UNA SCIENZA DELLA VITA CHE CON IL PROPRIO LINGUAGGIO
SVOLGE LO STESSO COMPITO DELLA FILOSOFIAUN ESIGENTE PARADIGMA
DELLA CONOSCENZA "L'uomo inguaribile", una attenta riflessione di Ivan Cavicchi sulla finalità della medicina e sulla sua storicità |
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| Ivan Cavicchi, «L'uomo inguaribile». Editori Riuniti, L. . 28.000) | La vita somiglia un poco alla malattia come procede per
crisi e lisi (=brusca diminuzione della temperatura) ed ha i
giornalieri miglioramenti e peggioramenti. A differenza delle
altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure"
(Italo Svevo, La coscienza di Zeno, Tea). Alle
conclusioni di uno dei più celebri romanzi del Novecento italiano
sono riandato con la memoria leggendo L'uomo inguaribile. Il
significato della medicina di Ivan Cavicchi (Editori Riuniti,
pp. , L. . 28.000) esito di una riflessione a tutto campo su quella
che appare insieme la natura fallimentare e vincente dell'arte
medica. Se, infatti, non può guarire quella che, per definizione
ed essenza, è la condizione prima delle malattie, cioè la vita
stessa, la medicina è tuttavia forse la sola, fra tutte le
scienze e le arti, che può rivelarcene il significato
segreto.
Per apprendere questo segreto, occorre, secondo Cavicchi,
sottrarre, almeno momentaneamente, la medicina alla sua storia.
Paradossalmente del resto, è la stessa storicità della medicina
che ci invita a cercare il significato dell'arte medica fuori
della ricostruzione storica. Prendiamo in considerazione il suo
oggetto, ossia una qualsiasi malattia. Sappiamo certamente di
trovarci di fronte a una concreta manifestazione biologica
iscritta nel corpo di un uomo, ma sappiamo d'altra parte di
entrare in contatto con un prodotto storico-culturale. La
malattia ha infatti un nome, viene avvertita in un certo modo
dalla comunità di appartenenza del malato, fa infine riferimento
a un preciso sistema medico, al di fuori del quale non potrebbe
neppure esser definita.
Questo sistema, esattamente come la percezione sociale della
patologia, è inserito in un concreto spazio storico-culturale,
che ne fa un relativo, non già un assoluto. Quando, per esempio,
diciamo che "x è malato di cancro", il sistema di nozioni che
legittima questa affermazione è quello in vigore oggi, quello cui
si può fare ricorso "qui e adesso". A rigore, perciò, di volta in
volta, in questo o quello spazio storico d'esperienza non
rintracciamo un assoluto, la "medicina", ma un relativo, "nozioni
e prassi, datate, della cura e della guarigione". Ne consegue
che, se crediamo di individuare la medicina nella storia, proprio
nella storia la smarriamo.
Cionondimeno, quando parliamo della "peste di Atene" o della
grande pandemia europea del 1346-1353, siamo convinti di parlare
di fenomenologie morbose, di fare appello a nomi e spiegazioni
che ci vengono forniti da un'arte o scienza, per l'appunto la
medicina, che certo storicamente si è modificata, ma che pure è
sempre stata la stessa. Un'identità, questa della medicina che,
tra l'altro, le consente di confrontarsi con tutte le arti della
guarigione, siano esse espressione di remote sapienzialità
orientali o delle terapie magiche adottate nelle attuali comunità
sciamaniche del pianeta.
Ma se la medicina non trae dalla storia la sua identità, che
cosa, fuori della storia, può garantirgliela? Unicamente ciò che,
per essere fuori del tempo e della storia, può forse illuminare e
chiarire quello che si palesa nel tempo. In una parola, il mito
di fondazione della medicina.
Certamente anche i miti di fondazione hanno spiccati caratteri
che rinviano a una precisa civiltà storicamente datata, come il
mito e gli elementi simbolici cui fa ricorso Cavicchi. Il
serpente sacro, il bastone, il centauro sono espressione di una
tramatura simbolica esplicitamente greca. Resta fuor di dubbio,
comunque, che al di là dei significativi elementi di riscontro e
analogia con altri miti simili, ciò che conferisce al mito greco
della medicina la sua preliminarità alla storia è, in primo
luogo, il fatto che di esso nessuno conosce né l'autore, né il
momento della comparsa. Quello che è insieme natura ed enigma dei
miti sta, in effetti, nella circostanza che essi, pur apparendo
nella storia, non condividono con i fatti storici l'ovvia
riconduzione a una causa e a un tempo che li abbiano posti in
essere.
Ma sappiamo qualcosa di più. Sappiamo soprattutto che un
mito, qualsiasi mito, non è una spiegazione, in forma
fantastica, di cose incomprensibili da parte di chi non disponga
di strumenti concettuali adeguati, ma una narrazione, i
cui contenuti divengono chiari a chi li accetta a misura che il
mito si consolida nel tempo e che, specie nel caso della
fondazione di un'arte o scienza, si trasformano in elementi
normativi, o meglio in linee programmatiche di azione.
Tra tutti gli elementi scelti da Cavicchi per illustrare il mito
di fondazione della medicina il più significativo mi sembra
essere la figura (e il ruolo) del centauro Chirone. La leggenda
vuole che Chirone, immortale, fosse ferito a un ginocchio da una
freccia intinta nel sangue di serpente (Idra di Lerna), e che, a
seguito dell'incidente, fosse condannato nell'inguaribilità, pur
restando immortale.
Certamente, come spesso le leggende, anche quella di Chirone è
contraddittoria, Come è possibile infatti associare l'immortalità
alla vulnerabilità e questa addirittura all'inguaribilità? Ma un
mito può, proprio perché narra e non spiega,
essere contraddittorio. Anzi, il suo senso sta tra l'altro
nell'associare tra loro elementi contraddittori. Ma qual è questo
senso?
La leggenda ci dice che Chirone è un terapeuta, un medico e ci
ricorda che fu proprio lui ad insegnare ad Asklepios la
chirurgia. E' vulnerabile. Dunque conosce, anche per averle
sperimentate sulla sua pelle, le ferite. E' inguaribile. Dunque
sa che comunque non da ogni male si può guarire e che anzi la
condizione propria dell'avere un corpo sta nell'inguaribilità,
giacché, quand'anche il corpo riuscisse a guarire da tutti i
mali, dal male in sé, quello della corporeità, fonte di
corruzione e di malattie, non potrebbe mai guarire.
Chi voglia esercitare l'arte della guarigione trova nel mito di
Chirone un preciso e rigoroso imperativo: ricordati,
nell'esercizio della tua arte, che sei vulnerabile come
l'individuo cui presti le tue cure; ricordati, in altre parole,
che il malato e il ferito con cui entri in contatto condivide la
tua medesima condizione. Sii dunque con lui solidale e
altruista.
Chirone è però immortale. Il medico, qualunque medico, non lo è.
Non solo non è immortale, ma, come del resto mostrano con
evidenza i testi cruciali della medicina greca nell'età classica,
in particolare Il regime e Il regime nelle malattie
acute, la prassi medica deve garantire la stabilità di un
assetto sociale storicamente datato, il che significa che il
medico è un attore storico, storico e contingente altrettanto
quanto lo sono i suoi malati e gli egemoni di cui deve seguire le
norme. Cionondimeno, allievo di Chirone, non può sottrarsi alla
suggestione dell'immortalità.
Questa resta, inevitabilmente, se il medico seguirà le
prescrizioni del mito, nell'orizzonte di sfondo della relazione
terapeutica e resta, come spesso ogni elemento mitico, con la
precisa funzione di salvare il medico, la medicina e gli
esseri umani da curare. Resta certamente come una speranza
irrealizzata e irrealizzabile, una promessa che non può esser né
fatta né mantenuta, ma resta. Restando, finisce con il tradursi
nel possibile. Siamo sicuri che la medicina avrebbe compiuto i
progressi che ha effettivamente compiuti, senza il mito
dell'immortalità del suo fondatore? Il costante prolungamento
dell'attesa media di vita, almeno in Occidente, non è forse un
riflesso, anche se pallido, dell'immortalità?
Agli occhi di uno storico o filosofo della medicina, quello
adottato da Cavicchi è un approccio legittimo quanto un altro e
altrettanto quanto un altro, per taluni versi, contestabile. Ma
questo approccio, che sembra tradursi in tutto il libro in una
sorta di scelta od opzione metafisica, finisce con il fornire
strumenti preziosi per tentare di sciogliere i mille nodi della
medicina contemporanea.
La fruibilità dell'opzione sta proprio nell'associare due
elementi contraddittori, inguaribilità e immortalità, facendone
il tema di una riflessione su quello che società, Stato, medici e
altri operatori sanitari dovrebbero fare per coniugare in modo
virtuoso le risultanze della ricerca biomedica con la gestione
delle risorse, così come le aspettative individuali con le
esigenze della comunità nel loro complesso.
Si è detto che l'immortalità è restata, in forza del mito,
nell'orizzonte di sfondo della medicina contemporanea,
determinandone progressi e successi. Ma proprio la sua forza
propulsiva ha finito con il mettere in crisi, sino addirittura a
determinarne il crollo, lo schema concettuale di riferimento, in
altre parole il paradigma della medicina. Se per secoli questo è
stato un paradigma della tutela che prevedeva, da un
lato, la cooperazione medica al mantenimento di un ordine
stabilito, dall'altro la lotta contro il male, ossia contro le
malattie, ora il paradigma può essere qualcosa di diverso: non
indicare le strategie da seguire per combattere il male, ma
quelle da adottare per conseguire il bene.
Un paradigma per il bene può certo sembrare in contraddizione con
l'elemento di cui pur deve tenere conto, l'inguaribilità, in
linea di principio e di fatto, degli esseri umani, i quali sono
inguaribili per il fatto stesso di avere un corpo. Ma se
l'inguaribilità è un'antichissima ferita sinora vissuta come
condanna, è però anche ciò che ha consentito alla medicina di
pervenire a una conoscenza sempre più approfondita della natura
dell'uomo, lacerato tra la speranza dell'immortalità e il
rapporto costante con le malattie e il dolore. Ma allora, proprio
perché dalla sua inguaribilità l'uomo trae la possibilità di
conoscere la propria natura e, per essa, la natura della realtà
nel suo complesso, quella che è stata vissuta come una condanna
può volgersi in un'acquisizione orgogliosa della condizione
umana. Di qui il paradosso dell'uomo inguaribile: essere (e
scegliere d'essere) libero d'essere inguaribile.
All'apparenza si tratterebbe di una libertà di vetro. L'uomo si
contenterebbe di scegliere liberamente un destino cui non può
comunque sottrarsi. In una parola, farebbe semplicemente di
necessità virtù. In realtà le cose non sono semplici. Qui vale
davvero il motto: quello che è vero in teoria non è vero in
pratica. Se, infatti, a livello puramente teorico, "esser libero
d'essere inguaribile" è un autoinganno, la traduzione di questa
decisione nella prassi quotidiana equivarrebbe a scegliere la
vita come un bene da costruire e non già come un male con cui
fare continuamente i conti.
Proprio nella pratica medica questa libertà e il paradigma che la
esprimesse e se la ponesse come fine troverebbero riscontri a
parecchi livelli: la ricerca di quanto può consentire, e il più a
lungo possibile, il raggiungimento di condizioni assolutamente
ottimali di mente e di corpo (in concreto il raggiungimento di
quell'immortalità che, per il taoismo, non sta in prolungamento
indefinito della vita - quella che chiameremmo un'immortalità
longitudinale - ma nell'acquisizione, anche destinata a durare un
momento, di uno stato che, per la sua perfezione, si sottrae alla
corruttibilità e, per ciò stesso, al tempo), dunque
dell'eucenestesi, la messa a punto di ipotesi e di
protocolli terapeutici tali da consentire la realizzazione di
un'utopia forse meno assurda di quanto possa sembrare a prima
vista: far sì che l'individuo, al termine di una lunga vita,
incontri la morte senza le patologie associate alla vecchiaia e
forse addirittura senza la vecchiaia vera e propria, così
realizzando il sogno, nascosto nel profondo di ciascuno di noi,
di morire in perfetta salute.
Ma soprattutto - e questo mi sembra il contributo geniale
dell'indagine di Cavicchi - la possibilità, con queto nuovo
paradigma, di ripensare, in modo interamente diverso, le
"diavolerie" della biomedicina contemporanea: i trapianti, la
stessa ingegneria genetica, in una visione del corpo che non va
più riguardato, proprio a fronte delle risultanze bio-mediche,
come un'entità conclusa in se stessa, ma come un sistema organico
suscettibile di rimodularsi in maniera inedita.
| Dal paziente all'esigente |
In questa prospettiva potrebbe essere altresì ripensata la
bioetica: non più un insieme di dottrine incerte, annaspanti tra
diritti difficilmente formulabili e spinte contrapposte di
istanze individuali e di esigenze sociali, ma una riflessione
aperta e non codificata, disponibile a riformulare
incessantemente i concetti di benessere fisico e mentale,
mantenendo come punto fermo unicamente l'idea della vita come
bene.La transizione dalla vita come male alla vita come bene, la
trasformazione dell'inguaribilità da condanna a scelta
liberamente assunta, modificano uno dei due lati della relazione
terapeutica: l'uomo bisognoso di cure, che non è più un paziente,
ma un esigente. Le domande che l'esigente pone alla
medicina sono destinate a mutare radicalmente non soltanto il
rapporto tra malati e medici, ma a mutare la medicina stessa.
L'esigente non chiede più soltanto d'esser liberato dal male e
dal dolore, ma esige che vengano messe in opera strategie intese
a salvaguardare la vita come bene e a sfruttarne le immense
possibilità latenti in ciascuno individuo.
Questo libro ci propone in definitiva l'immagine di una nuova
medicina. Non più scienza delle malattie, ma scienza della vita,
la medicina può forse prendere il posto dell'antica filosofia:
essere, come fu quella, l'articolazione di un discorso, sia pure
espresso nel suo specifico linguaggio, "che risana", come della
filosofia si dice nel Fedro di Platone.
Questa l'utopia. Un'utopia indubbiamente suggestiva e tale
comunque da contribuire a modificare il ruolo della medicina
nella nostra società. Dobbiamo tuttavia chiederci se in questo
non si celi un pericolo. Una scienza della vita, che si propone
come talmente pervasiva ogni spazio della riflessione, non
potrebbe, sanando tanti mali, produrne uno non piccolo: il
sequestro di ogni luogo e di ogni occasione per il libero
pensiero di pronunciarsi su ogni cosa, dunque anche sulla
medicina nella sua pretesa di presentarsi come nuova filosofia? |