alla vecchiaia e forse addirittura senza la vecchiaia vera e propria, così realizzando il sogno, nascosto nel profondo di ciascuno di noi, di morire in perfetta salute. Ma soprattutto - e questo mi sembra il contributo geniale dell'indagine di Cavicchi - la possibilità, con queto nuovo paradigma, di ripensare, in modo interamente diverso, le "diavolerie" della biomedicina contemporanea: i trapianti, la stessa ingegneria genetica, in una visione del corpo che non va più riguardato, proprio a fronte delle risultanze bio-mediche, come un'entità conclusa in se stessa, ma come un sistema organico suscettibile di rimodularsi in maniera inedita.
Dal paziente all'esigente

In questa prospettiva potrebbe essere altresì ripensata la bioetica: non più un insieme di dottrine incerte, annaspanti tra diritti difficilmente formulabili e spinte contrapposte di istanze individuali e di esigenze sociali, ma una riflessione aperta e non codificata, disponibile a riformulare incessantemente i concetti di benessere fisico e mentale, mantenendo come punto fermo unicamente l'idea della vita come bene.La transizione dalla vita come male alla vita come bene, la trasformazione dell'inguaribilità da condanna a scelta liberamente assunta, modificano uno dei due lati della relazione terapeutica: l'uomo bisognoso di cure, che non è più un paziente, ma un esigente. Le domande che l'esigente pone alla medicina sono destinate a mutare radicalmente non soltanto il rapporto tra malati e medici, ma a mutare la medicina stessa.
L'esigente non chiede più soltanto d'esser liberato dal male e dal dolore, ma esige che vengano messe in opera strategie intese a salvaguardare la vita come bene e a sfruttarne le immense possibilità latenti in ciascuno individuo.
Questo libro ci propone in definitiva l'immagine di una nuova medicina. Non più scienza delle malattie, ma scienza della vita, la medicina può forse prendere il posto dell'antica filosofia: essere, come fu quella, l'articolazione di un discorso, sia pure espresso nel suo specifico linguaggio, "che risana", come della filosofia si dice nel Fedro di Platone.
Questa l'utopia. Un'utopia indubbiamente suggestiva e tale comunque da contribuire a modificare il ruolo della medicina nella nostra società. Dobbiamo tuttavia chiederci se in questo non si celi un pericolo. Una scienza della vita, che si propone come talmente pervasiva ogni spazio della riflessione, non potrebbe, sanando tanti mali, produrne uno non piccolo: il sequestro di ogni luogo e di ogni occasione per il libero pensiero di pronunciarsi su ogni cosa, dunque anche sulla medicina nella sua pretesa di presentarsi come nuova filosofia?
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vedi anche
Il mondo dell'uomo