RASSEGNA STAMPA

14 LUGLIO 1998
MAURIZIO ANSALDO
GADAMER Il Novecento che non avrei voluto
Incontro col filosofo tedesco: a 98 anni, un bilancio del secolo cominciato con lui
Un appuntamento saltato, il taxi che non arrivava, "e per di più ho pure sbagliato secolo". Vicino al vecchio ponte sul Neckar in fondo alla Steingasse, un pomeriggio della scorsa primavera, il vecchio filosofo stava cedendo a una sorta di ironica arrabbiatura induttiva: dai piccoli contrattempi d'una giornata storta all'indifferenziato male epocale. Eppure nessuno come lui si può identificare con il secolo che si spegne, lanciando precari bagliori su quello che si annuncia. Hans-Georg Gadamer e il Novecento letteralmente coincidono, essendo incominciati insieme (lui con un irrilevante ritardo di 42 giorni, l'11 febbraio) e essendosi poi sempre inestricabilmente avvinti in una plaga cruciale e emblematica.
A 98 anni il maestro dell'ermeneutica, e di decine di allievi illustri sparsi per il mondo, è ancora lucido e vitale. Adesso si appoggia su due bastoni, perché i postumi della poliomielite che lo colpì a 22 anni gli danno qualche noia in più. Curvo e imponente scivola piano, con sorridente fatica, per le vie della città più romantica di Germania, dall'aria pregna di umori solenni: fiume dei filosofi è detto il Neckar, che più a monte bagna Tubinga, e dall'Alten Brucke che lo solca si vede, sulla collina di fronte, il Philosophenweg, la passeggiata dei filosofi battuta nel tempo da Hegel e Holderlin, da Brentano e Jean Paul e Jaspers, e sulla collina alla spalle, vicino al castello, la terrazza dove Goethe saliva a contemplare il panorama e la valle del Reno che si indovina in lontananza.
Gadamer non si spinge più in questi paraggi, ma due volte al mese continua a partecipare alle sedute dell'Accademia delle Scienze, e due volte la settimana si fa portare all'università, per riordinare i suoi appunti e dettare le risposte alle molte lettere che riceve. In questi mesi lavora a un nuovo libro, che si intitolerà Dalla parola al concetto e di cui parlerà in ottobre a Napoli, ma i cui temi ha già anticipato in un simposio che si è concluso domenica a Heidelberg. Il suo studio presso la Ruprecht-Karl Universitat, al pianterreno di un edificio attiguo all'ex collegio dei gesuiti, è ingombro di volumi, sugli scaffali un gran numero di bottiglie di calvad`os e a terra, accanto alla scrivania, il vecchissimo baule di cuoio rigido che il professore ancora usa per traslocare i libri. Tutto promana una sensazione di cordialità, di conciliazione, di pacatezza.
Davvero pensa di aver sbagliato secolo? Avesse potuto scegliere, come nel platonico mito di Er, si sarebbe orientato su un altro destino? "Ma i miei rapporti con il cielo non sono tali da poter scegliere...", si schermisce ridendo. Poi si fa grave: "Molto probabilmente no, non avrei scelto questo secolo".
Quasi superfluo, da un tedesco della sua età, volerne sapere i motivi. "Due terribili conflitti mondiali, per la Germania trent'anni di guerra, dal '14 al '45. La prima catastrofe nel '18, quando finivo la scuola: l'occupazione francese, una nuova povertà, il tracollo economico della piccola borghesia e dell'élite intellettuale. La mia famiglia aveva una specie di castello con i domestici nella Slesia, prima che fosse smembrata in seguito agli accordi di pace; a 23 anni mi sono sposato, senza domestici e con pochi mezzi. E dopo il '45 la distruzione totale del mio Paese. Ho vissuto il bombardamento di Lipsia, dove insegnavo, la mia casa saltata per aria". In mezzo, così ancora incombente nella coscienza da non dover neppure essere richiamata, la cupa follia del nazismo, e poi l'Olocausto, "la fine di ogni umanità".
E le tragedie di questi anni, la Somalia, il Ruanda, la Jugoslavia? "Le vicende dei Balcani sono molto simili a quello che è successo nella seconda guerra mondiale: deportazione delle popolazioni e sterminio dei prigionieri, occupazioni territoriali, devastazione completa del diritto internazionale, nessuna pietà per i civili".
Una ininterrotta emulazione nel peggio. C'è qualche cosa da salvare in questo secolo sanguinoso? Gadamer ci pensa a lungo: "Per adesso è molto difficile dirlo... Per esempio, come posso non rallegrarmi del peso conquistato dalle donne nella vita d'oggi? Prendiamo le mie due figlie: una fa il magistrato, l'altra ha avuto tre figli, ha insegnato arte e adesso fa la pittrice. Naturalmente tutto questo è un enorme progresso culturale, ma...".
C'è sempre un ma. "Il fatto è che ancora non sappiamo come riplasmare la vita in conseguenza del nuovo ruolo delle donne". Sempre il solito ma che vanifica le conquiste e fa di ogni progresso una potenziale insidia, perché la nostra capacità di stare al mondo procede a un ritmo inesorabilmente più lento e si adatta ai mutamenti con accresciuta difficoltà. Il discorso vale soprattutto per lo sviluppo tecnologico-scientifico, quello instancabilmente denunciato da Heidegger, maestro di Gadamer a Friburgo. "Intendiamoci, io non sono contro la tecnica: la tecnica è diventata per noi indispensabile. Ma la vita non è solo questo. E poi, è davvero migliorata la qualità della nostra esistenza? Il nostro modo di stare insieme? Da tre secoli, almeno, a partire da Galileo, abbiamo sviluppato le scienze unicamente come strumenti di potere. Ma non abbiamo imparato a convivere con tutto questo potere. La cultura c'è solo dove non si vuole dominare la natura".
Tutta colpa di Galileo? "Colpa di uno sviluppo unilaterale, senza il quale non sappiamo più vivere, ma con il quale non riusciamo a essere felici. Con Galileo per la prima volta la manipolazione programmatica della natura viene alla ribalta, ma questa forma di dominazione, di ri-costruzione della realtà ha le premesse già presso i greci". I prediletti greci dai quali Gadamer restò folgorato agli inizi dei suoi studi, e che ancora occupano una parte consistente della sua biblioteca: già loro consapevoli, come Sofocle nel primo stasimo dell' Antigone , che il potere terribile dell'uomo sulla natura, garantito dalle téchnai , "ora nel bene, ora nel male volge". "Dopo gli egizi e i babilonesi che usavano la matematica esclusivamente a fini pratici, i greci per primi, fino da Talete, hanno inseguito le dimostrazioni razionali. Tutto lo sviluppo successivo, dagli arabi alla scienza moderna, è un continuo progresso nell'astrazione. Galileo che conduce i famosi esperimenti sui gravi non si interessa alla cosa che cade ma alle leggi del cadere. Per l'immaginazione umana è un formidabile stimolo a tentare nuovi progetti".
A costruire, ri-costruire, manipolare. "Noi siamo capaci di costruire: in questa proposizione è il senso della modernità. E noi siamo capaci di costruire unicamente per la nostra razionalità. La razionalità è un grande privilegio della natura umana: finché si applica alla costruzione di ponti, macchine, aerei, niente di male. Ma sapere che si può costruire di tutto porta all'abuso, porta a conseguenze non più umane. Ormai è possibile scegliere i figli su un catalogo. Possibile. Ma quella che ne nascerebbe non sarebbe più una società di uomini. Non solo: andiamo incontro a sbocchi non previsti, non voluti. Lo sviluppo della tecnica sfugge ai nostri desideri, segue una logica governata da automatismi propri. Il professor Otto Hahn, che alla fine degli Anni 30 scoprì la fissione nucleare dell'uranio, io l'ho conosciuto: era un uomo cordiale, modesto, affascinante, era molto eccitato per la sua scoperta, se ne attendeva grandi sviluppi positivi. E invece...".
Sulla scrivania c'è un busto di Socrate, una targa con l'immagine di Pitagora, ricevuta a Crotone, un libro con alcuni dialoghi di Platone ( Fedro , Teeteto , Parmenide , Sofista ). E c'è un volumetto grigio fresco di stampa con la traduzione e il commento (curati da Gadamer con la sua assistente italiana Donatella Di Cesare) dell'aristotelica Etica Nicomachea , libro VI, quello delle virtù dianoetiche e in particolare della phr`onesis , la saggezza: ossia - ipse dixit - "la capacità di ben deliberare circa le cose che sono buone per l'uomo" (mentre "Anassagora e Talete e siffatti individui sono sapienti ma non saggi, perché conoscono molte cose meravigliose, difficili e sovrumane, ma non ciò che giova a loro stessi"). Alla nozione di phr`onesis Gadamer è tornato negli ultimi anni, come via per ricondurre a fini umani il dilagante incontrollabile autoreferenziale mondo della tecnica. Tuttavia la saggezza da sola non basta, o meglio la saggezza è già un primo passo verso la possibile salvezza, ma un primo passo a sua volta condizionato da un evento più emotivo che razionale. "Bisogna tornare a sentire l'angoscia", ammonisce Gadamer. L'angoscia, diceva Heidegger, è quella situazione in cui l'uomo avverte "l'impossibilità possibile della sua esistenza". Aggiunge il suo invecchiato allievo: "Dobbiamo porci il problema dell'abitabilità del pianeta, della fine possibile della vita sulla Terra. Non so se ci riusciremo, forse è già tardi. Ma è questo il grande compito per il prossimo secolo".
L'angoscia, dunque. E, insieme, la solidarietà: quell'atteggiamento di apertura verso l'altro, e nello stesso tempo di chiusura verso le intrusioni disumanizzanti del tecnicismo, che Gadamer ricorda di avere appreso dal lontano incontro con la cultura italica. "Lo devo a Karl Lowith, mio compagno di studi a Marburgo. Durante la prima guerra mondiale era stato prigioniero a Genova, e lì era rimasto impressionato dall'umanità dei guardiani, dal grande senso di solidarietà: perciò pretendeva che i suoi amici imparassero l'italiano. Così cominciai a leggere Dante". Ancora oggi, secondo il vecchio filosofo, la solidarietà è più vitale nei Paesi di cultura cattolica, o comunque di forte tradizione religiosa, che in quelli dominati dall'etica protestante del profitto. Ma come nasce in noi la disposizione solidale? "I primi tre anni di vita sono decisivi, quando abbiamo accanto i genitori. E' questo il primo passo". Poi, soprattutto in Occidente, la famiglia si disgrega, viene meno l'attitudine a stabilire legami disinteressati, volti al meglio comune. Gadamer, reduce dall'aver seguito in televisione "lo spettacolo grottesco dei miliardari che giocano al pallone", è pessimista: "In un mondo dove tutto è mosso dal fine del profitto commerciale, anche lo sport, come potrà la tecnica sottrarsi a questo destino e mettersi davvero al servizio dell'uomo?".
Per fortuna esistono sacche di resistenza: esperienze extra-europee in cui una chance positiva si annida imprevedibilmente sotto le apparenze più negative. Gadamer pensa all'India, alla Cina, universi culturali che sono fra i più entusiasti delle conquiste tecnico-scientifiche occidentali ma anche i meno disposti a lasciarsene sopraffare, i più tenaci nel contrastare la dissoluzione del tessuto sociale: "Persino le chiusure cinesi sulla questione dei diritti umani, un fatto di per sé riprovevole, è però il segno di una resistenza globale all'omologazione rispetto alla cultura anglosassone-americana. Lo stesso discorso vale per il fondamentalismo islamico. Se non altro, sono nicchie di resistenza contro l'abuso della tecnica, potenziali limitazioni alla sete di onnipotenza". I residui irrazionali come possibilità di salvezza? "Sì, non confido molto sulla capacità della ragione di autoregolarsi. La tradizione, la religione sono più efficaci. Non penso a una chiesa in particolare, ma a quell'idea della nostra finitezza che è intrinseca a tutte le fedi. Questo, forse, ci potrà salvare".
Forse. Intanto è necessario resistere, tirare avanti nella tempesta. Proprio quello che ha fatto Gadamer, capace di aspettare la fine del delirio hitleriano, senza mai compromettersi col regime, poi di affrontare la ricostruzione di un Paese uscito azzerato dalla guerra, senza cedere allo sconforto come altri: come Karl Jaspers, per esempio, che lo aveva preceduto sulla cattedra di Heidelberg e che nel '49 gettò la spugna fuggendo in Svizzera. E' il tratto più caratteristico della sua personalità. Dal '49 Gadamer non si è più mosso. La piccola città sul Neckar è diventata per lui una tana: qui ha vissuto la metà esatta della sua esistenza, di qui ha riorganizzato gli studi filosofici e la vita accademica della rinascente Germania. E ora prepara la nuova resistenza, socchiudendo gli occhi, ma con un sorriso, sulle ombre del millennio alle porte. L'importante è continuare a esserci.
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