![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 13 LUGLIO 1998 |
Le persecuzioni contro L'esprit des lois, del resto non mancarono. L'opera fu messa all'Indice nel 1751; non fu condannata dalla Sorbona solo perché Montesquieu, nel frattempo, era deceduto, a 66 anni, nel 1755. Ma il successo fu grandioso. In pochi anni si ebbero in Europa, non meno di venti edizioni dell' opera, che fu tradotta in tutte le principali lingue del continente (anche ìn Italia, nel 1777, per opera dell'illuminista napoletano Antonio Genovesi). I sovrani del Settecento, soprattutto Caterina di Russia, si ispirarono a lui per le loro riforme «illuminate». Dove fu meno apprezzato fu proprio in patria: illuministi radicali, come Voltaire e Condorcet, lo criticarono; e la stessa Rivoluzione francese ben presto trascorsa dalla fase monarchica delle riforme a quella repubblicana del Terrore, non sapeva che farsene delle idee di un moderato come Montesquieu e gli preferì quelle di un utopista fanatico come Rousseau. Nei momenti rivoluzionari non sono mai i geni della mediazione e della ragionevolezza a prevalere, ma quelli della violenza e dell'intransigenza: non Erasmo ma Lutero, non Castellio ma Calvino, non Mirabeau ma Robespierre. La teoria della divisione dei poteri espressa nelle poche pagine del capitolo 6 del libro XI (significativamente intitolato «Della Costituzione dell'Inghilterra»), si è tradotta in realtà istituzionale in quasi tutti i Paesi del mondo. Eppure non è la parte più importante dell'opera. La novità dello Spirito delle leggi è in quella parola «esprit» del titolo, con la quale Montesquieu vuole indicare un nuovo modo di affrontare il problema. Egli parte dalla relatività delle leggi: il regime politico, i costumi, il clima, la religione, il commercio influenzano e modificano la formulazione delle leggi. Diverse sono le cose lecite e proibite nei diversi Paesi e nello stesso Paese in epoche diverse. Ben più della formulazione scritta (il «codice») conta dunque lo «spirito», ossia quel complesso di cause, radicate nel costume di un popolo, che inducono gli uomini a definire i valori e le finalità delle leggi scritte. Un secolo e mezzo più tardi, il sociologo francese Emile Durkheim parlerà di «coscienza collettiva» come norma che definisce il lecito e il proibito. Il mutamento dello «spirito» si trascina dietro nuove «leggi»: si pensi, nel corso dei secoli, all'abolizione della pena di morte, alla depenalizzazione dell'adulterio e dell'aborto, alla legalizzazione dell'omosessualità. Tale relativismo giuridico, tuttavia, se da un lato consente al Montesquieu di rifiutare i provvidenzialismi storici alla Bossuet, non lo conduce al casualismo di un Macchiavelli, nel quale gran parte della storia deriva dal caso («fortuna»). Montesquieu ritiene che ogni mutamento legislativo è fondato sulla natura delle cose: «Dato che non tratto delle leggi ma dello spirito di esse, e dato che questo spirito consiste nei vari rapporti che le leggi possono avere con cose diverse, ho dovuto seguire non tanto l'ordine naturale delle leggi stesse, quanto quello di questi rapporti e di queste cose» (Edizioni Bur, Milano 1996, p. 152). Il moderatismo di Montesquieu non ha nulla a che fare con quello spirito oltranzista, che trionferà col giacobinismo e sarebbe fatica inutile cercare in lui anche solo anticipazioni della teoria della sovranità portare. Egli apparteneva alla aristocrazia e a questa classe, che vedeva naturalmente alleata con la nuova classe emergente, la borghesia, affidava il compito di impedire che la monarchia degenerasse nel dispotismo. Anticipando Tocqueville, Montesquieu temé l'eliminazione di quel corpi intermedi, che proteggono i singoli dall'onnipotenza dello Stato, monarchico o repubblicano che sia. La libertà dei cittadini, del resto, non è legata a un particolare regime politico. La classificazione che ne fa Montesquieu è più possibilista di quelle di Aristotele e Polibio. Egli distingue chi detiene il potere (natura) e la passione che tiene uniti gli uomini (principio): nella democrazia sono il popolo e la virtù; nella aristocrazia i pochi e la moderazione; nella monarchia il sovrano e l'onore; nel dispotismo il sovrano assoluto e la paura. Montesquieu non parla, come aveva fatto Aristotele di forme degenerate. Anche il dispotismo è una possibilità, sia pure deplorevole, che in certe condizioni diviene reale. Dire quale di queste forme sia la migliore, non e possibile in senso assoluto. Ogni governo è relativo alle condizioni del Paese e ciò che va bene in luogo può essere nefasto in un altro. Montesquieu dice solo che la Francia dovrebbe evitare il dispotismo e temperare la monarchia con l'aristocrazia - come avveniva in Inghilterra. Anche la teoria della divisione dei poteri, che costituisce il maggio titolo di gloria del Montesquieu, va letta dentro questo progetto di liberalismo moderato. E' stato osservato che le poche pagine in cui viene espressa, non sono prive di oscurità. In effetti più che una vera e propria divisione dei poteri Montesquieu propone una limitazione e un controllo reciproci. Dato che in ogni società vi saranno sempre interessi conflittuali, la libertà politica richiede che i poteri siano equilibrati, cioè moderati, e non concentrati, cioè assoluti: «La libertà è il diritto di fare tutto quello che le leggi permettono, e se un cittadino potesse fare quello che esse proibiscono non vi sarebbe più libertà, perché tutti gli altri avrebbero del pari questo potere. La libertà politica non si trova che nei governi moderati» (p. 308). Ne deriva che i tre poteri di fare le leggi, di eseguirle e di giudicare i delitti non possono appartenere a un solo uomo o a una sola classe sociale. Essi debbono essere distinti, come avviene nel sistema inglese: al re l'esecutivo e il blocco del legislativo (veto); alle Camere (quella ereditaria dei nobili e quella elettiva del popolo) il legislativo, a una magistratura scelta dal popolo il giudiziario. Solo la separazione è garanzia di libertà: «Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo, o lo stesso corpo di maggiorenti, o di nobili, o di popolo, esercitasse questi tre poteri: quello di fare le leggi, quello di eseguire le decisioni pubbliche, e quello di giudicare i delitti o le controversie dei privati.» (p. 310). Nel secolo scorso che Croce chiamò del liberalismo, la divisione dei poteri divenne una realtà nella costituzione di tutti ì Paesi civili. Nel secolo nostro al liberalismo si sostituisce la democrazia di massa, che sovente apre la strada al totalitarismo. Questo passaggio pone largamente in crisi quei progetti di controllo o divisione dei poteri, che Montesquieu aveva enunciato per una società così diversa, nella quale le masse non erano ancora «salite sul palcoscenico della storia» (Ortega y Gasset). Il gioco non è più solo tra re, nobili e popolo, come nella Francia del Settecento, ma tra maggioranza e minoranza, col pericolo che la prima occupi tutti i poteri, con quell'esito del «dispotismo assembleare», di cui parlava il Rosmini. Montesquieu ha compreso come ogni democrazia di massa, in nome dell'egalitarismo uccida se stessa: «Il principio della democrazia si corrompe non soltanto quando si perde lo spirito di eguaglianza; ma anche quando si assume uno spirito di eguaglianza estrema e ciascuno vuol essere uguale a quelli che elegge per comandarlo. Il popolo, allora, non potendo tollerare nemmeno il potere che conferisce esso stesso, vuole fare tutto da sé, deliberare al posto del senato, eseguire al posto dei magistrati e desautorare i giudici tutti» (p. 263). Il pericolo della democrazia assembleare e totalitaria è fisiologico in tutte le società di massa. Quelle a larga tradizione liberale riescono oggi a limitarlo, mentre altre, come la nostra, vi cadono più facilmente. Parlare, oggi in Italia, di divisione o, almeno, di controllo dei poteri è piuttosto difficile. La vita politica e sociale assomiglia più a una guerra per bande che a una balance of power: il presidente della Repubblica invade di continuo campi non suoi, il Parlamento occupa con i partiti tutte le istituzioni, la magistratura opera sovente per fini politici, i sindacati, i mass-media e í potentati economici esercitano pressioni e veti continui. La divisione dei poteri è stata ibernata da un invadente corporativismo, nel quale ognuno cerca l'interesse suo o della sua «parrocchia», indifferente al bene comune. Eppure anche in una società come la nostra, il messaggio di Montesquieu, questo illuminista privo della fede nel progresso, rimane valido e fertile, come ce lo ha riassunto lucidamente Raymond Aron: «L'essenza della sua filosofia politica è il liberalismo: lo scopo dell'ordine politico è di assicurare una società eterogenea e gerarchica, nella quale la moderazione nel potere esige l'equilibrio dei poteri».
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