Sapere e religione| Ora la scienza riscopre Dio |
| L'origine della scienza moderna è stata a lungo pensata come un'emancipazione del sapere dai vincoli della religione. Oggi è perfettamente in linea con questa eredità proporre una qualche etica della scienza che ne affermi l'autonomia più completa - in tal senso vanno non pochi manifesti di «bioetica laica». Che questa sia però solo una faccia della medaglia è mostrato da puntuali ricostruzioni storiche. Valga per tutte la ricerca di Amos Funkenstein, «Teologia e immaginazione scientifica dal Medioevo al Seicento», pubblicata in Italia da Einaudi (pp. 214, L. 65.000). Forse non avremmo avuto la «nuova scienza matematica della natura» di Galileo (1564-1642) senza la concezione di un Dio onnipotente e onnipresente, a un tempo garante della legalità naturale e modello ideale per le creazioni dell'«artefice» (ossia l'artigiano, l'ingegnere, ecc.). Il paradosso più singolare è che più questo Dio appare imperscrutabile per la nostra mente finita («incomprensibile», come dicevano i pensatori del Seicento), meglio funziona da destabilizzatore dei pregiudizi consolidati. In questo senso è stato il miglior alleato di Galileo nella sua «sovversione» della «fabbrica dei cieli» aristotelico-tolemaica. Si può concludere che la Terra stia immobile al centro dell'Universo dal semplice fatto che i nostri sensi non ne percepiscono il moto e che immaginiamo intorno a noi la grande volta del cielo? Non potrebbe essere questo un mero errore di prospettiva? Dio non «vede» come l'uomo vede, e non «pensa» come l'uomo pensa.
Un tema analogo veniva modulato per quelle che un tempo si chiamavano «scienze morali». Il caso di Blaise Pascal(1623-1662) è esemplare. Come leggiamo in uno dei suoi più celebri Pensieri (n. 164 nell'edizione italiana pubblicata da Einaudi e da Mondadori): proprio perché Dio è per noi «infinitamente incomprensibile», siamo incapaci di dimostrare che esista. Pascal liquidava così la veneranda tradizione teologica delle prove dell'esistenza di Dio. Ciò, però, non segna affatto una vittoria dell'ateismo. Per la stessa ragione, infatti, nemmeno si può dimostrare che Dio non esista. Come uscire da questa situazione insostenibile? La risposta di Pascal consiste in un'altra domanda: se riconoscete che «essendoci uguale probabilità da una parte e dall'altra, la partita si gioca alla pari», perché non scommettete su Dio? «Adoperatevi, dunque, a convincervi non già dell'aumento delle prove bensì mediante la diminuzione delle vostre passioni»: una logica che non è diversa da quella dell'azzardo.
L'intuizione di Pascal si lega strettamente alla nascita del calcolo matematico delle probabilità - e l'idea della scommessa presentata nei Pensieri ispirerà la concezione soggettivistica della probabilità che si è imposta nel Novecento (grazie, in particolare all'opera del matematico italiano Bruno de Finetti) diventando uno strumento essenziale della cosiddetta teoria delle decisioni razionali «in condizioni di incertezza» (e la stragrande maggioranza delle decisioni che noi prendiamo nella nostra esistenza quotidiana, in politica o in economia, sono di questo tipo). Nel caso contemplato da Pascal il guadagno è nientemeno che «un'eternità di vita e di beatitudine» - mentre «quel che rischiate è qualcosa di finito». Oggi, in tutte le decisioni che prendiamo «nel crepuscolo della probabilità» (la locuzione è di John Locke), giochiamo per «guadagni molto minori». Tuttavia l'esperienza del rischio resta insita nella condizione umana.
Scrive giustamente Pier Aldo Rovatti ne «Il paiolo bucato. La nostra condizione paradossale» (Cortina, Milano, pp. 209, L. 22.000): «La scommessa non è un atto volontario, ma non è neppure un atto gratuito. E' il tentativo, conveniente, di corrispondere alla logica del gioco in cui già ci troviamo nel nostro esistere». Per riprendere ancora le parole di Pascal: «siete imbarcati», e «scommettere bisogna».
L'argomento pascaliano rappresenta il paradigma di una ragione capace di vivere il proprio limite fino in fondo - con una radicalità, sottolinea Rovatti, non minore del dubbio «iperbolico» di Cartesio che scuoteva qualunque apparente certezza. Ma se il dubbio cartesiano approdava infine alla «vera» evidenza dell'io e di Dio, la scommessa di Pascal fa dell'azzardo la condizione dell'esistenza da cui trae forza il pensiero che si assume il compito di riconoscerla nella sua finitezza e paradossalità. |