![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 LUGLIO 1998 |
Queste domande le abbiamo girate ad Armando Plebe, direttore dell'Istituto di Filosofia dell'Università di Palermo, Domenico Losurdo, storico della filosofia a Urbino e Francesco Botturi, professore di Antropologia filosofica alla Cattolica di Milano. Per prima cosa, tutti sottolineano che Marcuse, pur non essendo tra i grandi pensatori del '900, ha svolto un ruolo importante da un punto di vista sociale e politico, «come interprete dello spirito dei tempi», dice Botturi, come tramite delle idee francofortesi presso il "grande pubblico" - anche grazie alla sua verve polemica, («e al suo stile letterario pregevole», sottolinea Plebe) - infine come «originale interprete di Marx sul piano della critica al feticismo delle merci», dice Losurdo. Ma quale è stata la specificità del suo pensiero? Per Botturi due sono i principali temi marcusiani: «la ripresa dell'idea dialettica della vita sociopolitica e le dinamiche del Profondo» che, coniugati, «danno il tema della liberazione, sociale e antropologica». Plebe individua, invece, un significato emblematico nel cammino filosofico del francofortese. «E' un itinerario dantesco rovesciato: dal paradiso, al purgatorio, all'inferno». Parte «con l'istanza di superamento della "mobilitazione permanente" voluta dal progressismo - che impedisce all'uomo di essere felice - contenuta in Eros e civiltà e che ancora oggi può essere condivisibile». Negli anni '60 c'è un progressivo ritorno alle lotte sociali. Fino alla«svolta radicale» del 1967 con La fine dell'utopia «in cui, da un ideale di vita privata, passa proprio a quella mobilitazione permanente che prima aveva combattuto». Per questo fu criticato da Adorno. Una vicenda di cui Plebe individua un antecedente nel mondo classico: «Zenone, lo stoico, denunciò la contraddizione di Epicuro, che predicava la liberazione dalla paura, dalle istituzioni e dalla civiltà repressiva, ma si mise poi a Capo di una comunità di anarchici, che impediva una vita tranquilla». Ma Marcuse fu l'Epicuro degli "anarchici" sessantottini? Riguardo all'influsso sulla contestazione, l'opinione di Botturi è che il vero maestro ideale ne fu Rousseau. «Sotto due profili, verificabili nel '68 come movimento spontaneo, basato su rapporti diretti e assemblearismo: l'idea naturalistica dell'esistenza e, come faccia politica della medaglia, l'utopia della democrazia diretta». Un pensiero, comunque, compatibile con Marcuse. E che sottolinea Botturi, conteneva l'elemento positivo di far sentire i soggetti protagonisti, ma portava anche a «un atteggiamento orgoglioso e in fondo irreligioso». Sull'elemento delle rigidità insiste anche Losurdo. Premesso che «è evidente che Marcuse è espressione, non causa del '68», il docente a Urbino sottolinea un aspetto importante colto dall'autore di Eros e civiltà. «Un'intuizione simile a quella di Adam Smith, quando diceva che le classi meno abbienti sono inclini a una morale più austera di quelle elevate. Anche il movimento comunista ne era dominato». E l'influsso di Rousseau? «E' senz'altro presente, ma al tempo stesso il ginevrino è uno degli autori che esprime questa morale "austera" che il '68 e Marcuse hanno messo radicalmente in discussione». «Penso che alle origini del '68 ci fu quello che Adorno chiamava "un perenne stato di distrazione" - dice Plebe - Proprio contro il messianismo marxista, Marcuse lanciò un'idea dell'individuo che si libera da tutte le catene. "Fate l'amore non la guerra", le prima comuni. Era questo l'ideale che appassionava». Da qui le due facce del '68, una anarchica e una edonistica «nei fini, mentre nell'organizzazione dei mezzi era militaresca». E sulla questione dell'«erotico» nel pensiero marcusiano Plebe è netto: «Il sogno di una civiltà erotica, puramente edonistica, per la quale tutto ciò che non procura piacere non ha senso, è così superficiale, ai limiti dell'infantilismo, che non direi che possa essere un'idea importante». «Indubbiamente Marcuse si illudeva, quando pensava che l'emancipazione radicale della sessualità avrebbe comportato effetti eversivi sulla società esistente» conviene Losurdo. Che, però, ricorda come il pensiero di Marcuse sul tema abbia un'altra faccia, rappresentata dal saggio Per una critica dell'edonismo del 1938, «nel quale sosteneva che per la teoria critica il concetto di felicità non ha nulla a che fare con il conformismo e relativismo borghese». Una visione molto diversa da quella che sposerà successivamente e dalla quale parte Botturi per affermare che quella del francofortese «è una concezione ristretta e, in fondo anche un po' borghese del desiderio umano». In agguato ci sono spersonalizzazione, unilateralità, sessualismo. Tutto il contrario di quella che potrebbe essere «un'erotica della vita, che è cosa molto diversa: cioè un eros ridistribuito per analogia nei vari aspetti dell'esistenza, come l'amicizia e anche l'esperienza spirituale». Ma cosa si può salvare oggi delle idee marcusiane? «Soprattutto a sinistra, si parla di rifiuto del pensiero unico - dice Losurdo - Non possiamo non pensare a un testo come L'uomo a una dimensione, che ne è una critica anticipata». Altro merito? «Aver sottolineato aspetti essenziali della società industriale avanzata prosegue Losurdo - per esempio la tendenza al radicalizzarsi, nel tempo, della manipolazione». Infine, l'aver utilizzato la categoria di totalitarismo, inteso «non come regime politico per la guerra totale - come l'abbiamo conosciuto nella prima metà del '900 - ma soprattutto come atteggiamento di una società in cui i mezzi di comunicazione svolgono un'azione onnipervasiva e sempre più priva di resistenze». Per Botturi «resta un insegnamento valido in negativo, come coscienza critica, nel contesto odierno che tende a divaricare elemento socio-politico e soggettivo». Oggi «si cerca di regolare la complessa e difficile vita sociale a prescindere dall'impegno e dall'attivazione del desiderio del soggetto, dimensione che invece aveva capito bene Marcuse. Oggi, invece, il problema è il funzionamento e non la liberazione». Anche per Plebe, infine, resta come valore l'antiprogressismo del primo Marcuse, mentre «l'ultimo saggio importante, La fine dell'utopia, può essere considerato una pietra miliare. Non perché ci sia qualcosa da imparare, ma per vedere come le utopie, almeno di quel tipo, siano destinate a naufragare».
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