RASSEGNA STAMPA

16 LUGLIO 1998
MAURIZIO CECCHETTO
Bruno, il rogo della discordia
A quasi quattro secoli dalla condanna del filosofo, la Chiesa deve fare «mea culpa». Parla monsignor Nonis
«Più che di riabilitazione parlerei di comprensione. Ma la Chiesa è in debito con lui per averlo privato del bene più grande: la vita»
« Gentile aveva ragione quando parlava della genialità del Nolano. La confusione tra verità di fede e di ragione ha prodotto errori gravi come le accuse d'eresia a Galileo»
Se ne sta con le braccia tese e puntellate da un libro, incappucciato e avvolto nel mantello di religioso domenicano, lo sguardo scuro che ti fissa dall'alto come se dovesse inchiodarti a una domanda. Le mani incrociate danno alla posa un tono per così dire ieratico ma anche inquietante: quella croce improvvisata allude forse al destino tragico del filosofo, incarcerato e poi bruciato vivo? Fatto sta che la statua di Giordano Bruno esposta dal l889 in Campo de' Fiori fu, come ricorda Anna Foa in una sua recentissima rilettura della vicenda del Nolano edita dal Mulino, oggetto di scandalo: massoni e anticlericali elessero Bruno a campione della libertà di pensiero contro l'oscurantismo cattolico, e i gesuiti, contraccambiando, parlarono su Civiltà Cattolica di «presa di possesso dell'ateismo di quella Roma che da quattordici secoli è stata ed è la capitale del mondo cristiano», arrivando addirittura a identificare nel monumento la causa recondita di sciagure e calamità varie (inondazioni, frane, uragani). Leone XIII minacciò di abbandonare Roma qualora il monumento fosse stato scoperto al pubblico, ma i difensori della memoria di Bruno non si fecero irretire e il 9 giugno 1889 la statua venne inaugurata.
I tempi sono cambiati. C'è meno attrito tra laici e cattolici e da entrambe le parti si invocano ripetuti e svariati «mea culpa». Su Bruno, dunque, la Chiesa deve pronunciare il confiteor? «Quando vado a Roma passo, se ho tempo, per Campo de' Fiori e mi soffermo accanto al monumento, e rileggo la scritta che, se ben ricordo, dice "A Bruno/ il secolo da lui divinato/qui ove il rogo arse". Bella, in verità, così com'è interessante la statua, che mostra corrucciato e chiuso nel cappuccio domenicano, e non certo irridente e allegro com'era per carattere l'autore de Il Candelaio, Giordano Bruno».
Il ricordo è di monsignor Pietro Nonis, vescovo di Vicenza e già Prorettore dell'Università di Padova, che su Bruno ha un'opinione articolata e disponibile alla rilettura del caso spinoso. «Più che di riabilitazione - spiega Nonis -, credo che oggi si possa, anzi si debba parlare di comprensione, sia della figura complessiva del pensatore sia dell'uso, a dir poco arbitrario se non gravemente dissonante col vangelo, che la Chiesa, mediante l'Inquisizione, fece del principio di autorità, mediante il quale si pensava che in nome della verità da preservare o da imporre e difendere fosse possibile privare della libertà, e della vita stessa, gli essere umani. Una lettura serena degli scritti dì Bruno consente, per un lato, di rintracciare fin dal periodo giovanile gli elementi che lo fecero ben presto contrastante con importanti verità teologiche (Dio, Trinità, incarnazione...) per l'altro alieno da quello spirito di religiosa pietas che giusto un secolo prima aveva animato, per esempio, il suo confratello Savonarola».

Monsignore, già nel 1907, Giovanni Gentile, in qualità di curatore delle opere italiane di Bruno, sosteneva la necessità di restituirgli quella dignità filosofica che venne negata nel momento stesso del rogo vaticano e anche successivamente. A questa distinzione tra filosofia e teologia sì era ripetutamente appellato Bruno durante il suo processo, fu anzi la sua linea strategica di difesa. Distinguere tra verità di fede e verità di ragione è, dunque, la strada per ripensare il caso Bruno?
«Credo che Gentile avesse ragione, nel senso che, pur essendo l'impostazione e l'esposizione bruniana arruffata e a tratti pasticciona, la genialità del Nolano -com'egli amava chiamarsi - vada riconosciuta anche per l'originalità e la modernità delle sue intuizioni e delle tematiche assunte e dei maestri ai quali attingeva, da Plotino a Copernico, passando per Cusano (che pur era stato come Copernico grande uomo di Chiesa). La distinzione tra verità di fede e verità dì ragione è più che opportuna, doverosa. La confusione è semplicemente micidiale, come dimostrano i risultati a cui si pervenne, poco dopo Bruno, col "caso Galileo", la gravità del quale sarebbe stata immensamente minore se gli uomini di Chiesa che lo processarono avessero capito e ammesso, com'egli aveva capito, che mentre il libro della Scrittura insegna come l'uomo "vadia in cielo", il libro della Natura insegna come "vadia il cielo", ossia come funzioni l'universo. Ma il primo a non tenere distinti i due piani fu, per sua disgrazia, Bruno stesso, secondo il quale la mente, e comunque non la fede fondata sulla rivelazione, è l'unico strumento mediante il quale che sia la sua natura e profondità - è possibile attingere il vero, redimere l'uomo»

Gli storici hanno messo in luce che non vi fu una volontà precostituita nei giudici dell'inquisizione di condannare Bruno, cercarono anzi fino all'ultimo di farlo ritrattare (anche con la tortura) per salvarlo dal rogo. D'altra parte le questioni teologiche poste dal pensiero bruniano (dogma trinitario, incarnazione, transustanziazione) e accanto la dottrina dell'anima universale erano i punti più controversi nella disputa che mettevano in causa elementi essenziali dell'ortodossia cattolica. Il verdetto del tribunale avrebbe potuto, dunque, essere diverso da quello che fu?
«E' una vera disgrazia, anche per la nostra Chiesa, che gli incartamenti relativi al processo di Bruno, (durato, all'italiana, ben otto anni) siano andati perduti. Sappiamo comunque che egli, pur con periodici tentennamenti e manifestati proposti di rientrare nell'ortodossia (non, peraltro, nella "strettura dell'obbedienza regulare" cioè nella vita religiosa), fu irremovibile, in complesso, nella professione dei suoi principi teorici-pratici. D'altra parte ciò che accadde, ancora in Roma, nei decenni successivi, con Galileo appunto, starebbe a dimostrare che non sia poi proprio vero ciò che si diceva in passato, che egli fosse cioè "invitato ad abbandonare i suoi principi ereticali, nei quali era in gioco le teologia e non il suo sistema filosofico". Personalmente ritengo vera l'interpretazione che fa del sistema bruniano un organismo unitario, anche se non privo di contraddizioni e di crepe, e che egli potesse dire con qualche ragione che i suoi giudici "non comprendevano bene il suo pensiero", nel quale è molto difficile sceverare la teologia dalla filosofia, come se quella fosse sbagliata e questa no. La filosofia di Bruno è in effetti, come quella di Spinoza e di Hegel, una teologia razionale (o "naturale"): con l'aggiunta, nei confronti per esempio di Spinoza, di un'avvampante, passionale partecipazione di tutta la persona all'impostazione-esposizione del sistema, e con l'aggravante - agli occhi degli inquisitori - di qualche fendente sarcastico e sprezzante mollato, qua e là, contro il modo a suo dire arcaico, o aristotelico, di fare sia filosofia sia teologia, perdurante nelle scuole. Naturalmente non s'intende dire, con ciò, che gli inquisitori non avessero argomenti e prove per considerare gravemente dissonante con l'ortodossia della fede gli scritti e i detti di Bruno: in questo senso essi avevano ben capito il suo pensiero, più inconciliabile con quello cattolico di quanto non lo fosse stato in passato quello di Cusano, in futuro quello di Campanella (per Galileo bisogna fare un'altra considerazione: egli infatti viene costretto ad abiurare affermazioni considerate erronee e/o ereticali, le quali non sono in verità né erronee, dal punto di vista della fede, né ereticali»).

Una delle idee portanti del pensiero bruniano era quella della pacificazione universale. Bruno riteneva che il cattolicesimo fosse la religione più predisposta per impiantare una visione filosofica che mirava alla conciliazione dei contrasti e dei contrari, in sostanza alla dissoluzione delle differenze «storiche» delle varie religioni. Per questo, Bruno può essere considerato uno dei primi filosofi moderni che pongono il problema del sincretismo religioso?
«Effettivamente l'errabondo vagare, scolastico accademico didattico, di Bruno, tra Inghilterra, Francia, Germania. fra successi e contrasti ("adeo excanduit ut mihi in meis aedibus procaciter insultaret", scrive il rettore di Marburgo narrando il diniego della facoltà, "ha dato in escandescenze e mi ha vivacemente insultato in casa mia") da un lato mise Giordano in condizione di vedere quanto erano varie e distanti le posizioni religiose nell'Europa cristiana ma non più cattolica, dall'altro gli mise più d'una volta la voglia di tenere un approccio, se non un accomodamento, fra le parti gravemente contrastanti. Ma non risultando aderente a qualche chiesa protestante né quindi "in publicis concionibus excomunicatus" come pur si dichiara, sapeva di non considerato parte viva della Chiesa cattolica, della quale detestava il regime "pretesco" vigente soprattutto in Italia e in Spagna. E' difficile pensare ad un suo progetto di unione conciliatorista delle Chiese, che egli sapeva profondamente diverse, così com'è non facilmente dimostrabile un'attesa o simpatia sincretistica da parte della Chiesa (alla quale invano egli dichiarò di voler tornare, in Venezia, prima che avvenisse la consegna della sua persona all'Inquisizione romana). Una sorte non migliore, del resto, sarebbe toccata più tardi agli sforzi svolti dal grande Leibniz in una direzione che oggi chiameremmo ecumenica. Il fossato tra le confessioni cristiane era oramai talmente profondo ... »

Per le sue convinzioni esoteriche e per lo sviluppo di un pensiero magico che si riallaccia alla grande tradizione rinascimentale di Ficino e Pico, Bruno ha trovato in epoca moderna l'ostilità sia della Chiesa sia del pensiero razionalistico e illuministico. Nella filosofia bruniana si avverte una prospettiva di superamento delle contemporanee convinzioni religiose e razionali in una visione mistica che sembra la più coerente con la teoria dei «mondi infiniti». Può la Chiesa oggi accettare questa concezione dì Bruno?
«Non credo che la possa accettare; non, almeno, nella misura in cui magia, esoterismo, immanentismo o "misticismo", inteso come via altra dalla conoscenza razionale, ma pur sempre naturale, vanno contro la dottrina della trascendenza divina, della Trinità, dell'incarnazione e, in fondo, dell'inconfondibile specificità di divino e di umano, della non riducibilità di Dio al mondo, dell'uomo alla natura fisica o alla sfera biologica ... »

Dunque, di che cosa può dirsi debitrice a Bruno la Chiesa?
«Nei confronti di Bruno la Chiesa cattolica ha sicuramente il debito che si ha verso qualcuno a cui è stato tolto il bene più grande, la vita, senza che ciò fosse dimostrabilmente necessario. Le posizioni odierne della Chiesa sono diverse da quelle tenute dall'ultimo Cinquecento al primo Novecento, dell'epoca che vide processato non solo Bruno ma un gran numero di "eretici" un po' dovunque. A guadagnare tale diversità, che vede oggi la Chiesa in prima linea nella difesa dei diritti dell'uomo, hanno sicuramente contribuito anche le vittime dei sistemi "giusti" che usavano metodi impietosi di difesa e di condanna: le vittime tutte, quale che fosse la loro posizione, almeno quando le loro "colpe" non fossero più gravi di quelle dei Samaritani, sui quali Cristo proibì che s'invocasse fuoco dal cielo, o del povero servo, sanando il quale il Signore disse a Pietro, che gli aveva mollato un fendente, "rimetti la spada nel fodero: chi di spada ferisce, di spada perisce". La lezione di quella sera, del Getsemani, non è stata sempre rettamente intesa e applicata dalla Chiesa, che anche in questo senso si mostra costituita da peccatori come noi: ma si può sperare che in vista del quarto centenario dell'esecuzione di Giordano Bruno essa trovi, magari nella persona della sua più alta Autorità, un modo persuasivo per ribadire il suo basta a inquisizioni e a condanne che finiscono, fra l'altro, per non contribuire affatto all'avvento del Regno voluto dal Figlio di Dio».
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