![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 14 LUGLIO 1998 |
Una posizione che non poteva non sollevare repliche da parte di Rose - direttore del Brain and Behaviour Research Group alla Open University di Londra - che ha vestito i panni, stavolta tagliati su misura, del convinto antiriduzionista. Un assaggio di quel dibattito che con toni ben più accesi anima il mondo scientifico anglosassone, è un'occasione ghiotta per chiedere a Steven Rose qualche approfondimento. In campo domande che dalla biologia rimbalzano fino alla filosofia e risposte che tradiscono visioni della società inconciliabili tra loro. Le cronache della ricerca scientifica registrano una continua scoperta di geni che pretenderebbero di fare luce su qualche segreto della nostra esistenza sociale e psichica, dal gene dell'alcolismo a quello dell'intelligenza. Ma nel tuo ultimo libro "Lifelines", che uscirà presto anche in Italia, la prospettiva si ribalta: non solo non siamo schiavi dei nostri geni, ma è proprio la nostra biologia a renderci liberi. Una affermazione sorprendente...
E' questa complessità a renderci liberi, a dispetto di tutti i
proclami dei paladini del determinismo genetico?
Sì, certo. In fondo vale anche in biologia quello che Marx ha
affermato in un altro contesto: la libertà nasce dalla necessità,
siamo condizionati fortemente dalla necessità dei processi
biologici e sociali ma allo stesso tempo siamo in grado di
modificarli. E' per questo che siamo liberi di costruire il
nostro futuro anche in circostanze che non abbiamo scelto.
Nel mondo anglosassone il determinismo genetico si sposa sempre
più spesso con la psicologia evoluzionista. Il comportamento
umano è interpretato alla luce del processo evolutivo per cui
tutte le nostre emozioni, dalla paura al desiderio sessuale, non
sarebbe altro che adattamenti premiati dalla selezione naturale.
Non è uno strano matrimonio?
Sì, anch'io faccio fatica a spiegarmi come possano essere
conciliate queste teorie. In comune comunque hanno qualcosa,
riducono gli organismi alla passività e negano la natura dinamica
e costruttiva dei processi viventi. Nessuno oggi in biologia si
sognerebbe di mettere in dubbio l'importanza del processo
evolutivo, ma come spesso accade l'errore sta nello scegliere una
chiave interpretativa e usarla in maniera indiscriminata.
Il biologo evoluzionista Theodesius Dobzhansky ha detto che
niente in biologia ha senso se non alla luce dell'evoluzione. Io
però aggiungerei un corollario: niente in biologia ha un senso se
non alla luce della storia. E per storia qui si intende anche
quella individuale e sociale oltre a quella evolutiva. Se si
trascurano questi fattori si corre il rischio di cadere in
un'idea caricaturale dell'evoluzione, come quella dei
fondamentalisti darwiniani tra le cui fila si collocano gli
psicologi evoluzionisti.
Il loro è un approccio ingenuo e pericoloso allo stesso tempo,
non è vero?
Sì, ci sono cose della psicologia evoluzionista che non possono
non strappare un sorriso. I suoi sostenitori credono che
l'evoluzione dell'uomo si sia fermata all'età della pietra e non
sapendo come vivevano i nostri antenati finiscono per trasferire
nello scenario preistorico lo stile di vita dei borghesi
americani. Ne viene fuori un quadro che mi ricorda da vicino
certi cartoni animati come quelli dei Flintstone. Ma guardiamo ad
alcune delle loro affermazioni: tutti gli uomini amano i paesaggi
verdi e aperti perché ci siamo evoluti nella savana. Eppure io
non sarei tanto sicuro del fatto che questo amore universale
esiste davvero: forse ai russi piacciono le foreste di betulle e
ai beduini il deserto.
Ancora un esempio: secondo le statistiche gli uomini
difficilmente uccidono i propri bambini mentre accade più spesso
che uccidano quelli degli altri. Niente di più facile da spiegare
per gli psicologi evoluzionisti: proteggere i propri familiari
vuole dire proteggere i propri geni. Come si vede si tratta di
teorie tanto semplicistiche quanto pericolose, che oltre a
tradire un'impostazione eurocentrica perdono completamente di
vista le complessità dei rapporti umani e sociali.
Secondo gli ultradarwinisti il nostro cervello ha una struttura
modulare. Per Steven Pinker ad esempio esistono moduli distinti
per ogni campo dell'attività umana, dalla matematica alla
grammatica, forgiati in modo indipendente attraverso i meccanismi
dell'evoluzione naturale. Si può dire che hanno ripreso la
vecchia frenologia e l'hanno rimodernata per mezzo delle metafore
computazionali?
Direi di sì. Il cervello dei fondamentalisti darwiniani
assomiglia tanto ad un coltellino svizzero modulare dove ogni
funzione cerebrale ha il suo modulo con tanto di marchio di
fabbricazione. Ma dov'è allora l'unità della coscienza? Il suo
funzionamento poi viene ridotto all'elaborazione di informazioni
e questo è un altro passo falso: il cervello è molto diverso da
un computer, non ha a che fare con informazioni ma con
significati. Provate a pensare a un'orma sulla sabbia: un
computer può analizzarla e misurarla, ma per Robinson Crusoe
quell'impronta significa che sulla sua isola è presente
qualcun'altro e allora la scoperta di un'orma genera ansia,
paura, eccitazione.
Ma che fine fanno l'individualità, la coscienza, il libero
arbitrio in un uomo schiavo dei propri geni, con comportamenti
selezionati dai processi evolutivi ed elaborati come in un
sistema computazionale? Come fanno deterministi genetici e
fondamentalisti darwiniani a uscire da questa trappola
determinista?
Credo che la loro sia una trappola da cui uscire è impossibile.
Dawkins alla fine del suo Il gene egoista se la cava
dicendo che siamo uomini e ci distinguiamo dal resto del mondo
animale proprio in quanto possiamo sfuggire alla tirannia dei
nostri geni. Steven Pinker in How the mind works dopo
avere reso omaggio all'onnipotenza del Dna se ne esce con
l'affermazione che dopo tutto la sua libertà di individuo è
salva, perché se ai suoi geni non piace ciò che sta facendo non
possono certo prendere e andarsene.
Ma è evidente che cadono entrambi in un dualismo cartesiano: se i
sistemi viventi sono rigidamente determinati da dove salta fuori
questo provvidenziale alito di libertà? Per quanto questi
scienziati si proclamino atei c'è qualcosa di profondamente
religioso nel loro modo di ragionare. Io invece sono un
materialista e penso che la libertà non possa piovere dal cielo,
deve essere presente nella natura stessa dei processi viventi.
Un'ultima domanda: tu sei un convinto antiriduzionista, eppure
studi un fenomeno complesso come la memoria nelle quattro mura di
un laboratorio, guardando alla biochimica cerebrale di pulcini
che hanno imparato a non beccare palline dal sapore amaro. Non
c'è una contraddizione in tutto questo?
Antiriduzionista in teoria e riduzionista in pratica... sì, credo
che qualcuno possa giudicarmi così. Il fatto che io usi tecniche
riduzioniste non significa però che sposi l'ideologia
riduzionista. La mente può essere studiata a diversi livelli:
biochimici psicologi e romanzieri possono dare tutti un
contributo fondamentale e nessun livello di osservazione può
essere considerato più importante degli altri. Per ora non siamo
in grado di costruire ponti tra parti tanto diverse del sapere
umano, eppure credo che si tratti di linguaggi traducibili l'uno
nell'altro almeno in linea teorica. Il fatto che sia necessario
ricorrere a epistemologie diverse non significa necessariamente
che è il mondo a essere frammentato, ma che abbiamo ancora molta
strada da fare verso la sua comprensione. |