RASSEGNA STAMPA

19 LUGLIO 1998
MICHELE DE FRANCESCO
ARCIPELAGO CYBER
Tecnoumanesimo per anime semplici
Mark Dery, «Velocità di fuga» Feltrinelli, Milano 1998 pagg. 366, L. 50.000.
Uno spettro s'aggira per il cyberspazio, la rete delle reti abitata da cyberpunk e cyberhippies, il luogo dell'immaginario collettivo dove l'emergente tecnoumanesimo colloca quell'ossimoro planetario e quell'ingombrante metafora che risponde al nome di «realtà virtuale». Lo spettro è quello della post-umanità, di «un salto quantico» dell'evoluzione della nostra specie, destinato a generare una realtà oltre-umana, forse ormai inevitabilmente inumana, che sarebbe già tra noi grazie alle potenzialità di trascendenza dall'io offerte dalle tecnologie dell'informazione, compresa quell'informazione che risiede nelle nostre cellule, codificata in catene di Dna sempre più obsolete e aperte alla manipolazione di un ipersoggetto che progetta il proprio radicale affrancamento dai vincoli naturali e sociali.
Lo spettro o il "mito", come lo descrive Mark Dery in questo ottimo libro dedicato all'analisi delle ciberculture (propongo di cedere a un sussulto di orgoglio linguistico e di liberarci una volta per tutte dell'inutile, anglofila, "y") che in mille forme animano la nostra età dell'informatica è dunque quello della "velocità di fuga", del punto di, non ritorno nell'evoluzione umana.
Superato il conflitto tra tecnofilia e tecnofobia, ma in maniera ben diversa rispetto a quella suggerita dagli estensori del manifesto del «tecnorealismo», al quale, mercoledì scorso sul «Corriere della Sera», Riccardo Chiaberge implicitamente invitava ad aderire - attraverso la semplice (e acritica) accettazione come inevitabile dei mutamenti in corso, decine di milioni di utenti Internet in più di 137 Paesi (ma ormai saranno ulteriormente aumentati) sembrano dar vita a una narrazione comune, sia pure con mille sfaccettature, che ha per oggetto mitico la Matrice, la rete delle reti che sarebbe appunto il nuovo habitat della specie umana, o Meglio dei suoi successori cyborg (qui la y può restare), impasto provvisorio di biologia e tecnologia, in attesa della definitiva de-umanizzazione del soggetto, destinato a dissolversi nel mare più vasto delle intelligenze artificiali che erediteranno, se non l'inutile terra (probabilmente definitivamente abbandonata al degrado ambientale), l'eden millenario del ciberspazio.
Il lettore può sorridere, ma ciò che è in gioco sarebbe niente di meno della liberazione dalla storia e dalla morte: la "tecnoescatologia" si fonde qui alle profezie millenaristiche e new age, e attraverso il linguaggio della fantascienza popolare crea quel ciberspazio che, nell'avvenuta descrizione di Dery, è sia un luogo che una narrazione; o meglio è uno spazio narrativo che si fa luogo; un racconto che la magia della parola trasforma in comportamenti reali da parte di comunità alla disperata ricerca di autodefinizione. Tra esse il libro esamina le frange "ciberdeliche" (che cercano nella realtà virtuale ciò che negli anni 60 si ricercava nelle droghe psichedeliche), coniugando l'ideologia hippie con l'esaltazione della, tecnologia, i cultori del sesso virtuale, i praticanti di bodybuilding che fanno del proprio corpo «un'icona dell'età della macchine», i sedicenti cyborg, e cultori di tatuaggi biomeccanici, e in generale quell'indefinita comunità per la quale «la retorica della velocità di fuga incrocia la fantascienza ciberpunk con la visione pentecostale di un'estasi apocalittica in cui la storia termina e i fedeli vengono raccolti nei cieli».
Il tono di Dery è obiettivo, molto informativo, ma sostanzialmente critico. La sua è una critica politica nei confronti dell'iper-individualismo e dell'assenza di ogni dimensione sociale della cultura ciberspaziale: «le estasi cibernetiche - scrive - ci impediscono di vedere la devastazione della natura, la demolizione del tessuto sociale», l'emarginazione delle masse non tecnologizzate rispetto all'élite tecnocratica. Osservazioni sacrosante alle quali, tuttavia si può e si deve aggiungere una critica filosofica alla retorica ciberspaziale.
La cibercultura - nelle sue forme migliori esemplificata a livello narrativo da autori come William Gibson, Bruce Sterling, David Cronenberg - dà infatti per scontata una particolare ontologia del soggetto di esperienza, di ciò che costituisce la sua identità personale; essa, come nota lo stesso Dery, sembra così basarsi su due punti chiave: (1) l'idea di una commistione tra biologia e tecnologia (gli organismi biologici sono macchine, l'evoluzione umana è anche evoluzione tecnologica, le protesi esterne del cervello ne modificano l'architettura cognitiva eccetera), (2) la lettura del soggetto di esperienza sostanzialmente come informazione, con una operazione che ne svaluta in modo decisivo la dimensione corporea.
Quest'ultimo è un aspetto cruciale: la negazione della materialità e la retorica del virtuale che sul piano "politico" conducono al disinteresse per la concretezza del luogo (ambiente, società) in cui l'individuo concreto opera, sul piano filosofico mette capo a una visione della soggettività come fortemente astratta e de-attualizzata; in una parola: le persone sono menti, e le menti sono programmi. Non a caso l'esito estremo del mito postumano non è tanto il cyborg, ancora legato a una corporeità, sia pure bio-meccanica, ma quello del «downloading», della riduzione dell'individuo a software, e del suo "scaricamento" nella Rete. Qui tuttavia la questione si complica, se da un lato, infatti, è possibile criticare il modello di "mente" che produce una così estrema riduzione delle persone a programmi, dall'altro non vi è dubbio che gli sviluppi delle conoscenze biologiche, psicobiologiche e informatiche, così come il progresso tecnologico pongono reali problemi filosofici rispetto alla capacità della visione ordinaria di noi stessi di superare la soglia del fatidico (e famigerato) millennio. In questo quadro, se non sarà certo nella retorica ciberspaziale che troveremo le risposte ai problemi filosofici in gioco, essa può però aiutarci a mettere a fuoco le nostre domande.
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