RASSEGNA STAMPA

12 LUGLIO 1998
GIOVANNI MARIA PACE
E poi avremo tutti un cervello digitale
Scontro a Spoletoscienza sulle teorie neopositiviste
Da un lato l'assoluta libertà di autodeterminazione rivendicata all'uomo, tra i tanti, da Sartre; dall'altro l'azzeramento o quasi del libero arbitrio teorizzato da Richard Dawkins in nome di un biologismo che fa dell'uomo un cieco robot, presente sul pianeta al solo allo scopo di trasmettere "geni egoisti" da una generazione all'altra: tra questi due estremi oscilla il pendolo della riflessione sul ruolo della scienza, in questi anni di straordinario progresso. Le scoperte si inseguono: le riviste annunciano in sequenza il gene della violenza, quello dell'omosessualità, della pulsione agli acquisti, tanto che il lunedì ci si chiede quale sarà il gene della settimana. Un rampollo dei Kennedy ha avanzato, davanti ai giudici, l'ipotesi che in famiglia ci sia il gene dell'alcolismo e quindi l'ubriachezza molesta di membri del clan va perdonata. E la rassegnazione regna tra i malinconici da quando hanno saputo dell'esistenza del gene della depressione.
Questo determinismo neurogenetico - che lascia sperare in una pillola per hooligan in trasferta analoga al Ritalin già somministrato ai bambini iperattivi - è in genere prerogativa del pensiero anglosassone, mentre tra gli scienziati latini, e in particolare italiani, l'incoercibile tendenza allo spiritualismo e i residui di crociano idealismo calmierano la spinta al materialismo riduttivo ispirato dalla potenza della nuova biologia. Ha sorpreso quindi il ribaltamento di posizioni di cui è stato ieri testimone il pubblico di "Spoletoscienza", l'incontro tra culture (scientifica, artistica, filosofica, giuridica) che da dieci anni la Fondazione Sigma Tau promuove in occasione del Festival. Protagonisti dell'inconsueto scambio, da un lato il biologo molecolare Edoardo Boncinelli, autore de I nostri geni (Einaudi); e dall'altro il biologo inglese Steven Rose (Molecole e menti, Liguori), con l'appoggio esterno del medico americano Sherwin Nuland (Come moriamo, Mondadori).
Dunque a Spoleto Boncinelli ha fatto, o è sembrato fare, la parte del meccanicista duro, o dell'inguaribile credente nelle "magnifiche sorti e progressive". Ha esordito assegnando al cervello la funzione, non unica ma preminente, di elaboratore di informazione, e all'informazione un compito-chiave nell'evoluzione del vivente. Ma attenzione: l'informazione non è lì, bell'e servita. Occorre che il cervello se la procuri, la crei coi sensi, con gli occhi (che sono capaci di percepire solo le onde elettromaghetiche appartenenti al campo visivo e non altre), per poi trasportare tale informazione ovvero trasdurla attraverso i nervi in segnali decifrabili dalla corteccia cerebrale. Nel percorso l'informazione potrebbe perdersi. Ma madre natura ha inventato, con grande anticipo sulla moderna tv, un trucco, il trucco della "digitalizzazione" che consiste nel trasformare l'informazione in segnali semplici, nell'ingabbiarla nelle quattro molecole (A-G-C-T) che formano il Dna. Così digitalizzata, l'informazione viene poi elaborata dal cervello attraverso processi paralleli che ancora ci sfuggono, come pure ignoriamo i processi biochimici alla base della memoria o dell'autocoscienza. "Ma le prospettive", dice Boncinelli, "sono fantastiche".
La visione neopositivista di Boncinelli non piace a Rose che con approccio costruzionista ("dall'alto verso il basso" invece che "dal basso all'alto") nega al cervello la funzione di computer attribuendogliene una ben più complessa, in armonia con la complessità del mondo. La vittoria di Deep Blu, il programma di computer che ha battuto Kasparov agli scacchi, non impressiona Rose: "Al poker", dice, "il computer perderebbe". E il Dna? "Una molecola estremamente noiosa: non fa che ripetersi. I sistemi viventi non sono semplici meccanismi di trasmissione. Non vengono costruiti ma costruiscono se stessi, con grande plasticità".
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