![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 5 LUGLIO 1998 |
Il fatto è che Matteucci è assai meno noto e onorato di quanto si dovrebbe. E' stato il fondatore del Mulino, la rivista che ha segnato il primo tentativo serio di dare una cultura liberale (cattolico-liberale, laico-liberale, persino socialista-liberale) a quest'Italia dove pareva esserci solo il marxismo. Ha insegnato all'università, che frequenta ancora a 72 anni, per incontrare i suoi «bambini». Ma tutto questo non rende l'idea: è la roccia liberale, dopo Croce. Come c'è Norberto Bobbio a sinistra, trattato come un papa, così assai meno onorato (quando lo faranno senatore a vita?) c'è sulla destra Nicola Matteucci, con una produzione magnifica che spazia dalla critica di Gramsci alla rivalutazione originale di Croce, Tocqueville, Hannah Arendt, persino Machiavelli. Il pretesto per quest'intervista? E' uscito da pochi giorni un volume che uno che si interessi do teoria politica e filosofia morale non può perdere: Il liberalismo in un mondo in trasformazione, Il Mulino, naturalmente. Da questo splendido conservatore, che onora della sua firma Il Giornale sin dal 1977, volevamo un codice dell'essere liberali oggi. Ne sono usciti frammenti di una storia, personale fascinosa, e qualche buona regola di vita e di pensiero. Il pensiero provo a sintetizzarlo così: un liberalismo ancorato ai valori religiosi, al senso della storia e della Provvidenza. La sua persona invece mi arrischio a descriverla così: un meraviglioso antipatico, sincero anche troppo, amante del buon mangiare e del buon vino, nei suoi racconti ci sono spesso belle donne, e sua moglie è di quella razza. Professore, com'è diventato liberale? «La mia è stata una lenta formazione, senza conversioni. Ebbi due grandi maestri, il cattolico-liberale Felice Battaglia e Federico Chabod. Tuttavia fu decisiva l'esperienza della guerra». Capisco (dico con aria assorta). «No, non capisci, caro mio. Quando la guerra costrinse la mia famiglia a sfollare, mi ritrovai in compagnia di una bellissima ragazza. Tutti si innamoravano di lei , e la tormentavano. Io per fortuna no, le ero amico. Una di quelle rare e belle amicizie tra ragazzo e una ragazza in cui ci si vuol bene. Si chiamava e si chiama Franca, ed è la sorella del grande poeta Roberto Roversi. Lui se ne stava a combattere in Germania, come soldato di Salò. Toccava a lei custodire la sua straordinaria biblioteca. Me la ricordo che toglieva i chiodi dalle ante per tirarmi fuori un libro di Croce. Finito uno, restituivo, e me ne dava un altro. Lessi tutto Croce. Fu decisivo. Avevo 17-18 anni, e la guerra stava finendo». Suo padre fu ucciso alla fine della guerra... «Ah, lo sai anche tu. Non ne ho parlato con nessuno. Montanelli ha tirato fuori la faccenda per farmi un dispetto (non scriverlo, se no Indro mi mangia). Dopo di che ricevetti una lettera di Norberto Bobbio, di cui gli sono ancora grato». Come andò? «Era il maggio del '45. Mio padre fu ucciso a Massa Lombarda, vicino a Imola. Avevamo dei possedimenti, era andato lì a far ripartire l'azienda. E' stato un comuni sta balordo. Il cadavere non è mai stato ritrovato. Mio padre era benvoluto da tutti. Ricevemmo la visita dei capi del Cln di Bologna, i comunisti e il liberale Tito Carnacini. Mi prese da parte uno di loro. Con serietà spiegò: "Siamo in un periodo di guerra civile, non riusciamo a controllare i nostri". Fu una cosa onesta. L'assassino fu catturato. Processato e condannato a Firenze: allora i giudici c'erano... Poi anmistiato. Non so se sia vivo o morto. Ho sempre taciuto. Ma non eravamo qui a parlare di liberalismo?». Infatti, ha parlato di Croce. Qual'è la sua pagina più attuale? (Il professore si arrampica su una scaletta. Più preziosi, riposti forse nascosti, ecco i libri di Croce profumatissimi di carta Laterza: «E' l'ultima pagina della Storia d'Europa. Una storia informata al pensiero liberale non può neppure nel suo corollario pratico e morale, terminare con la ripulsa e la condanna assoluta dei diversamente senzienti e pensanti. Essa dice soltanto a quelli che pensano con lei: 'Lavorate secondo la linea che qui vi è segnata, con tutto voi stessi, ogni giorno, ogni ora, in ogni vostro atto; e lasciate fare alla divina provvidenza, che ne sa di più di noi.' Parole come queste, che abbiamo apprese e pronunciate sovente nostra educazione e vita cristiana, hanno il loro luogo, come altre della stessa origine, nella religione della libertà. Leggi la data, per favore». Dicembre 1931. «Ecco, io ti dico queste stesse parole adesso. E ci sono le pagine del "perché non possiamo non dirci cristiani». Ci ridica il perché? «Figliolo. Un giorno a casa di Croce, lui presente, aprii un'anta, e mi trovai davanti a un altare. Chiesi al Maestro se fosse consacrato e mi rispose di sì. Forse era per rispetto della moglie che era devota, non lo so. Certo ora difenderebbe la Chiesa e i suoi interventi in fatto di morale. Il liberalismo si appoggia all'etica cattolica». Da dove viene a lei, caposcuola laico, una simile idea? «Io non sono né militante né credente. Vengo da famiglia cattolica per parte di madre: il nome Acquaderni dice qualcosa? (Fu il fondatore dell'Azione Cattolica a Bologna, nell'800, ndr). Poi una cattiva esperienza dai gesuiti mi allontanò. Resta nitido in me un ricordo. Federico Chabod mi mandò a chiamare. Giaceva sul suo letto di morte. Diceva di avere freddo, mi chiese una coperta. Capii, e lui sapeva, che erano le ultime ore. "Adesso abbiamo un nuovo Papa", parlava di Giovanni XXIII. Pronunciò queste parole, come riconciliato e mi accomiatò così: "Adesso voglio morire nella religione dei miei padri". Ho ritrovato questa posizione, che è razionale, e nient'affatto di comodo, oltre che in Croce, in Tocqueville e in Macchiavelli. E specialmente in von Hayek». Di Croce ha già detto. Vediamo Tocqueville. «In Tocqueville che ho amato e amo, ho scoperto il liberalismo nuovo e diverso da quello illuministico: l'unione tra lo spirito di religione e lo spirito di libertà. Tocqueville riteneva che la religione e le chiese fossero indispensabili per mantenere la libertà in una democrazia, perché ci allontanano dalla spinta esclusiva e alla fine distruttiva verso il benessere. Tendere solo al benessere porta alla schiavitù dello Stato amministrativo. Al dispotismo paterno dello Stato sociale. Non è forse un pensiero attuale?». Machiavelli che c'entra con la relazione? «In Macchiavelli c'erano profondi valori morali, altro che cinismo. Arriva a scrivere che "il principe deve entrare nel male necessitato". Come dire: il male resta male. C'è qual cosa d'altro e di più. Croce espresse questo con la logica dei distinti: l'efficienza che è il fine dell'economia non può essere fine assoluto. Ancora Machiavelli: "Data la corruzione paurosa dello Stato della Chiesa, come mai resiste?" Si risponde citando "santo Domenico e santo Francesco". Regge grazie alle forze spirituali. Friedrich von Hayek è maestro di liberalismo storicistico, che fu fatto pubblicare in Italia da Einaudi. Giusto? «Meriterebbe di essere recepito in Italia almeno quanto Popper, che va di moda. Scrive sul finire della vita: 'L'uomo non è non sarà mai il padrone del proprio destino: la sua stessa ragione progredisce portandolo verso l'ignoto e l'imprevisto, dove egli impara nuove cose'. Ammise sul finire della vita che con "la nostra ragione limitata" non riusciva a dimostrare l'esistenza di Dio ma neanche l'ateismo. E sosteneva di preferire, lui di origini protestanti, la Chiesa cattolica, "custode della tradizione"». Insomma, il liberale si ancora alla religione. «Noi partiamo dalla considerazione dell'individuo. Per il principio di reciprocità, se io riconosco il valore di me stesso devo concederlo a tutti. Da qui il no di molti laici all'aborto. E siccome l'uomo non è una macchina, il no alla fecondazione artificiale. La difesa della famiglia che ha permesso lo sviluppo della società in questi millenni. Sono contro l'eutanasia, di certo però detesto ancor di più la pretesa di certi clinici di prolungare indefinitamente con i loro attrezzi una vita vegetale. Insomma, il liberale non è neutro dinanzi ai valori. Senza morale a cosa si ridurrebbe il liberalismo?». La tolleranza non basta? «La tolleranza non è una parola liberale fino in fondo. Locke parlava piuttosto di libertà religiosa. Comunque non deve essere semplicemente sopportare, ma ritrovare nel diverso qualcosa che arricchisce. Non si possono tollerare minoranze che minacciano l'ordine sociale. Per essere chiaro ed evitare equivoci, non credo che i gay minaccino l'ordine sociale. Ma non è un fenomeno che durerà». Un cattolicesimo senza Cristo è una povera cosa, però. «D'accordo. Cristo è unico. I cattolici devono ribadire che il fondamento della loro fede non è la morale. Ma i credenti permetteranno ai laici di abbeverarsi alla morale che ha costruito questa civiltà?». Comunque, i liberali si appoggiano alla Chiesa e alla sua morale proprio quando la seguono m pochi. «C'è quella pagina di Croce: lasciamo fare alla provvidenza. Sotto la crosta dell'apparenza, ci sono cose che non vediamo». Lei liberale, a quanto vedo non libertario, ma liberista? «C'è stato un tempo in cui distinguevo tra liberalismo e liberismo. Poi mi sono accorto che sono la stessa cosa. Liberismo vuol dire mercato. Un mercato selvaggio non può esistere, non è più un mercato. Per il fatto stesso che c'è si dà delle regole basate sul valore dell'individuo. Il monopolio, ad esempio , non è liberismo» Senta, che differenza c'è tra Bobbio e Matteucci? «Lui è un liberale che vota Ulivo, io un liberale che vota Berlusconi». Perché non vota Ulivo. «Che cos'è l'Ulivo? Non so cos'è. Un'astrazione. E Prodi, che pure ritenevo non populista e lodai in passato, é incapace di vedere la politica, machiavellicamente, da discosto. Lui odia. Odia Berlusconi. Ha bisogno di sentire intorno gli applausi. Andreatta è diverso: è coraggioso. Invece posso dire che, a differenza di tutto il mondo, Berlusconi sia un grande politico. Ha il senso della scelta dei tempi. Riesce a mostrare come il suo caso personale coincida con quello di tutti. Non gli ho mai parato, mi levo il cappello». Fuori c'è molto vento, molto caldo. Mi raccomanda di citare il Mulino, la sua creatura che fondò nel 1951 e il saggio decisivo che scrisse con Luigi Pedrazzi. «La misura del nostro compito: il postfascismo». Adesso, dice, bisogna combattere questa «Italia invertebrata». Lui crede nella ricetta liberale sposata alla morale cristiana. Con buon cibo, molti libri e belle donne.
|