RASSEGNA STAMPA

14 LUGLIO 1998
ANNA MELDOLESI
UN'ORCHESTRA CHIAMATA ORGANISMO VIVENTE
"Non siamo schiavi del Dna e il nostro cervello non è un computer che elabora informazioni. L'uomo è un sistema aperto capace di modificare l'ambiente in cui vive". Un'intervista a Steven Rose
Con la giornata di domenica si è conclusa la decima edizione di "Spoletoscienza", la manifestazione organizzata ogni anno dalla Fondazione Sigma-Tau nell'ambito del "Festival dei Due mondi". Frontiere e limiti della ricerca biologica sono stati il tema di questo week-end, e naturalmente non potevano mancare dall'agenda argomenti caldi come il determinismo genetico e il dualismo mente-cervello. A confronto un genetista e un neurobiologo di fama internazionale, quali Edoardo Boncinelli e Steven Rose. Al primo - che dirige il Laboratorio di biologia molecolare dello sviluppo del San Raffaele di Milano e ha scoperto alcuni dei geni che dirigono la morfogenesi cerebrale - è toccato vestire i panni del diavolo. Assumendo posizioni più riduzioniste di quelle che forse gli si confanno, Boncinelli infatti ha deciso di affrontare la questione della mente evitando i voli pindarici e partendo invece dalle fondamenta: la funzione del cervello è innanzitutto - ma non solo - quella di elaborare informazioni.

Una posizione che non poteva non sollevare repliche da parte di Rose - direttore del Brain and Behaviour Research Group alla Open University di Londra - che ha vestito i panni, stavolta tagliati su misura, del convinto antiriduzionista. Un assaggio di quel dibattito che con toni ben più accesi anima il mondo scientifico anglosassone, è un'occasione ghiotta per chiedere a Steven Rose qualche approfondimento. In campo domande che dalla biologia rimbalzano fino alla filosofia e risposte che tradiscono visioni della società inconciliabili tra loro.

Le cronache della ricerca scientifica registrano una continua scoperta di geni che pretenderebbero di fare luce su qualche segreto della nostra esistenza sociale e psichica, dal gene dell'alcolismo a quello dell'intelligenza. Ma nel tuo ultimo libro "Lifelines", che uscirà presto anche in Italia, la prospettiva si ribalta: non solo non siamo schiavi dei nostri geni, ma è proprio la nostra biologia a renderci liberi. Una affermazione sorprendente...

Con questa frase intendo dire che è nella natura dei sistemi viventi di essere radicalmente indeterminati. Il nostro Dna non è quella molecola noiosa e inerte che dipingono i deterministi genetici come Richard Dawkins: è coinvolto in una qualità di processi dinamici all'interno dell'orchestra cellulare e non dovremmo vederlo come il direttore, ma solo come uno dei musicisti. Ma si può andare oltre: gli organismi viventi sono sistemi aperti in continua autocostruzione, che rispondono all'ambiente e lo modificano a loro volta attraverso interazioni complesse che si snodano nelle tre dimensioni spaziali più quella temporale. Ridurre gli esseri viventi all'unica dimensione dei filamenti di Dna significa congelare la vita, nel tentativo di cogliere l'essere si smarrisce il divenire. E questo è tanto più vero se l'organismo in questione è l'uomo, che ha un'esistenza sociale ricca, vive in una dimensione storica e grazie allo sviluppo della tecnologia è capace di modificare il proprio ambiente molto più delle altre specie.

E' questa complessità a renderci liberi, a dispetto di tutti i proclami dei paladini del determinismo genetico?

Sì, certo. In fondo vale anche in biologia quello che Marx ha affermato in un altro contesto: la libertà nasce dalla necessità, siamo condizionati fortemente dalla necessità dei processi biologici e sociali ma allo stesso tempo siamo in grado di modificarli. E' per questo che siamo liberi di costruire il nostro futuro anche in circostanze che non abbiamo scelto.

Nel mondo anglosassone il determinismo genetico si sposa sempre più spesso con la psicologia evoluzionista. Il comportamento umano è interpretato alla luce del processo evolutivo per cui tutte le nostre emozioni, dalla paura al desiderio sessuale, non sarebbe altro che adattamenti premiati dalla selezione naturale. Non è uno strano matrimonio?

Sì, anch'io faccio fatica a spiegarmi come possano essere conciliate queste teorie. In comune comunque hanno qualcosa, riducono gli organismi alla passività e negano la natura dinamica e costruttiva dei processi viventi. Nessuno oggi in biologia si sognerebbe di mettere in dubbio l'importanza del processo evolutivo, ma come spesso accade l'errore sta nello scegliere una chiave interpretativa e usarla in maniera indiscriminata.

Il biologo evoluzionista Theodesius Dobzhansky ha detto che niente in biologia ha senso se non alla luce dell'evoluzione. Io però aggiungerei un corollario: niente in biologia ha un senso se non alla luce della storia. E per storia qui si intende anche quella individuale e sociale oltre a quella evolutiva. Se si trascurano questi fattori si corre il rischio di cadere in un'idea caricaturale dell'evoluzione, come quella dei fondamentalisti darwiniani tra le cui fila si collocano gli psicologi evoluzionisti.

Il loro è un approccio ingenuo e pericoloso allo stesso tempo, non è vero?

Sì, ci sono cose della psicologia evoluzionista che non possono non strappare un sorriso. I suoi sostenitori credono che l'evoluzione dell'uomo si sia fermata all'età della pietra e non sapendo come vivevano i nostri antenati finiscono per trasferire nello scenario preistorico lo stile di vita dei borghesi americani. Ne viene fuori un quadro che mi ricorda da vicino certi cartoni animati come quelli dei Flintstone. Ma guardiamo ad alcune delle loro affermazioni: tutti gli uomini amano i paesaggi verdi e aperti perché ci siamo evoluti nella savana. Eppure io non sarei tanto sicuro del fatto che questo amore universale esiste davvero: forse ai russi piacciono le foreste di betulle e ai beduini il deserto.

Ancora un esempio: secondo le statistiche gli uomini difficilmente uccidono i propri bambini mentre accade più spesso che uccidano quelli degli altri. Niente di più facile da spiegare per gli psicologi evoluzionisti: proteggere i propri familiari vuole dire proteggere i propri geni. Come si vede si tratta di teorie tanto semplicistiche quanto pericolose, che oltre a tradire un'impostazione eurocentrica perdono completamente di vista le complessità dei rapporti umani e sociali.

Secondo gli ultradarwinisti il nostro cervello ha una struttura modulare. Per Steven Pinker ad esempio esistono moduli distinti per ogni campo dell'attività umana, dalla matematica alla grammatica, forgiati in modo indipendente attraverso i meccanismi dell'evoluzione naturale. Si può dire che hanno ripreso la vecchia frenologia e l'hanno rimodernata per mezzo delle metafore computazionali?

Direi di sì. Il cervello dei fondamentalisti darwiniani assomiglia tanto ad un coltellino svizzero modulare dove ogni funzione cerebrale ha il suo modulo con tanto di marchio di fabbricazione. Ma dov'è allora l'unità della coscienza? Il suo funzionamento poi viene ridotto all'elaborazione di informazioni e questo è un altro passo falso: il cervello è molto diverso da un computer, non ha a che fare con informazioni ma con significati. Provate a pensare a un'orma sulla sabbia: un computer può analizzarla e misurarla, ma per Robinson Crusoe quell'impronta significa che sulla sua isola è presente qualcun'altro e allora la scoperta di un'orma genera ansia, paura, eccitazione.

Ma che fine fanno l'individualità, la coscienza, il libero arbitrio in un uomo schiavo dei propri geni, con comportamenti selezionati dai processi evolutivi ed elaborati come in un sistema computazionale? Come fanno deterministi genetici e fondamentalisti darwiniani a uscire da questa trappola determinista?

Credo che la loro sia una trappola da cui uscire è impossibile. Dawkins alla fine del suo Il gene egoista se la cava dicendo che siamo uomini e ci distinguiamo dal resto del mondo animale proprio in quanto possiamo sfuggire alla tirannia dei nostri geni. Steven Pinker in How the mind works dopo avere reso omaggio all'onnipotenza del Dna se ne esce con l'affermazione che dopo tutto la sua libertà di individuo è salva, perché se ai suoi geni non piace ciò che sta facendo non possono certo prendere e andarsene.

Ma è evidente che cadono entrambi in un dualismo cartesiano: se i sistemi viventi sono rigidamente determinati da dove salta fuori questo provvidenziale alito di libertà? Per quanto questi scienziati si proclamino atei c'è qualcosa di profondamente religioso nel loro modo di ragionare. Io invece sono un materialista e penso che la libertà non possa piovere dal cielo, deve essere presente nella natura stessa dei processi viventi.

Un'ultima domanda: tu sei un convinto antiriduzionista, eppure studi un fenomeno complesso come la memoria nelle quattro mura di un laboratorio, guardando alla biochimica cerebrale di pulcini che hanno imparato a non beccare palline dal sapore amaro. Non c'è una contraddizione in tutto questo?

Antiriduzionista in teoria e riduzionista in pratica... sì, credo che qualcuno possa giudicarmi così. Il fatto che io usi tecniche riduzioniste non significa però che sposi l'ideologia riduzionista. La mente può essere studiata a diversi livelli: biochimici psicologi e romanzieri possono dare tutti un contributo fondamentale e nessun livello di osservazione può essere considerato più importante degli altri. Per ora non siamo in grado di costruire ponti tra parti tanto diverse del sapere umano, eppure credo che si tratti di linguaggi traducibili l'uno nell'altro almeno in linea teorica. Il fatto che sia necessario ricorrere a epistemologie diverse non significa necessariamente che è il mondo a essere frammentato, ma che abbiamo ancora molta strada da fare verso la sua comprensione.
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