RASSEGNA STAMPA

5 LUGLIO 1998
ROBERTA DE MONTICELLI
OGGETTI E SOGGETTI
Il problema ontologico affrontato in un libro di Di Francesco
Nel rispondere a questa domanda possiamo fidarci delle intuizioni quotidiane, o dobbiamo diffidarne? «L'io e i suoi sé» e un viaggio nelle soluzioni proposte dalla scienza della mente
Michele Di Francesco, «L'io e i suoi sé», Cortina, Milano 1998, pagg. 358 L. 45.000.
«Qualunque cosa se ne pensi, è , difficile negare che per il senso comune il mondo in cui viviamo contiene due grandi classi di entità, le cose e le persone; le prime sono essenzialmente oggetti di azione e riflessione, dotati di una struttura materiale, di una posizione nello spazio e nel tempo, di una natura fisica in virtù della quale si inseriscono in una precisa trama causale; le seconde sono (anche) soggetti di azione e riflessione, capaci di sensibilità, pensiero, volontà; dotati di una natura interiore che li rende possessori di una biografia interiore e non soltanto di una descrizione esteriore. Questa elementare bipartizione dell'esistente non è certo l'unica possibile, ma è difficile negare che essa affondi le sue radici nel profondo della nostra visione della realtà».
Come reagite a questa limpida constatazione? Se alzate le spalle, se non ve ne sentite minimamente toccati, l'ultimo libro di Michele Di Francesco, L'io e i suoi sé - Identità personale e scienza della mente, di cui abbiamo appena letto l'incipit, non è fatto per voi: e la riflessione rnetafisica, forse, neppure. Ma ci sono almeno altre due reazioni possibili: desiderare subito di vedere meglio che cosa esattamente intendiamo con questa elementare bipartizione metafisica che usiamo in effetti e almeno implicitamente - tutti i giorni. Oppure avere subito voglia di esplorare fino a che punto possiamo infischiarcene del senso comune, che dopotutto ha fatto molti errori, e ristrutturare secondo categorie nuove, comunque più adeguate allo stato della scienza, la nostra "visione della realtà". Che vi scopriate cercatori di evidenza o esploratori, non vi resta che sprofondarvi nella lettura di questo libro, appassionante per entrambe le categorie di lettori.
Perché al fondo la questione che vi sì dibatte è proprio quella che sta a cuore a tutt'e due. C'è o no qualcosa di fondato nelle nostre ordinarie intuizioni? Le apparenze sono apparenze di qualcosa di reale, o no? Le cose che chiamiamo ordinariamente "persone", inclusi noi stessi, appaiono diversissime dalle cose come tavoli e montagne, e sotto molti aspetti: i loro modi di interagire con altre parti della realtà, i loro modi di darsi a conoscere, di motivare i nostri comportamenti, eccetera. Dobbiamo "prendere sul serio" queste apparenze, e credere che esse alludano a una realtà quella delle persone - essenzialmente diversa da quella dei tavoli e delle montagne? Oppure dobbiamo al contrario "prendere sul serio" la sfida che le odierne scienze della mente (soprattutto scienze cognitive e neuroscienze) lanciano alla nostra visione ordinaria di noi stessi, ipotizzando un modello del mondo radicalmente diverso da quello del senso comune? Un modello in cui "noi" non siamo affatto quello che ci pareva di essere, e addirittura forse non ci siamo affatto, non più del flogisto e delle chimere. Un modello che al prezzo di una rinuncia alle nostre vecchie intuizioni sembra raggiungere un livello più profondo di "realtà" (e magari spiegare con poche leggi tanti fenomeni, dalla caduta dei gravi al suicidio di Marco Antonio). E fino e che punto possiamo ricostruire la nostra visione del mondo in modo soddisfacente e coerente, senza queste intuizioni?
Dì Francesco adotta, sia pure con la moderazione e l'equanimità che lo distinguono, il punto di vista dell'esploratore. Come già nel precedente suo libro sulle teorie della mente, affronta i classici (Cartesio, Leibniz, Locke, Hume, Kant: e scusate se è poco) dalla prospettiva dei contemporanei, facendoci scoprire l'attualità dei primi e allargando il respiro filosofico degli ultimi. Così scopriamo che la metodologia degli esperimenti mentali (fissioni, fusioni, trasposizioni del bagaglio di coscienza e memoria delle persone) in cui si coniugano fantasia filosofica e fantascienza ha una lunga tradizione nella filosofia empiristica: è nel suo seno che si elabora l'ipotesi di eliminazione dei soggetti che credevamo di essere dal novero degli enti reali, e si preparano il soggetto virtuale di Dennett e il buddistico io-non-io di Parfit. Ma scopriamo anche come Leibniz e Kant trovino continuatori audaci rispettivamente nella teoria dell'insopprimibilità salva veritate del punto vista dì prima persona (Chisholm) e nell'anti-riduzionismo non spiritualistico, anzi centrato sulla nozione di corpo proprio, di una tradizione analitica che va da Strawson a Gareth Evans. E non abbiamo citato che pochi fra gli autori contemporanei con cui Dì Francesco dialoga.
Ciò che sempre avvince, nei suoi libri, è l'inusuale combinazione di pazienza analitica e radicalità filosofica. Attraverso l'esplorazione di un problema sono sempre le opzioni possibili sui costituenti ultimi della realtà, ad essere vagliate. Qui dunque c'è un'alternativa principale: le persone come le intende il senso comune, come soggetti d'esperienza e (più o meno) libera azione, fanno parte o no dell'ordine "naturale" del mondo - cioè della realtà studiata dalle scienze naturali? -. Si può rispondere "no" per ragioni diversissime: perché si è dualisti (le persone fanno parte di un altro ordine di realtà). Perché si è a vario titolo "trascendentalisti" (le persone non fanno semplicemente parte di alcuna realtà, essendo il presupposto perché se ne dia una. L'assurdità dì questa tesi, del resto, ci aiuta a vedere quale errore sia la confusione fra coscienza e persona, su cui essa si fonda).
E infine perché, con una bella rasoiata alla Occam, si sono eliminate dall'ontologia le persone, mere illusioni causalmente netti, benché socialmente indispensabili. Ma diversissime sono anche le ragioni per cui si può rispondere "sì" alla domanda pnncipale, riammettendo le persone nel mondo naturale: perché si spiegano le loro "menti" in termini computazionali, o perché le si spiegano in termini neuro-biologici. Ma c'è una terza possibilità, secondo la quale le persone appartengono al mondo naturale in questi due sensi, e tuttavia non si riducono alle loro menti-cervelli-organismi. Come? Non rovineremo al lettore con un'opaca formula il piacere di scoprirlo. In ogni caso questa opzione "anti-riduzionista moderata" è quella che l'autore difende. A parte il piacere di scoprire che ciò che pare più ragionevole potrebbe anche essere vero, questo libro avrà contribuito a dissipare alcuni pregiudizi che annebbiano i dibattiti e le polemiche: che ad esempio si debba necessariamente essere "riduzionisti" se si è "naturalisti", o "spiritualisti" se non si è "naturalisti".
L'esploratore dì possibilità fondamentali ha dunque molto da imparare. E l'amante dell'evidenza, quello che voleva "vedere meglio" che cosa, in effetti, intendiamo normalmente per "persona", e perché? Anche lui ha molto da imparare. Anzi, se ci è consentito questo finale più "personale": anche noi. Avviene che il fenomenologo, con una certa emozione, ritrovi alla fine dell'esplorazione quelle persone che conosceva prima di iniziarla, non dissolte ma inquadrate da una teoria non dissimile dalla teoria husserliana dell'intero è delle parti: per cui appunto organismo-cervello-mente sono indispensabili alla persona come una sua parte, senza che le proprietà del tutto sì riducano a quelle della parte. Certo, la prossima discussione dovrà portare sull'ontologia, allora. Possiamo veramente identificare l'ordine del mondo con la parte fisica di quest'ordine? Il titolo di un recente bel libro definisce la filosofia come una passione per la realtà.
Il libro di Michele Di Francesco dimostra quanto questa passione possa essere condivisa anche per differenti ragioni - e quanto ci sia da imparare da quelle buone, quali che siano.
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vedi anche
Il mondo dell'uomo